Il reddito minimo? Non significhi più tasse

di Serena Sileoni

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Il Movimento 5 stelle sembra prepararsi per tempo alle elezioni, insistendo sull’introduzione di un reddito minimo garantito. Una proposta altamente controversa, tra chi la rigetta per non voler assistere a una società in cui una minoranza di forza lavoro mantiene una maggioranza di indolenti e chi come Grillo vi vede la liberazione dall’incubo della disoccupazione, la moltiplicazione della ricchezza e l’affrancamento da una vita appiattita sull’assillo di dover portare i soldi a casa. 
Se non sarà l’uno, il reddito minimo non sarà nemmeno l’altro. In realtà l’introduzione di una simile misura si tradurrà in maggiore spesa sociale. Il resto sarà secondario rispetto a un effetto sulla spesa pubblica che è quanto di più lontano da ciò che possiamo permetterci. Curare la disoccupazione con un assegno mensile è come prendere un antinfiammatorio quando il dente duole. Il dolore passa, la carie resta. 
Credere che dare assegni alla fascia economicamente più debole della popolazione faccia diventare più ricchi vuole dire confondere redistribuzione e creazione della ricchezza. L’unico fenomeno che potrà accadere è che quello che verrà dato ad alcuni verrà tolto ad altri. Si può pensare che sia giusto, ma non che sia redditizio, a meno di non voler ancora ritenere che il sovrano sia un dio miracoloso. 
Quanto al giusto, gli argomenti sono due: uno di filosofia di vita e uno di giustizia sociale. Non si vive di lavoro e non si dovrebbe vivere solo per lavorare. L’ozio annoia, ma certo lavorare stanca, però il riposo di Tizio, per essere retribuito col reddito minimo, deve essere il lavoro di Caio. Una bella filosofia di vita, ma a proposito di giustizia poco corretta. 
Resta la giustizia sociale, l’unica ragione che forse potrebbe giustificare l’introduzione di una simile prestazione. Al prezzo, però, di tutte le altre forme e provvidenze di giustizia sociale. 
Quando si sente e si legge che l’Italia è tra i pochi paesi europei a non avere il reddito minimo garantito, si dice una mezza bugia e si omette una verità. Tutti gli stati europei hanno strumenti di solidarietà sociale, in un mix di sussidi e aiuti economici talora mirati e talora generalizzati ma sottoposti a rigide condizioni come l’obbligo di reinserimento nel mondo del lavoro e di prestazioni in servizi sociali. Non tutti hanno il reddito minimo garantito su base nazionale. 
L’Italia non è da meno. Non ha, è vero, un reddito minimo generalizzato, ma ha tante, e quindi confuse, forme di assistenza e aiuto all’indigenza e a situazioni di bisogno. Dall’esenzione per le prestazioni sanitarie, la scuola e l’università, ai trasporti pubblici gratuiti, a prestazioni in denaro come l’indennità di disoccupazione, gli assegni sociali, di invalidità e accompagnamento, sempre per restare alle più note. 
Dare soldi o dare servizi sono due modi diversi per un obiettivo identico e unico: aiutare chi non ce la fa, malgrado la sua volontà. Solo in questo senso il reddito minimo garantito può essere preso sul serio e può superare tutte le obiezioni, etiche e economiche, alla sua introduzione. Sarebbe una sorta di voucher unico, che avrebbe il vantaggio non secondario di disinnescare l’intermediazione politica e burocratica nella scelta del come, quando e a chi distribuire le risorse e che dovrebbe, di conseguenza, essere finanziato con i soldi che attualmente finanziano la medesima spesa sociale.
Ma c’è da scommetterci quello di cui si discuterà nel prossimo autunno sarà al più una proposta di legge finanziata con nuove tasse e risicati risparmi sui costi della politica, e non un modo completamente diverso dello Stato di porsi davanti ai contribuenti e di adempiere ai compiti che si è voluto assegnare.
Da CorrierEconomia, 28 Settembre 2015 

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