La rinuncia alla Spending Review: una scelta che potrebbe costarci cara

di Giordano Masini su “Strade

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Al di là delle interpretazioni di piccolo cabotaggio sulle stime di crescita dell’OCSE per il prossimo biennio, a guardare i numeri comparati paese per paese sono due le cose che saltano immediatamente all’occhio. La prima: l’Italia è ancora indietro, cresce poco, e sembra essersi stabilmente riposizionata in quel ruolo di spettatore immobile della crescita altrui che ha occupato per un paio di decenni. Uno status quo che è stato al tempo stesso premessa e causa del declino italiano, come della sua incapacità di affrontare la crisi, e soprattutto di uscirne. La seconda cosa evidente è quello che sta succedendo ad alcuni grandi paesi: la Russia e il Brasile in recessione, la Cina in sensibile flessione, sono tutti segnali della crisi prossima ventura, che investirà presto anche l’Occidente.

Ne parla anche Wolfgang Munchau sul Corriere della Sera, rammentando come in Italia di questo problema si parli ancora molto poco, sicuramente non abbastanza, mentre la crisi che verrà dovrebbe essere al centro delle nostre preoccupazioni. Dovrebbe esserlo perché, appunto, cresciamo meno degli altri, e non ci stiamo attrezzando a dovere. E’ lo stesso Munchau a ricordarlo: la flessibilità nella politica fiscale sarà l’unico strumento che avremo a disposizione, e l’Italia se lo sta giocando invece tutto oggi, rischiando di rimanerne sguarnita quando sarà necessario.

La scelta di svuotare completamente il margine di flessibilità concesso da Bruxelles, in luogo di una decisa politica di risparmi di spesa, rischia di esporci alla tempesta senza alcun salvagente. Non si tratta di austerity, ma di semplice buon senso, di avere una visione sufficientemente di lungo periodo per considerare un orizzonte temporale che rischia non di essere nemmeno particolarmente esteso: “forse Renzi sarà fortunato – sostiene Munchau – ma dobbiamo ammettere che gli ci vorrà una fortuna davvero sfacciata. (…) Se scopriremo che il 2015 è stato l’anno migliore in assoluto, tante supposizioni che andiamo facendo oggi dovranno essere riviste”.

Per questa ragione le dimissioni di Roberto Perotti, l’ennesimo commissario alla spending review sacrificato sull’altare della cronica inagibilità politica di qualsiasi programma di risparmio nella pubblica amministrazione, rischia di avere oggi un valore simbolico che va oltre la persona e il suo lavoro: ne sono caduti uno all’anno: Bondi nel 2013, Cottarelli nel 2014 e infine anche Perotti nel 2015, a confermare la tradizione, e a questi possiamo aggiungere anche Giarda nel 2012, che non era commissario ma sottosegretario con questa delega in un governo tecnico. Se c’è una lezione da trarre da questa strage è che l’abbattimento della spesa pubblica deve essere una chiara scelta politica e programmatica che precede l’individuazione delle voci da tagliare, non che la segue. In mancanza di tutto questo, nominare nuovi commissari alla spending review rischia di essere solo una perdita di tempo che potrebbe essere tranquillamente evitata. Se poi quella scelta, come auspichiamo, verrà fatta davvero, anche in quel caso non potrà ancora essere nascosta, pena la sua inefficacia, dietro il valore accademico di un tecnico, ma sostenuta da governo e maggioranza attraverso gli uomini del governo e della maggioranza.

Non si può dire “taglieremo la spesa pubblica non appena sapremo dove tagliarla” anche perché ormai, con quattro commissari di assoluto valore che hanno lavorato sopra questo dossier negli ultimi 4 anni, dove tagliare lo sappiamo eccome, ci sarebbe materiale sufficiente per costituire il programma politico di un serio partito riformatore. Materiale che potrebbe tornare presto utile se – ma forse sarebbe più corretto dire “quando” – la congiuntura economica globale tornerà a metterci alla prova. Precisamente quattro anni fa – il 10 novembre del 2011- il Sole24Ore usciva con il celebre “Fate presto!” a caratteri cubitali in prima pagina. Sono passati quattro anni, che probabilmente avremmo potuto impiegare meglio.

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