Che cos’è il China Study e quali sono i suoi errori

di Caterina Visco su “Wired

alimentazione

Sin dalla sua pubblicazione, il China Study, o meglio The China Study: Startling Implications for Diet, Weight Loss and Long-Term Health, è stato considerato da molti sostenitori dell’alimentazione vegana non solo un manuale di vita, ma anche la prova scientifica che abbandonare completamente gli alimenti di origine animale possa proteggere dal cancro e altre malattie. Eppure, questa tesi, promossa nel libro, non ha nessun fondamento scientifico. Se infatti esistono molte ricerche serie che provano come uno stile di vita sano, accompagnato da un’alimentazione equilibrata, variata e con un consumo ridotto di proteine animali, sia importante per rimanere in salute, “Non ci sono studi scientifici  a favore di una dieta completamente priva di alimenti animali”, come ricorda anche l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). Questa tesi, pero, è solo una delle tante cose che non vanno con questo volume. Ma partiamo dal principio.

Cos’è il China Study?
Si tratta di un libro pubblicato nel 2005 da Colin Campbell e suo figlio Thomas M.

Campbell II, che prende il nome da un famoso studio osservazionale chiamato China-Cornell-Oxford-Study. Lo studio fu condotto negli anni ‘80 da Campbell stesso, al tempo alla Cornell University, insieme a Chen Junshi dell’Accademia cinese di medicina preventiva di Pechino, Richard Peto dell’università di Oxford e Li Junyao Istituto cinese di tumori.

Tra il 1983 e il 1984 i ricercatori hanno infatti reclutato 6.500 adulti tra i 35 e i 64 anni in 65 contee delle Cina rurale (100 abitanti a contea) gli studiosi hanno raccolto campioni di sangue e urine e regitrato i dati sulla mortalità nelle zone relativi agli anni 1973 e 1975 (10 anni prima); al contempo, hanno sottoposto a ogni partecipante un questionario dove registrare le abitudini alimentari e hanno osservato quanto mangiato dalle loro famiglie per tre giorni consecutivi.

Alla fine si sono trovati con 367 variabili studiate e oltre 8milacorrelazioni statisticamente significative da analizzare. Nel 1990,senza essere sottoposti a peer review o essere condivisi su una rivista scientifica come vorrebbe la prassi, questi dati sono stati pubblicati in un volume di ben 894 pagine. Lo studio quindi non è andato incontro al regolare processo di revisione da parte di esperti che, sempre secondo l’Airc avrebbe eliminato molte delle correlazioni apparenti, finite poi nel libro pubblicato da Campbell.

Correlazione non è causa
Il primo problema dello studio, che non è un problema finché non lo si adopera per sostenere una qualche tesi, è che è uno studio osservazionale, ovvero uno studio nel quale si osservano e registrano delle correlazioni (la tendenza di due variabili a variare insieme) tra due fenomeni, per esempio l’esposizione a una sostanza e l’incidenza di una malattia.

Nel caso le associazioni siano statisticamente significative, i ricercatori, gli stessi che hanno condotto lo studio o altri, possono decidere che valga la pena approfondirle e quindi portano avanti studi sperimentali d’intervento che possono o meno confermare queste associazioni e portare alla formulazione di una tesi.

In altre parole, senza questi studi sperimentali una correlazione non indica nulla, se non che c’è qualcosa che vale la pena approfondire. Lo dice lo stesso Campbell nel suo libro, ma non sembra che questo lo preoccupi e riporta queste correlazioni apparenti accanto a principi validi e affermazioni vere, confondendo le idee di chi legge e rendendo questo libro “pericoloso”, secondo l’opinione di Eugenio Del Toma, presidente onorario dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinicae professore associato dell’Università del Campus-Biomedico di Roma.

Troppi dati
Il secondo problema dello studio è la sua ampiezza: il numero di variabili e correlazioni individuate è talmente alto che, come ricorda anche l’Airc, permette di ottenere tutto e il contrario di tutto. “Il numero enorme di dati confonde ancora di più”, spiega Del Toma, “quando prendi in esame numeri così grandi, statisticamente puoi arrivare a dire quello che vuoi. Invece, bisognerebbe verificare come il campione è stato raccolto e se èomogeneo. In altre parole, se si include nello studio qualcuno che ha già un’aritmia cardiaca da anni, ma di questa aritmia non si tiene conto al momento di tirare le somme, come si fa a stabilire quale sia stata la causa della morte?”.

Selezione e omissione
Delle 8mila correlazioni individuate attraverso i dati dello studio degli anni ‘80, solo sei riguardano la relazione tra alimenti di origine animale e una malattia. E di queste, ben quattro sono negative, ovvero dimostrano la tesi opposta a quella che vuole provare Campbell.

Tuttavia Campbell omette, nel suo libro, di riportare tutti i dati che non supportano la sua tesi. “Nel suo libro ha preso delle evidenze, ha fatto delle sue interpretazioni, e poi ha portato a supporto altri studi scelti in maniera molto precisa”, spiega Lucilla Tittadell’Istituto europeo di oncologia. “Quindi è un lavoro molto parziale, che non ha considerato tutti gli studi su questo argomento, ma solo quelli che servivano a provare la tesi che si voleva illustrare. Campbell ha fatto il contrario di quello che è il metodo scientifico”.

Generalizzazioni
Nel libro poi Campbell pecca anche di generalizzazione. Per esempio, estende a tutte le proteine animali alcuni effetti dellacaseina come promotrice del cancro del fegato, da lui osservati sui topi (è bene ricordare che la caseina è una proteina ancora in studio, sulla quale sono stati riportati risultati contrastanti tra loro). In questo caso, l’autore non solo generalizza da una proteina a tutte le altre, ma estende un effetto rilevato sui topi anche all’uomo, senza però verificare che il modello umano reagisca come quello animale.

Il ricercatore, inoltre trae conclusioni che considera valide per tutti a partire dall’osservazione di una popolazione specifica che mantiene uno stile di vita completamente diverso da quella occidentale, di cui vorrebbe cambiare le abitudini. “Un singolo studio non può portare a raccomandazioni valide per tutti”, sottolinea Titta.

Senza contare che, come ricorda Del Toma:  “Non si possono trascurare fattori come la geografia o lo stile di vita. Per esempio, all’equatore i grassi ti servono poco e mantenere 36,6°C di temperatura corporea è facile, mentre se ti sei al Polo Nord i grassi ti salvano la vita e non bloccano le arterie. O ancora, se oggi un impiegato in banca che vive la sua vita seduto davanti ad un terminale seguisse la stessa dieta dei sui bisnonni contadini che quarant’anni fa lavoravano nei campi tutti i giorni ed erano sempre in movimento, mangiando la stessa quantità di carboidrati diventerebbe obeso in poco tempo”.

Via i prodotti animali dalla dieta per prevenire le malattie?
Come menzionato prima e ricordato dall’Airc, non ci sono studi scientifici che dimostrino che eliminare completamente i prodotti animali dalla dieta prevenga il cancro. “Non ci sono dati che permettano di fare questa affermazione”, ribadisce Lucilla Titta, che sottolinea come invece ci siano studi che esaminano la relazione tra alimentazione e cancro e che sono in grado di darci altre indicazioni molto precise.

Uno di questi è il Food, Nutrition, Physical Activity and Cancer: a global perspective, una meta analisi di 7mila studi, condotta tra il 1997 e il 2007 dal World Cancer Fund e dall’American Institute for Cancer Research, che mostra alcune associazioni tra cancro e nutrizione considerate attendibili dalla comunità scientifica. “Come il fatto che”, racconta l’esperta dello Ieo, “un consumo di più di 500 grammi di carne rossa alla settimana aumenta il rischio di cancro al colon. O che andrebbero eliminate le bevande gassate zuccherate, non perché ci sia una correlazione diretta con l’insorgenza di tumori, ma perché ne emerge una indiretta, attraverso l’aumento di peso e l’obesità, che sono invece fattori di rischio per diversi tipi di tumore. La meta analisi, inoltre, indica anche come una dieta ricca di alimenti vegetali riduca il rischio di molti tipi di tumore, e come in particolare i cibi ricchi di vitamina C, vitamina E, di folati e carotenoidi abbassino il rischio di tumore al polmone e quello alla bocca/laringe/faringe”.

Il rapporto poi mostra l’importanza di un elemento a cui Campbell nel suo volume non rivolge attenzione: l’alcol. “Il consumo di alcol è uno dei fattori di rischio più convincenti per molti tipi di tumore, anche cancro alla mammella. Più di un’unità alcolica al giorno – e per le donne un’unità alcolica è un bicchiere di vino [125 ml, nda] – rappresenta un fattore di rischio per il tumore della mammella. E invece si fa un gran parlare di latte quando non ci sono dati a proposito”.

Inversione del corso delle malattie
Nell’introduzione (pagine 35 dell’edizione digitale) Campbell afferma: “Si può invertire il decorso delle malattie cardiache solo con la dieta”. In seguito, in un capitolo dedicato interamente alcuore, porta a sostegno della sua tesi due studi di altri. Il primo(pagina 239) è uno studio pubblicato nel 1995 sul Journal of Family Practice, condotto da Caldwell B. Ellestyin Jr e il secondo (pagina 246) è uno studio condotto da Dan Ornish, pubblicato sul Lancetnel 1990.

In entrambi i casi tuttavia, la dieta seguita non solo era vegetariana ma anche povera di zuccheri, alcolici e prodotticonfezionati. Inoltre, nello studio di Ellestyn era accompagnata da una terapia farmacologia mirata e in quello di Ornish la dieta era solo parte di un cambiamento generale di stile di vita dei pazienti che comprendeva anche esercizio fisico, traning di riduzione dello stress, abbandono di fumo ed eliminazione quasi completa di consumo di alcolici.

Che l’alimentazione abbia un ruolo nella prevenzione è innegabile come è il fatto che un certo tipo di stile di vita possa abbassare il rischio d’insorgenza di un certo tipo di malattie: su questo abbiamo tanti dati”, ribadisce Titta. “Che possa invertire il corso di una malattia invece non sono d’accordo: se una persona ha un tumore, un cambio nella sua alimentazione non è in grado di bloccare o invertire il percorso della malattia; può aiutare molto a sopportare meglio le terapie e può essere un’integrazione delle terapie ma non può sostituirsi ad esse”.

La critica punto per punto di Denise Minger
C’è anche chi non si è fermato davanti alla non scientificità di metodo di Campbell e ne ha confutato le affermazioni punto per punto. È il caso della blogger Denise Minger, non una scienziata ma un’appassionata di scienza e numeri che nel 2010 ha trascorso un mese e mezzo a studiare in dettaglio il libro di Campbell e soprattutto i dati raw dello studio originale.

Che cos’è il China Study e quali sono i suoi errori

Questo studio è stato considerato da molti sostenitori dell’alimentazione vegana la prova scientifica che senza carne si evitino il cancro e altre malattie. Ma la questione è più complessa

(Foto: Getty Images)

Sin dalla sua pubblicazione, il China Study, o meglio The China Study: Startling Implications for Diet, Weight Loss and Long-Term Health, è stato considerato da molti sostenitori dell’alimentazione vegana non solo un manuale di vita, ma anche la prova scientifica che abbandonare completamente gli alimenti di origine animalepossa proteggere dal cancro e altre malattie. Eppure, questa tesi, promossa nel libro, non ha nessun fondamento scientifico. Se infatti esistono molte ricerche serie che provano come uno stile di vita sano, accompagnato da un’alimentazione equilibrata, variata e con un consumo ridotto di proteine animali, sia importante per rimanere in salute, “Non ci sono studi scientifici  a favore di una dieta completamente priva di alimenti animali”, come ricorda anche l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc). Questa tesi, pero, è solo una delle tante cose che non vanno con questo volume. Ma partiamo dal principio.

Cos’è il China Study?
Si tratta di un libro pubblicato nel 2005 da Colin Campbell e suo figlio Thomas M.

Campbell II, che prende il nome da un famoso studio osservazionale chiamato China-Cornell-Oxford-Study. Lo studio fu condotto negli anni ‘80 da Campbell stesso, al tempo alla Cornell University, insieme a Chen Junshi dell’Accademia cinese di medicina preventiva di Pechino, Richard Peto dell’università di Oxford e Li Junyao Istituto cinese di tumori.

Tra il 1983 e il 1984 i ricercatori hanno infatti reclutato 6.500 adulti tra i 35 e i 64 anni in 65 contee delle Cina rurale (100 abitanti a contea) gli studiosi hanno raccolto campioni di sangue e urine e regitrato i dati sulla mortalità nelle zone relativi agli anni 1973 e 1975 (10 anni prima); al contempo, hanno sottoposto a ogni partecipante un questionario dove registrare le abitudini alimentari e hanno osservato quanto mangiato dalle loro famiglie per tre giorni consecutivi.

Alla fine si sono trovati con 367 variabili studiate e oltre 8milacorrelazioni statisticamente significative da analizzare. Nel 1990,senza essere sottoposti a peer review o essere condivisi su una rivista scientifica come vorrebbe la prassi, questi dati sono stati pubblicati in un volume di ben 894 pagine. Lo studio quindi non è andato incontro al regolare processo di revisione da parte di esperti che, sempre secondo l’Airc avrebbe eliminato molte delle correlazioni apparenti, finite poi nel libro pubblicato da Campbell.

Correlazione non è causa
Il primo problema dello studio, che non è un problema finché non lo si adopera per sostenere una qualche tesi, è che è uno studio osservazionale, ovvero uno studio nel quale si osservano e registrano delle correlazioni (la tendenza di due variabili a variare insieme) tra due fenomeni, per esempio l’esposizione a una sostanza e l’incidenza di una malattia.

Nel caso le associazioni siano statisticamente significative, i ricercatori, gli stessi che hanno condotto lo studio o altri, possono decidere che valga la pena approfondirle e quindi portano avanti studi sperimentali d’intervento che possono o meno confermare queste associazioni e portare alla formulazione di una tesi.

In altre parole, senza questi studi sperimentali una correlazione non indica nulla, se non che c’è qualcosa che vale la pena approfondire. Lo dice lo stesso Campbell nel suo libro, ma non sembra che questo lo preoccupi e riporta queste correlazioni apparenti accanto a principi validi e affermazioni vere, confondendo le idee di chi legge e rendendo questo libro “pericoloso”, secondo l’opinione di Eugenio Del Toma, presidente onorario dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinicae professore associato dell’Università del Campus-Biomedico di Roma.

Troppi dati
Il secondo problema dello studio è la sua ampiezza: il numero di variabili e correlazioni individuate è talmente alto che, come ricorda anche l’Airc, permette di ottenere tutto e il contrario di tutto. “Il numero enorme di dati confonde ancora di più”, spiega Del Toma, “quando prendi in esame numeri così grandi, statisticamente puoi arrivare a dire quello che vuoi. Invece, bisognerebbe verificare come il campione è stato raccolto e se èomogeneo. In altre parole, se si include nello studio qualcuno che ha già un’aritmia cardiaca da anni, ma di questa aritmia non si tiene conto al momento di tirare le somme, come si fa a stabilire quale sia stata la causa della morte?”.

Selezione e omissione
Delle 8mila correlazioni individuate attraverso i dati dello studio degli anni ‘80, solo sei riguardano la relazione tra alimenti di origine animale e una malattia. E di queste, ben quattro sono negative, ovvero dimostrano la tesi opposta a quella che vuole provare Campbell.

Tuttavia Campbell omette, nel suo libro, di riportare tutti i dati che non supportano la sua tesi. “Nel suo libro ha preso delle evidenze, ha fatto delle sue interpretazioni, e poi ha portato a supporto altri studi scelti in maniera molto precisa”, spiega Lucilla Tittadell’Istituto europeo di oncologia. “Quindi è un lavoro molto parziale, che non ha considerato tutti gli studi su questo argomento, ma solo quelli che servivano a provare la tesi che si voleva illustrare. Campbell ha fatto il contrario di quello che è il metodo scientifico”.

Generalizzazioni
Nel libro poi Campbell pecca anche di generalizzazione. Per esempio, estende a tutte le proteine animali alcuni effetti dellacaseina come promotrice del cancro del fegato, da lui osservati sui topi (è bene ricordare che la caseina è una proteina ancora in studio, sulla quale sono stati riportati risultati contrastanti tra loro). In questo caso, l’autore non solo generalizza da una proteina a tutte le altre, ma estende un effetto rilevato sui topi anche all’uomo, senza però verificare che il modello umano reagisca come quello animale.

Il ricercatore, inoltre trae conclusioni che considera valide per tutti a partire dall’osservazione di una popolazione specifica che mantiene uno stile di vita completamente diverso da quella occidentale, di cui vorrebbe cambiare le abitudini. “Un singolo studio non può portare a raccomandazioni valide per tutti”, sottolinea Titta.

Senza contare che, come ricorda Del Toma:  “Non si possono trascurare fattori come la geografia o lo stile di vita. Per esempio, all’equatore i grassi ti servono poco e mantenere 36,6°C di temperatura corporea è facile, mentre se ti sei al Polo Nord i grassi ti salvano la vita e non bloccano le arterie. O ancora, se oggi un impiegato in banca che vive la sua vita seduto davanti ad un terminale seguisse la stessa dieta dei sui bisnonni contadini che quarant’anni fa lavoravano nei campi tutti i giorni ed erano sempre in movimento, mangiando la stessa quantità di carboidrati diventerebbe obeso in poco tempo”.

Via i prodotti animali dalla dieta per prevenire le malattie?
Come menzionato prima e ricordato dall’Airc, non ci sono studi scientifici che dimostrino che eliminare completamente i prodotti animali dalla dieta prevenga il cancro. “Non ci sono dati che permettano di fare questa affermazione”, ribadisce Lucilla Titta, che sottolinea come invece ci siano studi che esaminano la relazione tra alimentazione e cancro e che sono in grado di darci altre indicazioni molto precise.

Uno di questi è il Food, Nutrition, Physical Activity and Cancer: a global perspective, una meta analisi di 7mila studi, condotta tra il 1997 e il 2007 dal World Cancer Fund e dall’American Institute for Cancer Research, che mostra alcune associazioni tra cancro e nutrizione considerate attendibili dalla comunità scientifica. “Come il fatto che”, racconta l’esperta dello Ieo, “un consumo di più di 500 grammi di carne rossa alla settimana aumenta il rischio di cancro al colon. O che andrebbero eliminate le bevande gassate zuccherate, non perché ci sia una correlazione diretta con l’insorgenza di tumori, ma perché ne emerge una indiretta, attraverso l’aumento di peso e l’obesità, che sono invece fattori di rischio per diversi tipi di tumore. La meta analisi, inoltre, indica anche come una dieta ricca di alimenti vegetali riduca il rischio di molti tipi di tumore, e come in particolare i cibi ricchi di vitamina C, vitamina E, di folati e carotenoidi abbassino il rischio di tumore al polmone e quello alla bocca/laringe/faringe”.

Il rapporto poi mostra l’importanza di un elemento a cui Campbell nel suo volume non rivolge attenzione: l’alcol. “Il consumo di alcol è uno dei fattori di rischio più convincenti per molti tipi di tumore, anche cancro alla mammella. Più di un’unità alcolica al giorno – e per le donne un’unità alcolica è un bicchiere di vino [125 ml, nda] – rappresenta un fattore di rischio per il tumore della mammella. E invece si fa un gran parlare di latte quando non ci sono dati a proposito”.

Inversione del corso delle malattie
Nell’introduzione (pagine 35 dell’edizione digitale) Campbell afferma: “Si può invertire il decorso delle malattie cardiache solo con la dieta”. In seguito, in un capitolo dedicato interamente alcuore, porta a sostegno della sua tesi due studi di altri. Il primo(pagina 239) è uno studio pubblicato nel 1995 sul Journal of Family Practice, condotto da Caldwell B. Ellestyin Jr e il secondo (pagina 246) è uno studio condotto da Dan Ornish, pubblicato sul Lancetnel 1990.

In entrambi i casi tuttavia, la dieta seguita non solo era vegetariana ma anche povera di zuccheri, alcolici e prodotticonfezionati. Inoltre, nello studio di Ellestyn era accompagnata da una terapia farmacologia mirata e in quello di Ornish la dieta era solo parte di un cambiamento generale di stile di vita dei pazienti che comprendeva anche esercizio fisico, traning di riduzione dello stress, abbandono di fumo ed eliminazione quasi completa di consumo di alcolici.

Che l’alimentazione abbia un ruolo nella prevenzione è innegabile come è il fatto che un certo tipo di stile di vita possa abbassare il rischio d’insorgenza di un certo tipo di malattie: su questo abbiamo tanti dati”, ribadisce Titta. “Che possa invertire il corso di una malattia invece non sono d’accordo: se una persona ha un tumore, un cambio nella sua alimentazione non è in grado di bloccare o invertire il percorso della malattia; può aiutare molto a sopportare meglio le terapie e può essere un’integrazione delle terapie ma non può sostituirsi ad esse”.

La critica punto per punto di Denise Minger
C’è anche chi non si è fermato davanti alla non scientificità di metodo di Campbell e ne ha confutato le affermazioni punto per punto. È il caso della blogger Denise Minger, non una scienziata ma un’appassionata di scienza e numeri che nel 2010 ha trascorso un mese e mezzo a studiare in dettaglio il libro di Campbell e soprattutto i dati raw dello studio originale.

Usando questi medesimi dati, Minger è arrivata a conclusioni molto diverse da quelle di Campbell, dimostrando come l’autore abbia spesso selezionato i dati da pubblicare (omettendone altri) in modo da presentare al pubblico quelli più in linea con la sua tesi. Il lavoro di Minger ha avuto grande risonanza, è stato a suavolta criticato da Campbell e da altri, motivo per il quale la blogger stessa ha ampliato più volte la sua ricerca, corredandola di riferimenti a pubblicazioni scientifiche e scrivendone, infine, una versione definitiva ancora più lunga e dettagliata della prima

Secondo l’Airc si tratta di “una critica precisa e puntuale delle molte affermazioni contenute del libro. Minger è diventata così un punto di riferimento anche per la comunità scientifica”.

Le regole da seguire
Il China Study non è dunque un testo affidabile per capire quale alimentazione seguire. Ce ne sono, come ricordato, altri. Il testo del Word Research Fund è forse troppo grande e tecnico per poter essere consultato facilmente, per questo lo Ieo ne ha tradotto le raccomandazioni, e le ha pubblicate sul sito web del suo progettoSmartFood, dedicato proprio alla nutrizione. Il decalogo non solo offre linee guida –  come limitare il consumo di carne rossa e carni lavorate e conservate (ovvero insaccati), quello di sale e di bevande zuccherate – ma fornisce anche indicazioni precise, per esempio sulle quantità ovvero quanta carne rossa (non più di 500 grammi a settimana) e quanto alcol (non più di una birra piccola o un bicchiere di vino al giorno per le donne e il doppio per gli uomini).

“Eliminare un alimento non serve, sarà un’affermazione banale ma l’unica alimentazione valida è quella equilibrata”, ricorda Del Toma. “Per questo ogni paese ha adottato linee guida che dicono tutte le stesse cose: fare esercizio regolarmente, bere molta acqua, e così via”.

Questo però non vuol dire che non si può essere vegetariani ovegani sani: “Dipende da come queste diete sono costruite, ci sono diete onnivore equilibrate e altre vegane sbilanciate ma è vero anche il contrario”, ricorda Titta. Simile anche l’opinione dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione Clinica espressa da Del Toma: “I vegetariani possono fare tutto e bene, possono tranquillamente arrivare sul podio olimpico. I vegani devono sapere cosa mangiare e imparare come sostituire le proteine animali con quelle solo vegetali”. E devono sapere anche che non basta cambiare alimentazione per essere sicuri di non ammalarsi di cancro o di altre malattie.

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