La malattia infantile del comunismo 

di Alessandro De Nicola

denicola

Nel 1979 uno dei più bravi giornalisti italiani, Alberto Ronchey, analista politico di prim’ordine, creò il cosiddetto Fattore K (K stava per Kommunizm ). Secondo Ronchey, in Europa occidentale la sinistra non poteva vincere le elezioni se al suo interno la forza dominante era un partito comunista. In effetti, l’assioma ha retto: finché è rimasta in piedi l’URSS, solo in Francia il Partito Comunista andò al potere ma come vassallo (poi cacciato) dei socialisti di Mitterrand.
Kart Marx sarebbe stato contento: l’inventore del materialismo dialettico aveva sfornato una serie di leggi implacabili della storia che poi si rivelarono fallaci. Vederne almeno una che riguardasse il comunismo e funzionasse gli avrebbe fatto piacere.
Bene. Qualche giorno fa si è concluso a Brighton il congresso annuale del Labour Party britannico, il primo dopo l’elezione-shock di James Corbyn a suo leader.
Corbyn, come è noto, propugna un programma vetero-socialista e pacifista, fatto di nazionalizzazioni, aumento delle tasse e della spesa pubblica, rinuncia al nucleare, sia civile che militare, eliminazione della scuola privata, forte ruolo di indirizzo dello Stato nella politica industriale, amicizia con Hamas ed Hezbollah. In cuor suo sarebbe anche per l’abolizione della monarchia e l’uscita del Regno Unito dalla NATO, ma a malincuore ammette che oggi non sono queste le priorità.
In un’intervista televisiva ha pure dato il benvenuto nel partito a trozkisti e comunisti: per sconfiggere il capitalismo tutto fa brodo.
Tale scelta è controintuitiva: i laburisti hanno appena perso le elezioni contro i conservatori in quanto il loro leader Miliband e il manifesto erano ritenuti troppo a sinistra (e lo erano moderatamente, meno di Fassina o Civati, per dire) e per tutta risposta Corbyn tira fuori un programma ancor più radicale?
Si pongono a questo punto due interessanti interrogativi. Il primo: esiste un erede del Fattore K per il quale in Occidente una forza estremista non può andare al governo se non eccezionalmente ed in posizione subalterna? Un fattore E per estremismo ( che non a caso Lenin definiva “malattia infantile del comunismo”) che si applica a destra come a sinistra e fa si che il Fronte Nazionale o il Partito per la Libertà olandese o Jobbik in Ungheria (o Donald Trump negli Stati Uniti), per quanto in crescita non saranno mai la forza-guida di un governo, così come non potranno esserlo il Labour di Corbyn, il M5S , il senatore Sanders negli USA o Podemos in Spagna? In Portogallo, l’elezione più recente, ha vinto addirittura il partito dell’austerità!
La duplice vittoria di Tsipras nel 2015 potrebbe essere la prova che il Fattore E non è un’implacabile legge storica. Dopotutto, un partito fino ad allora ai margini, dai toni e i programmi rivoluzionari, ha vinto per ben 2 volte le elezioni in Grecia. Tuttavia, forse Syriza non è una controprova calzante. In primis, per il noto fatto che la seconda vittoria è avvenuta sulla base di un promessa elettorale che prevede semplicemente di smussare il più possibile un programma dettato da Herr Schaeuble, Madame Lagarde e Mario Draghi. In secundis perché le condizioni elleniche, sia dal punto di vista della crisi economica che di cattiva reputazione delle forze tradizionali, Nea Demokratia e Pasok, sono difficilmente replicabili. In terzo luogo, perché l’estremismo deve sempre essere relativizzato rispetto al paese di cui parliamo: Syriza a inizio 2015 tutto sommato propugnava di continuare con le stesse politiche che per decenni avevano fatto la fortuna del Pasok, niente di più.
E a destra? In Finlandia (Veri Finnici) Norvegia e Danimarca (Partiti del Progresso), vi sono partiti populisti di destra al governo, ma in nessun caso esprimono il Primo ministro o rappresentano più del 20-21% dei voti: sono subalterni e, da bravi scandinavi, il loro tasso di estremismo è decisamente modesto.
Insomma, il Fattore E, pur non ancora sufficientemente provato, è avviato a sostituire il K. D’altronde, il candidato laburista a sindaco di Londra, per cercare di vincere, ha dichiarato al Financial Times che vuole fare della città la più “business-friendly” al mondo è mai aumenterà le tasse. Persino al congresso di Brighton, sotto pressione dei sindacati e dei parlamentari moderati, la mozione per l’abolizione dei Trident (i sommergibili nucleari britannici) è stata rinviata sine die con tanti saluti a Corbyn.
Insomma, è certamente vero che anche lo snaturamento in senso centrista dei partiti tradizionali non dura a lungo: dopo il New Labour di Blair che puntava a rappresentare il “radical centre”, sembrava impossibile si ripresentasse un partito più tradizionalmente socialista prima con Brown e poi con Miliband, eppure è accaduto. Tuttavia, il pendolo non può spostarsi fino al punto di scontentare ed impaurire quell’elettorato che era cambiato insieme al partito e ora non è disposto a riabbracciare vecchi dogmi. Questo vale anche per l’Italia: molto difficilmente sarà Landini a sostituire Renzi e se anche si riuscisse non andrebbe lontano alle elezioni. Il Fattore Extremismus sarebbe lì a sbarrargli la strada.

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