Maternità, spesso un handicap

di Giulia Cortese

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Le donne italiane stanno vivendo una modernità difficile e piena di disagi. Lo conferma da tempo la montagna di record negativi che si sono accumulati negli ultimi anni per il mondo femminile. Le donne sono penalizzate negli stipendi e nelle carriere, umiliate da una tv sessista e da una pubblicità spesso offensiva nei loro confronti. Esse, infine, occupano gli ultimi posti nelle classifiche europee sull’impiego (46,2 per cento, meno di una su due) e registrano, in generale, una scarsa presenza nelle istituzioni, anche se, grazie a una certa “politica delle quote”, la media delle donne in Parlamento si era lievemente alzata con l’arrivo di deputate e senatrici veline, designate dall’allora Popolo della Libertà (ora Forza Italia) di Silvio Berlusconi.

Per poter ridare dignità sociale alle donne italiane è nato nel 2011, dall’iniziativa di Cristina Comencini e molte altre, il movimento femminista “Se Non Ora Quando”. Il movimento ha preso vita, quello stesso anno, con un’indimenticabile manifestazione, che ha visto la partecipazione di più di un milione di donne. Nelle piazze di tutta Italia si è gridato “basta” alle offese alla dignità femminile al tempo del “bunga bunga”. L’episodio ha segnato una svolta nel clima sociale italiano: poco dopo, le donne di SNOQ hanno trovato un altro obiettivo non meno importante, discusso con molte esperte nel grande meeting di Siena del luglio seguente: dire “basta” alle condizioni inaccettabili di sfruttamento e di non riconoscimento dei diritti delle mamme che lavorano.

Se si considera che la maternità, o la paura che possa verificarsi, sembra essere l’incubo di molti datori di lavoro di oggi, risulta chiaro il motivo per cui trovare un posto, per una donna che si trova nella cosiddetta “età fertile”, sia diventato tanto complicato quanto umiliante. Da tempo, infatti, nei colloqui di lavoro molte aziende chiedono alle giovani donne se hanno intenzione di sposarsi e se hanno l’intenzione di mettere al mondo dei figli. Con il passare del tempo, quest’inaccettabile invasione della privacy sta assumendo forme sempre più inquietanti.

A proposito di questo, alcune sottolineano come, durante le interviste, gli uffici del personale mostrino molto più interesse per la vita privata delle intervistate che per le loro competenze. A volte basta il semplice sospetto di maternità a mettere una donna nei guai: un buco lavorativo nel curriculum, ad esempio, può far nascere il sospetto che esista un bambino piccolo che la candidata preferisce nascondere e che ruberebbe tempo e denaro all’azienda. Perfino un uomo che resta ad aspettare la candidata sotto un portone, o anche un semplice anello di fidanzamento al dito, possono essere buoni motivi per venire scartate.

Per via di una società così ‘ostile’ alle donne, la Cgil lombarda ha messo in rete un video tragicomico in cui si consiglia, oltre alle strategie da adottare, anche il look più conveniente per un colloquio di lavoro (via anelli di qualunque tipo, perché possono essere la spia di un fidanzamento, niente vestiti larghi perché suggeriscono una gravidanza). In tutto questo, c’è un’età che è più sfavorevole delle altre, quella tra i trenta e i quarant’anni, quando l’orologio biologico delle donne comincia a pulsare con decisione.

La cosa che più stupisce è la totale trasgressione dello Statuto dei lavoratori che, sotto la voce “Divieto di indagare sulle opinioni”, proibisce a un eventuale datore di lavoro di indagare sui “fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine personale”. Eppure, queste storie vengono considerate irrilevanti e non finiscono mai né in Tribunale né agli Ispettorati del lavoro, che negli ultimi anni sono stati spesso scoraggiati dal fare troppe ispezioni.

Alla rivoluzione femminista, avvenuta in Italia intorno agli anni 60′, uno stereotipo è riuscito a sopravvivere, ossia il considerare la gravidanza una sorta di malattia. Nelle categorie più deboli del lavoro, la risposta più facile è “liberarsi rapidamente dell’ammalata”. Si tratta di un atteggiamento assai frequente, in particolar modo nei riguardi di badanti e domestiche, che pure hanno diritto al congedo di maternità. Vi è infine un’Asl pubblica di Modena, l’Ausl, che si è rifiutata di assumere un’operatrice sociosanitaria che aveva già ottenuto l’incarico a tempo determinato, recando come motivo il fatto che nel frattempo la donna è rimasta incinta e quindi risulta inadatta a quel ruolo.

In segno di protesta, sono intervenuti sindacati e numerose esponenti di movimenti femministi: “Siamo di fronte a una grave discriminazione, la gravidanza non può essere considerata una malattia che impedisce di lavorare”. L’Ausl, naturalmente, non si è arresa, comunicando che la donna avrebbe potuto aspirare a essere nuovamente assunta quando le sue condizioni fossero state “nuovamente compatibili con l’incarico”: cioè a bambino nato.

Per la psicoterapeuta Mercedes Lugones, questo disgusto per la gravidanza da parte di molti datori di lavoro italiani si spiega così: “La donna con il pancione, nella maggior parte dei casi non è trendy, non corrisponde allo stereotipo femminile da far vedere a un pubblico formatosi negli anni delle veline”. Si tratta di una spiegazione che non fa certo onore al genere maschile ed è testimone di una certa cultura sessista assai diffusa nel nostro Paese. Si potrà mai sperare in una svolta?

Fonte: www.futuro-europa.it

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