Le Regioni, colabrodo d’Italia

di Giulia Cortese

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La magistratura contabile lancia da anni allarmi e inchieste sui numerosi sprechi della politica, ma solo adesso qualcuno sembra sentire la sua voce. L’Italia, per giunta in un periodo di grave crisi economica, vive in mezzo agli sprechi più assurdi, spreca il denaro dei contribuenti ma, nonostante questo, continua a imporre ai cittadini tasse sempre meno sopportabili.

Ormai la politica è diventata per molti un business a tutti gli effetti: in altre parole, un porto a cui approdano avvocati, medici e ogni sorta di professionisti attirati dal denaro facile e dalla carriera all’insegna del potere e del dolce far nulla. Gli assegni vitalizi, poi, che sono raggiungibili anche dopo una o due legislature, sono più che consistenti e raggiungono cifre difficilmente alla portata di chi vive con altri tipi di attività. Si tratta di privilegi a cui nessun politico vuole rinunciare, indipendentemente dal partito di appartenenza. Finché c’è il popolo che paga, il gioco andrà avanti.

Nel pesare sempre di più sulle tasche dei contribuenti italiani, le nostre venti regioni, nonostante culture e dialetti diversi, sono quasi identiche l’una all’altra in termini di costi e di sprechi: tutte insieme, infatti, contano 1.118 consiglieri regionali: un costo annuale, per il cittadino italiano, che si aggira intorno ai 140 milioni di euro l’anno (280 miliardi delle vecchie Lire). Si tratta, in qualche modo, di un furto legalizzato alle tasche dei contribuenti, che vivono per pagare amministratori che non amministrano o, quando lo fanno, per ironia della sorte, lo fanno male. Nell’Italia multicolore e multietnica trovare regioni virtuose è un’impresa molto ardua, ma per fortuna non del tutto impossibile: Toscana e Lombardia si sono distinte dalle altre regioni dimostrando una più accurata gestione del bilancio.

Lo spreco, regola numero uno del politico del terzo millennio, è ormai parte integrante della cultura politica dei nostri amministratori. In Valle D’Aosta, per esempio, i deputati regionali si sentono dei veri e propri eroi per il semplice fatto di aver scelto di “accontentarsi” di ricevere uno stipendio pari al settanta per cento di quello dei parlamentari. Si tratta di un gesto che, numeri alla mano, potrebbe far risparmiare ai contribuenti locali una bella cifra rispetto agli esborsi delle altre regioni. Il gesto di “eroismo”, però, è soltanto di facciata. Il numero dei deputati valdostani, infatti, è a dir poco esorbitante: trentacinque per poco più di 120mila abitanti. Facendo un banale calcolo, emerge che ogni 3.500 abitanti uno siede in Consiglio Regionale. Va decisamente meglio ai piemontesi, i quali si accontentano di avere un consigliere regionale ogni 70mila abitanti. Si tratta di un abisso rispetto ai loro vicini di casa, ma con una variante: qui gli stipendi sono più alti dell’ottantacinque per cento rispetto a quelli dei parlamentari. La Sicilia è la regione d’Italia che, quanto a sprechi, ottiene il record dei primati negativi. Ce lo confermano i suoi novanta consiglieri regionali, che sono esattamente dieci in più di quelli della Lombardia, che però ha ben quattro milioni e mezzo abitanti in più. Gli stipendi dei consiglieri regionali siciliani hanno la particolarità di essere identici a quelli dei parlamentari di Montecitorio. Gli emolumenti che entrano nelle tasche dei consiglieri regionali entrano sotto molte voci: oltre allo stipendio lordo vi sono altre rendite non tassate, come la “diaria” (per i parlamentari è di 4003 Euro al mese), il rimborso spese per le missioni, i finanziamenti dai gruppi, i portaborse. Esistono inoltre le “indennità di funzione”, che alzano le entrate: fino al 120% per un presidente di giunta, o al 90-100% per i presidenti di commissione, segretari delle medesime, assessori e capigruppo. In molte regioni i consiglieri senza cariche si contano sulle dita di una mano. Se guardiamo ai guadagni dei politici, dai consiglieri comunali a quelli regionali, dai deputati ai senatori, ognuno di loro si può considerare una vera e propria azienda di famiglia, i cui guadagni vanno spartiti tra i soci, mentre i costi sono tutti a carico dei contribuenti. «Se i lavoratori e le famiglie – afferma l’Adoc, l’associazione dei consumatori più rappresentativa – sprecano sempre meno, a gettare il denaro dalla finestra come fosse carta straccia, ci pensano gli amministratori pubblici». Qualche esempio? In Umbria la giunta regionale, oltre alle migliaia di Euro che distribuisce ogni anno alle 634 sagre, ha approvato un avviso pubblico per la concessione di contributi a sostegno di tutte quelle feste o sagre in cui sono messe in atto azioni volte alla riduzione della produzione dei rifiuti, offrendo loro una torta di 80 mila Euro l’anno. Tutto a fondo perduto, ovviamente.

Le nostre 20 regioni sono dunque responsabili, in buona parte, del nostro enorme debito pubblico. Per le loro mani, passano 37 miliardi di euro di spesa pubblica, di cui solo un terzo viene speso in investimenti. Le regioni, in particolare, sono le prime a essere ferme al palo per quanto riguarda i tagli ai costi della politica. Il 2012, guardando alla manovra di Ferragosto, sarebbe dovuto partire con una riduzione sostanziosa delle spese derivanti da Consigli e Giunte Regionali: dal numero di politici stipendiati al numero dei loro emolumenti. La lista dei risparmi da portare a casa, entro il 13 febbraio, sarebbe stata lunga. Purtroppo, molte cose sono rimaste tristemente sulla carta. A proposito dei ripetuti episodi di corruzione e di sprechi nella politica italiana, è uscito nel 2012 il libro La casta invisibile delle Regioni, di Pierfrancesco De Robertis, il quale compie un “giro d’Italia” tra costi, sprechi e privilegi, auto blu, disservizi, società partecipate, enti inutili, viaggi merenda, sedi all’estero, maxi-stipendi e debiti record, pieno di risvolti sconosciuti e dati inediti sui venti piccoli “stati” che compongono il nostro Paese. Là cova una vera, voracissima “casta invisibile” e si annida buona parte dello sperpero del denaro dei contribuenti italiani. Un trend che si dovrà invertire al più presto, nell’interesse del Paese e, a questo punto, della stessa classe politica.

Fonte: www.lsblog.it

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