L’omeopatia è acqua fresca

di Luciano Capone su “Il Foglio

omeo

Quando parlo alla gente dell’omeopatia faccio sempre l’esempio di una buona bottiglia di vino. Se la diluisco tante volte come si fa con i prodotti omeopatici e poi porto questa bottiglia d’acqua su uno scaffale del supermercato con l’etichetta ‘Amarone omeopatico’, chi la compra? Nessuno, perché tutti conoscono la differenza tra l’acqua e il vino. Quando invece parliamo di farmaci c’è sempre un alone di mistero e molti credono che la cosa possa funzionare, ma perché manca una conoscenza di come si stabilisce l’efficacia di un farmaco”. A parlare è il professor Silvio Garattini, ricercatore di fama internazionale, fondatore e direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, autore di centinaia di pubblicazioni e con un curriculum che occuperebbe davvero molte pagine a volerlo sviscerare tutto. L’omeopatia è il tema del suo ultimo libro, a cui hanno collaborato altri ricercatori, pubblicato per Sironi Editore con il titolo “Acqua fresca?”. In realtà, leggendo il libro che ripercorre in maniera comprensibile per un lettore medio l’origine, la storia, la legislazione e la letteratura scientifica sull’argomento, si comprende che se fosse stato per Garattini non ci sarebbe stato bisogno del punto interrogativo nel titolo. L’omeopatia è davvero “acqua fresca”. Sulla base delle evidenze scientifiche non c’è alcuna evidenza che sia qualcosa di diverso né che abbia dimostrato una qualche efficacia che vada oltre la suggestione dei pazienti e il cosiddetto “effetto placebo”. Per incontrare Garattini bisogna andare alla Bovisa, di fianco al Politecnico, dove sorge il suo regno, l’Istituto Mario Negri, il centro di ricerca farmacologica che fondò a inizio anni 60 grazie a una donazione del filantropo Mario Negri e che in 50 anni di attività ha prodotto decine di migliaia di pubblicazioni scientifiche in cancerologia, chemioterapia e immunologia dei tumori, neuropsicofarmacologia e tanto altro. Il prof. Garattini ci riceve nel suo studio in divisa d’ordinanza, con il suo consueto ed elegante dolcevita bianco sotto la giacca scura, per parlare del libro e in generale del rapporto tra gli italiani e la cultura scientifica.

Parto con una citazione: “Ho un sogno, quello di riuscire a capire il funzionamento fisico-chimico del medicinale omeopatico. Passare dall’empirismo alla medicina scientifica sarebbe una bella cosa ma non so se lo vedrò. Ogni 5 anni dico: probabilmente tra 5 anni capiremo come funziona. Ma fino a oggi non l’abbiamo ancora capito. Non siamo ancora sicuri del funzionamento fisico-chimico dei medicinali omeopatici perché sono molto diluiti”. E’ di Christian Boiron, direttore dell’omonima azienda di preparati omeopatici, la più grande al mondo, una persona che Garattini conosce bene e con cui si è diverse volte confrontato pubblicamente. “Di solito quello che bisogna fare soprattutto nella medicina è prima dimostrare e poi vendere – dice al Foglio – mentre qui prima si vende e poi si dice “chissà se in futuro riusciremo a capire come funziona”. Non è proprio l’approccio che bisognerebbe utilizzare. La realtà è che questi prodotti non sono mai stati approvati da nessuno, sono dei prodotti che circolano perché non contenendo niente nessuno può pensare che facciano male. Però quando si omette di utilizzare un farmaco efficace per uno omeopatico per una malattia seria, allora si può fare un danno grave al paziente che viene deprivato di qualcosa che potrebbe essergli utile”.

Per capire perché i prodotti omeopatici non contengono nulla bisogna spiegare rapidamente cos’è l’omeopatia. E’ una cosiddetta “medicina alternativa” che nasce a inizio Ottocento per opera di Samuel Hahnemann, un medico tedesco che sconfortato dagli scarsi risultati della medicina del tempo basata ancora su scarse conoscenze e mezzi inadeguati, sviluppò una sua teoria. Hahnemann sosteneva che quasi tutte le malattie derivavano dai “miasmi”, ovvero da uno squilibrio della “forza vitale” (Lebenskraft), che è la forza che anima gli esseri viventi. Hahnemann era convinto di poter riparare questo squilibrio della forza vitale attraverso due principi: la legge dei simili e la legge delle diluizioni infinitesimali. La prima sostiene che “i simili si curano con i simili” (da qui il nome omeopatia), cioè che per guarire una persona sia necessario far assumere con una certa dose una sostanza che provoca gli stessi sintomi della malattia in un individuo sano. In pratica la febbre si guarisce con qualcosa che causa la febbre. Ovviamente è importante la dose della sostanza usata come medicamento e qui entra in campo il secondo principio, quello delle diluizioni infinitesimali, secondo cui per evitare che la sostanza usata aggravi la malattia deve essere diluita. In sé non sono principi estranei alla cosiddetta “medicina ufficiale”, perché in un certo senso i vaccini funzionano secondo la legge dei simili stimolando la produzione di anticorpi contro la sostanza iniettata e anche la farmacologia dà per assodato che oltre una certa dose i principi attivi sono inutili e soprattutto dannosi, ma l’omeopatia va oltre e sostiene che al diminuire della dose aumenta l’efficacia del prodotto. Così secondo le indicazioni stabilite da Hahnemann il preparato iniziale viene diluito così tanto da scomparire totalmente. Per dare un senso dell’entità delle diluizioni omeopatiche, nel libro di Garattini viene fatto un esempio: “Una diluizione con potenza 12D (non una delle più alte, ndr), comunemente utilizzata in omeopatia, significa una diluizione di 1 a 10 praticata per 12 volte, vale a dire una parte su 100 miliardi. Sarebbe come mettere un paio di microlitri (la milionesima frazione del litro) in una piscina olimpionica!”. Con queste proporzioni si capisce lo scarso successo commerciale che avrebbe l’“Amarone omeopatico” di cui parla Garattini, che comunque avrebbe il pregio di poter essere bevuto senza il timore dell’etilometro.

Ma le diluizioni omeopatiche, oltre a mettere a dura prova il buon senso, sfidano anche la chimica. Secondo la legge del chimico italiano Amedeo Avogadro, che stabilisce il numero di molecole contenute in una mole di qualsiasi sostanza, oltre una certa diluizione nei prodotti omeopatici non c’è nessuna molecola del preparato iniziale. Nonostante ciò i prodotti omeopatici vengono venduti e molti consumatori ritengono che facciano effetto, come è possibile? “In realtà i casi in cui non viene utilizzato il farmaco tradizionale di riferimento sono molto rari – dice Garattini – quello che fanno molti omeopati di fronte a malattie importanti è dare l’omeopatico in aggiunta al farmaco e dire che l’omeopatico serve a qualcosa. Oppure vengono utilizzati per cose per cui è difficile stabilirne l’efficacia. Ad esempio spesso si dà il prodotto omeopatico ai bambini affinché non prendano il raffreddore durante l’inverno, se gli viene è perché gli doveva venire e se invece non gli viene i creduloni pensano che è stato merito del prodotto omeopatico. La verità è che questi prodotti non contengono nulla, si possono cambiare le etichette senza che nessuno se ne accorga, perché dopo una certa diluizione non c’è più niente e neppure chi l’ha preparato può ristabilire dove rimettere a posto le etichette”. Il paradosso di cui parla Garattini è diventato una scommessa del Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, che offre un milione di dollari a chi con qualsiasi mezzo chimico o fisico riesce a distinguere un flacone di acqua da uno con un preparato omeopatico, bastano 40 risposte esatte su 100. Nessuno ha ritirato il premio.

Ma in omeopatia c’è una teoria che spiegherebbe perché il preparato funziona anche se non c’è nulla, è la teoria della “memoria dell’acqua” secondo cui l’acqua conserverebbe un’impronta, e con essa anche le proprietà, delle molecole con cui è venuta a contatto. “Se l’acqua avesse una memoria e conservasse tutto quello che ci passa, sarebbe il più potente veleno esistente al mondo. Ci si meraviglia che ci sia qualcuno che ancora crede a queste cose – dice Garattini – Tutte queste idee chimico-fisiche, sparate senza sapere bene di cosa si parla, non hanno significato dal punto di vista scientifico e sono state smentite”. L’altro punto forte dei preparati omeopatici è che a differenza dei farmaci sono a base di prodotti naturali. “Una volta si utilizzavano gli estratti di piante perché non si poteva fare di meglio, si utilizzava quello che poteva essere il principio attivo insieme a migliaia di altre sostanze chimiche. Adesso siccome siamo in grado di separare i principi attivi, non è più necessario somministrare estratti di erbe, si usa il principio attivo e si somministra solo la molecola che serve. In questo modo è anche possibile valutare meglio l’efficacia di quella molecola”. Mi fido di quello che dice, rispondo, ma forse è proprio questa artificialità che preoccupa le persone. Un po’ nella mente di tutti è radicata l’idea che le cose manipolate dagli uomini e dalla tecnica siano pericolose o comunque più dannose di quelle naturali. Garattini sorride. “Un’esclamazione che si sente fare spesso, anche da gente che conduce programmi televisivi, è: “Io non credo alla chimica, preferisco le piante!”. Ma le piante sono fatte di sostanze chimiche, non di Spirito Santo. Il termine “naturale” ha assunto un significato magico: siccome qualcosa è “naturale” deve essere buono, dimenticando che i principali veleni si trovano in natura e che virus e batteri sono perfettamente naturali. Io penso che queste discussioni, come quelle sull’avversità ai vaccini o agli Ogm, il sostegno a Stamina o al metodo Di Bella, si basino sugli stessi principi e al di là dei singoli problemi ci devono far riflettere sulla scuola. La nostra scuola è impostata su una struttura letterario-filosofico-giuridica e la scienza non è stata ancora accettata come parte della cultura”. Ma in tutti i programmi scolastici sono inserite le materie scientifiche, obietto. “In realtà ci sono i contenuti, la fisica, la chimica, ma non si insegnano i principi che stanno alla base della ricerca scientifica, la difficoltà a stabilire un rapporto tra causa ed effetto, non si insegna il fatto che tutto salvo la morte è probabilistico, non si insegnano le cose fondamentali che aiutano invece a prendere degli atteggiamenti razionali. In una società che sta diventando sempre più tecnologizzata c’è bisogno di avere solide basi per decidere in maniera razionale”. Mi permetto una seconda obiezione: per quanto riguarda l’omeopatia sono in genere le persone più ricche e istruite a farvi ricorso. “Ma questo dimostra proprio che hanno avuto sì un’istruzione ma non quella che serve a essere critici. Il punto è che manca la capacità di giudizio. Se tu leggi sull’etichetta dei prodotti omeopatici che non hanno indicazioni come fai a non essere sospettoso? Se per legge non può avere indicazioni a cosa serve, a tutto? Ma è possibile che qualcosa serva a tutto? Quelli sono gli amuleti”.

Sull’omeopatia però c’è forse anche una grande responsabilità delle istituzioni, nel senso che l’Aifa (Agenzia del farmaco) autorizza la vendita dei medicinali omeopatici, per legge possono essere prescritti solo dai medici che sono proprio quelli che dovrebbero sapere che sono inefficaci e vengono venduti nelle farmacie e non nei supermercati. Nel prezzo finale di un prodotto omeopatico c’è anche tutta la credibilità delle istituzioni e dei professionisti sanitari. “Sia i medici, ma soprattutto i farmacisti che hanno studiato chimica, sanno perfettamente che vendono cose che non contengono nulla. A un livello superiore di responsabilità ci sono gli ordini che per ragioni sindacali hanno accettato i medici della “medicina alternativa”, poi più su ci sono le autorità regolatorie che consentono alcune cose per motivi politici, sulla base del ricatto occupazionale, privilegiando alcuni interessi economici alla salute delle persone. Il cittadino che compra perché pensa che faccia bene è l’ultimo anello inconsapevole di una catena”. Recentemente il Cicap, pur elogiando le prese di posizione di Beatrice Lorenzin sui vaccini, ha criticato il ministro della Salute per la sua prefazione del libro “Elogio dell’omeopatia”, cosa ne pensa? “Non conosco bene la questione, ma a mio parere dovrebbe ritirare la prefazione o sconfessarla, perché è incompatibile con i principi del Servizio sanitario”.

L’impressione che si ha del rapporto spesso conflittuale tra scienza e politica è che alla fine la comunità scientifica riesca in qualche modo a convincere, non sempre e non tutta, la classe politica e il legislatore delle evidenze scientifiche. Forse ultimamente i problemi riguardano di più il rapporto con la giustizia. Abbiamo visto diversi tribunali approvare la cura Stamina, tanti altri autorizzare il metodo Di Bella, abbiamo visto procure come quella di Trani aprire un’inchiesta sulla correlazione tra vaccini e autismo o come quella di Lecce sospettare che alcuni scienziati siano stati gli untori della Xylella, la peste degli ulivi. Scienza e giustizia sono mondi che non comunicano? “Tutti i paesi hanno l’advisor scientifico. Cioè gruppi che vengono consultati quando la politica deve decidere in base a criteri scientifici. Da noi non esistono, ci chiama qualcuno qualche volta. I giudici, che sicuramente decidono in buona fede, come dimostrano alcuni casi spesso non hanno il metro per giudicare. C’è da augurarsi, come ha proposto il ministro della Salute, che si faccia, per i problemi in cui la giustizia deve decidere su aspetti di carattere scientifico, un albo di persone credibili con uno spessore e un curriculum adeguato che possono essere consultate. I giudici non dovrebbero avere la possibilità di consultare persone che non sono competenti. Ma non basta, bisogna anche formare un gruppo di giudici che abbia sensibilità per i problemi che hanno a che fare con la scienza, non basta avere dei periti di alto livello, anche il giudice deve avere un minimo di conoscenza altrimenti non è in grado di interpretare quello che gli dice il perito”.

Pare che in una socialità che diventa sempre più complessa e specializzata si sita andando verso una incomunicabilità tra i diversi settori. Ci sono delle lacune nel nostro sistema educativo sul fronte della diffusione di elementi di cultura scientifica, ma c’è anche un po’ di responsabilità da parte degli scienziati che spesso preferiscono non scendere nell’arena pubblica a discutere con persone che non hanno lo stesso livello di competenza. Lei lo sta facendo per il tema dell’omeopatia, la professoressa Elena Cattaneo sta portando avanti la battaglia sugli Ogm dibattendo con persone che non trattano scientificamente la questione, ma non servirebbero più scienziati divulgatori? “Io rimprovero i ricercatori che non fanno questo tipo di lavoro, perché se crediamo in quello che facciamo abbiamo il dovere morale di trasmetterlo alla società in cui viviamo. È vero che c’è una grave mancanza da parte dei ricercatori che pensano di vivere in una torre d’avorio, convinti che sono cose troppo complesse per essere capite, quando in realtà sono cose che tutti possono capire se spiegate in modo chiaro. Però – e qui, dopo aver sottolineato le mancanza della sua categoria, Garattini tira una stoccata alla nostra categoria – c’è anche una cattiva preparazione dei giornalisti e dei media, che spesso creano un dibattito tra chi che ha studiato per tutta la vita un problema e uno che si presenta e dice le sue impressioni, mettendoli sullo stesso piano. Il problema come vede sta sempre nella scarsa diffusione della cultura scientifica a tutti i livelli”.

Per concludere sul tema del suo libro, chiedo se da parte sua e della comunità scientifica non ci sia un pregiudizio nei confronti dell’omeopatia: “E’ un problema elementare: se il tuo prodotto non contiene niente per me non è attivo. Sei tu che devi dimostrare il contrario. Se tutte queste boccettine sono ug+uali dovresti dimostrare perché le chiami con nomi diversi e a cosa servono. Purtroppo nessuno è in grado di farlo”. Elementare, pare.

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