Un paese ripiegato su se stesso

di Angelo Giubileo

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Subito dopo l’estate è ripreso il dibattito sulla riduzione delle tasse in Italia, e in particolare sulle fonti di reddito d’assoggettare a minor peso fiscale. Vista la situazione italiana, la Ue auspica una riduzione delle tasse sul lavoro. Mentre, il governo italiano sembra preferire una riduzione delle tasse sulla casa. In effetti, questa diversità d’intese si spiega in ordine all’idea di welfare, presente e futuro, da progettare per il nostro paese. Un sistema che, nel presente, appare piuttosto ripiegato su se stesso e pertanto non orientato alla crescita produttiva, così come viceversa auspicato dall’Ue.

Le stime OCSE ci dicono che, al 2014, l’Italia è il 6° paese europeo con il livello di tassazione più alto sul lavoro: 48,2%, in aumento dello 0,4% sul dato 2013. Il dato del 48,2% si compone, in media, di costi pari a: 24,3% che rappresenta il costo previdenziale del datore di lavoro, 7,2% che rappresenta il costo previdenziale del lavoratore e infine 16,7% che rappresenta il costo relativo al reddito. E quindi, in media, gli oneri previdenziali pesano in pratica per 2/3 sul costo complessivo del lavoro. E allora, la domanda è: a quali condizioni, occorre che il costo del lavoro sia abbassato?

Quanto al nostro sistema previdenziale, esso vive purtroppo una crisi strutturale, a cui con fatica si è tentato di porre rimedi nell’arco dell’ultimo quarto di secolo. In particolare, il nostro sistema pensionistico opera con il criterio della “ripartizione”, in base al quale le pensioni dovrebbero essere pagate con i contributi dei lavoratori attivi, ma, in mancanza di risorse adeguate, come sta avvenendo negli ultimi anni di bilanci correnti dell’INPS, anche con l’apporto ulteriore di risorse finanziate dalla Tesoreria centrale e quindi attinte al bilancio complessivo delle entrate generali.

In passato, l’Italia, tra tutti i paesi avanzati e quindi in crescita, ha accumulato il debito pensionistico più elevato, che è parte del cosiddetto “debito implicito”, già stimato pari al 242% (OCSE) e 357% (FMI) del PIL. E questo, significa anche che, per far fronte all’impegno finanziario futuro del pagamento delle pensioni, in aggiunta ad una curva demografica prospettica tendenzialmente negativa, il governo sceglierà probabilmente di non ridurre il costo del lavoro. Ma, a parte gli esiti sperati, del Jobs act, così facendo è chiaro che non favorirà nuova occupazione. E quindi non migliorerà, a livello pensionistico, il rapporto tra contributi e prestazioni. Né fornirà un contributo, speriamo aggiuntivo, al futuro della crescita del paese.

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