Reddito di cittadinanza, l’ennesima costosa utopia

di M. Gianola su “TheFielder

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Beppe Grillo con cadenza chirurgica rilancia la proposta del reddito di cittadinanza, uno dei punti cardine del programma politico delMovimento 5 Stelle. Intercettati i giornalisti, ha sùbito dichiarato: «Questa è un’iniziativa per i diritti e per la dignità di tutti i cittadini e non del M5S»; «Quel reddito è necessario, perché non possiamo far finta che non ci sia un sistema economico agonizzante». Che il sistema economico italiano sia agonizzante, o perlomeno non in perfetta forma, non si può che concordare, ma questa proposta potrebbe veramente essere una svolta? Ragioniamoci sopra.

Sono mesi che gli esponenti del M5S e taluni media ci descrivono come il reddito minimo garantito sia un istituto diffuso in buona parte d’Europa, nonché un metodo per rilanciare sia i consumi sia il mercato del lavoro. A ben vedere, esiste una Raccomandazione, la 92/441/CEE, che dice: «Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto a una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale a un livello sufficiente. Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale»; «il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea, ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri».

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In effetti, qualcuno potrebbe asserire che l’Unione europea abbia inserito una protezione sociale nel suo quadro normativo, ma in realtà si tratta meramente di una raccomandazione, una dichiarazione d’intenti che spinge al rafforzamento dello Stato sociale. Il DDL relativo presentato dalla compagine pentastellata sembra seguire quest’impostazione, addirittura andando oltre e indicando il reddito di cittadinanza come una componente fondamentale di una riforma complessiva del mercato del lavoro, per ridurre l’aleatorietà della ricerca di un nuovo impiego e aumentare la flessibilità del mercato sostenendo gli individui nell’intervallo tra un impiego e l’altro.

Addirittura si leggono interventi a sostegno su testate «autorevoli» che sostengono che quel che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi, che permette alle persone di cambiar lavoro con relativa tranquillità, soprattutto da giovani. Bene, forse sarebbe meglio iniziare a pensare che la «rete dei sussidi», come tutta l’impalcatura del welfare state, non è gratuita, ma notevolmente onerosa, spesso inefficiente e ingiusta, poiché pesantemente regressiva nella quantificazione della contribuzione fra chi produce reddito e chi, invece, lo consuma.

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La cosa è presente nella maggioranza degli altri Stati, dalla Germania all’Olanda. Il modello è un vero e proprio disincentivo al lavoro, una rete di protezione che acuisce l’inuguaglianza tra le classi lavoratrici e quelle che vivono sui contributi da esse pagate. Si pensi ai 780 euro del reddito di cittadinanza proposto dal M5S: chi avrebbe più incentivo a un lavoro part-time, spesso pagato meno, se lo Stato riconoscesse un sussidio maggiore? Di più: anche chi prende circa 1.000 euro/mese, come gli impiegati negli studi professionali, perché dovrebbe accettare un lavoro, coi costi logistici inerenti, se lo Stato garantisse un reddito similare? Non stiamo parlando di un salario minimo, come esiste negli USA o in Francia (lo SMIC), che stabilisce un floor sulla paga oraria e che già crea delle distorsioni nel mercato; qui si parla di riconoscere un vero e proprio stipendio a chi non lavora e al massimo accetta di seguire dei corsi di riqualificazione professionale o di svolgere dei lavori «socialmente utili» che già hanno mostrato la loro fallacia in questo Paese.

La vera sfida per il futuro non è quella d’estendere la rete dei sussidi (cosa che in futuro dovrà essere riconsiderata anche da quegli Stati che oggi ne fanno un vanto per la sostenibilità del modello), bensì quella di rendere fluido il mercato del lavoro, eliminando le barriere d’accesso, e d’agevolare i cittadini nel cambio d’impiego o nella riconversione professionale.

Si stima che il reddito di cittadinanza possa costare intorno ai 16 miliardi d’euro, che sarebbero posti a carico dell’Erario. I sostenitori dicono che quei fondi possono essere trovati dalla lotta all’evasione fiscale o dall’aumento della tassazione sul gioco d’azzardo. Ammesso e non concesso che si possano ancora trovare fondi dalla lotta all’evasione, si tratterebbe di un introito una tantum, non strutturale, che non può essere previsto a copertura di qualsivoglia istituto. Così come difficilmente sarebbe possibile aumentare la pressione fiscale su un settore, quello dei giochi, in cui già lo Stato è il maggior beneficiario degli introiti. Da qui alla previsione che un eventuale reddito di cittadinanza si trasformi in un nuovo inasprimento fiscale verso la popolazione, il passo è breve.

> Pagare tutti per pagare meno: un’illusione

Se proprio si volesse attuare una vera riforma a favore del lavoro, sarebbe opportuno concentrarsi su questioni ben più fondanti e necessarie alla fluidificazione del mercato. Se si volessero veramente impiegare 16 miliardi, sarebbe ben più opportuno destinarli al taglio d’ogni imposizione fiscale sul lavoro, alla «decontribuzione» dei nuovi assunti. In più ci sarebbe il nodo degli ammortizzatori sociali da riformare, eliminando la Cassa Integrazione Guadagni per spostare la tutela al reddito anziché al posto di lavoro creando un sussidio di disoccupazione universale, proporzionato al reddito precedente e decrescente nel corso dei 18 mesi seguenti fino all’azzeramento — come già avviene in diversi Stati dal mercato del lavoro più dinamico. L’idea rappresenta un modello di partenza su cui ragionare, ma è più facile promettere panem et circenses a spese collettive che non ragionare di riforme sistemiche e sostenibili per il rilancio dell’economia. Infatti, i nuovi populisti ignorano o fingono d’ignorare che, per poter ridistribuire la ricchezza, questa va prima prodotta, e non c’è modo migliore per aumentare il benessere della società che stimolare investimenti produttivi e lavoro. Cosa che può avvenire solo con un sistema-Paese più snello e meno costoso.

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