Italia ancora in crisi?

di Giulia Cortese

FMI-Fondo-Monetario-internazionale

Ci sono segnali di vitalità per l’economia italiana, che conferma gli ultimi indicatori positivi giunti dal Pil (rivisto in accelerazione nella prima metà dell’anno) e dal recupero delle vendite al dettaglio. Segnali che si sono trasmessi anche a famiglie e imprenditori, tanto che la loro ‘fiducia’ verso la ripresa economica è migliorata sensibilmente a settembre. In base ai dati Istat, infatti, l’indice del clima di fiducia dei consumatori è aumentato a 112,7 da 109,3 di agosto, al livello più alto da 13 anni. Bene anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, che è salito a 106,2 da 103,9 e mostra progressi in tutti i settori: è al top dal novembre del 2007. Segnali positivi arrivano anche per la crescita degli occupati: dopo il +0,1 e il +0,3% di giugno e luglio, la stima degli occupati è cresciuta di un altro 0,3% con un incremento di 69.000 unità.

Il Partito Democratico cavalca subito i dati Istat: “Da 13 anni mai così alta la fiducia di consumatori e imprese. La determinazione a fare presto e bene le riforme paga #italiariparte”, scrive su Twitter il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato. L’Italia sembra uscire dal tunnel di tre anni di recessione, ma non in modo uniforme. I segnali positivi percepiti tra la fine dell’anno scorso e la prima parte del 2015 si fermano al Centro-Nord. A Nord la recessione è addirittura finita nel 2014. Il Pil di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna veleggia quest’anno verso un punto e mezzo, un tasso “tedesco”, superiore a quello di Francia, Austria, Olanda e perfino della Finlandia. Dal 2008, le regioni del Sud non sono invece mai uscite dalla recessione (neppure nel 2010-2011) ed è probabile che non ne escano neppure quest’anno.

“Le aree del Mezzogiorno – scrive l’Istat – si caratterizzano per una consolidata condizione di svantaggio legata alle condizioni di salute, alla carenza di servizi, al disagio economico, alle significative disuguaglianze sociali e alla scarsa integrazione degli stranieri residenti”. Qualche dato: nel Mezzogiorno il reddito è più basso del 18 per cento rispetto alla media nazionale, nelle aree interne più povere la differenza sale al 30 per cento. Il che si riflette naturalmente nei consumi: le famiglie residenti al Sud spendono poco più del 70 per cento della media nazionale. Basta ricordare che oltre un quarto della spesa nel Mezzogiorno è destinata ai beni alimentari di prima necessità: si arriva a quote del 28 per cento contro quote che nel Centro-Nord si fermano al 13 per cento per i livelli più alti.

Secondo gli economisti del Fondo Monetario Internazionale, per tornare a livelli occupazionali paragonabili al periodo pre-crisi, se non ci sarà una forte accelerazione della crescita economica, in Italia potrebbero essere necessari vent’anni, quasi una generazione. Nel rilevarlo il Fondo Monetario mette nero su bianco alcune raccomandazioni che ritiene prioritarie per Roma, che riguardano l’efficienza del settore pubblico ed il lavoro. In ordine i consigli sono: “L’adozione e realizzazione della pianificata riforma dell’amministrazione pubblica”, che dovrebbe trattare anche la gestione delle risorse umane per sbloccare la produttività; “ulteriori misure volte a migliorare l’efficienza della giustizia civile”.

Serve inoltre un rafforzamento delle politiche del Jobs Act e “misure concrete per ridisegnare” il cosiddetto “wage supplementation scheme” (la CIG) “in un sistema universale di sostegno” legato alla ricerca di lavoro e al training; “decentralizzazione della contrattazione salariale per una maggiore flessibilità nei contratti nazionali”. Il Fondo Monetario aggiunge che, anche se l’Italia ha già realizzato progressi sul fronte della giustizia civile come del mercato del lavoro (con il Jobs Act, ndr), “la piena attuazione di riforme già legiferate da tutti i livelli del Governo è necessaria per migliorare il contesto imprenditoriale”.

Fonte: www.futuro-europa.it

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