Scattone e il giustizialismo

di Alessio Torelli

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Dopo qualche settimana torniamo a parlare della vicenda di Giovanni Scattone:

un nome tristemente noto nel nostro paese per una complessa vicenda giudiziaria.

Scattone fu accusato, insieme a Salvatore Ferraro, dell’omicidio della studentessa dell’Università La Sapienza di Roma Marta Russo, uccisa da un colpo d’arma da fuoco il 9 maggio 1997 all’interno della Città universitaria. I due all’epoca erano assistenti universitari del corso di filosofia del diritto.

Fu un caso giudiziario e mediatico molto discusso e complesso, terminato nel 2003 con la condanna di Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio colposo aggravato, Ferraro venne invece condannato per favoreggiamento.

Non essendo colpevole di omicidio volontario, la Cassazione revocò a Scattone l’interdizione dai pubblici uffici, consentendogli così a fine pena di poter insegnare.

Ma torniamo ai giorni nostri.

Scattone adesso è un libero cittadino e torna agli onori delle cronache, avendo ottenuto una cattedra all’Istituto Luigi Einaudi di Roma, a seguito di un regolare concorso.

Quest’evento ha scatenato delle feroci polemiche per la stragrande maggioranza contrarie alla possibilità di Scattone di insegnare, fino ad arrivare alla rinuncia dello stesso all’insegnamento a causa di tali polemiche, che lo hanno reso “ non più sereno”.

Dov’è il problema in questa situazione? Punti di vista.

Il problema è questa sorta di “giustizialismo emotivo”.

Si ragiona in termini di “povera vittima” e “mostro assassino”. La solidarietà per la vittima e per la sua famiglia deve essere necessariamente in contrasto con il diritto di Scattone di rifarsi una vita?

No, decisamente no.

Non si può ragionare sempre in base all’emotività. Esiste l’articolo 27 della nostra Costituzione, che parla tra le altre cose della “pena che deve tendere alla rieducazione del condannato”, di conseguenza credo che chi abbia scontato la propria pena abbia il sacrosanto diritto di dimostrare di essere stato riabilitato e di ricostruirsi una vita e quindi di cercarsi un impiego. Inoltre mentre noi parliamo di Scattone, un condannato “famoso”, migliaia di signor nessuno scontano la propria pena e quando tornano in libertà, non trovano alcuna possibilità di ricostruirsi una vita normale e spesso questo li porta a tornare a delinquere.

Ma questi diritti, nell’Italia del linciaggio mediatico, nell’Italia che invoca la pena di morte, nell’Italia che vuole farsi giustizia da sé, non vanno di moda.

Insomma, se per la giustizia sei tornato ad essere un normale cittadino, per la morale comune la tua pena non finirà mai.

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