Quei dipendenti non vanno sospesi, vanno licenziati

di Federico Cartelli (Direttore di thefielder.net)

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Dieci dipendenti — una caposala, quattro infermieri, due tecnici specializzati disinfettori e tre operatori sanitari — sospesi dal servizio per un anno. Ottocentocinquanta indagati a piede libero per truffa e timbrature irregolari. È questo il bilancio delle indagini — iniziate nel dicembre 2014 — condotte dalla Guardia di Finanza, che ha portato alla luce il vizietto d’alcuni lavoratori dell’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Davvero pesante la routine di questi stacanovisti: timbratura per sé — e magari per qualche collega — e poi via, a sbrigar faccende private ben più importanti dell’accudire i malati: chi andava a far la spesa, chi dal parrucchiere, chi a scaricare lo stress della giornata lavorativa con una rilassante passeggiata in riva al mare, chi preferiva la classica partita a carte al bar con gli amici. Il rientro era previsto per la sera, così da non far mancare in busta paga la retribuzione degli straordinari, sui quali si stanno concentrando gli ulteriori accertamenti della Guardia di Finanza.

Come spiegato dal procuratore Corrado Lembo, è stato possibile ricostruire e documentare minuziosamente tale condotta fraudolenta grazie all’installazione di telecamere nascoste nei pressi degli orologi marcatempo dell’ospedale. L’impressione è che sia stato scoperchiato il classico vaso di Pandora: le indagini proseguono e lasciano intravedere una fitta rete di complicità fra i dipendenti (il procuratore parla chiaramente di «una rete di scambio di favori messa in piedi dagli indagati»). E pensare che già nel 2013 un sindacalista dell’UGL, Raffaele Cicalese, aveva indirizzato una nota ai vertici della struttura sanitaria nella quale venivano espressi dubbi «circa l’esistenza dei controlli tanto sbandierati dal responsabile risorse umane». Lo strascico più ridicolo l’hanno fornito tre dei dipendenti sospesi che, come se nulla fosse, si sono ripresentati sul posto di lavoro, dal quale sono stati prontamente allontanati: uno di loro si aggirava tra i corridoi dell’ospedale in assoluta tranquillità.

Dinanzi a vicende come queste — non è questione di Nord o Sud: casi simili sono avvenuti in molte altre strutture pubbliche d’Italia — l’amarezza è davvero tanta. Innanzitutto, nel caso di Salerno parliamo di un ospedale: parliamo di lavoratori a stretto contatto con la vita umana e dalla cui condotta può dipendere il destino di un paziente. Ciò che colpisce è la totale assenza d’empatia nei confronti di chi si trova forzatamente in un letto d’ospedale, e lasuperficialità con cui si lascia spensieratamente il proprio posto di lavoro in balia degli eventi. Colpisce, poi, l’evidente rete d’omertà, che si traduce nell’assenza di controlli interni, nel luogo di lavoro, che così diventa preda dell’anarchiae del menefreghismo. Infine, è impossibile non pensare ai tanti disoccupati che un impiego lo vorrebbero ma non riescono a trovarlo, e si ritrovano a dover sentire di persone che usurpano il posto di lavoro per i propri affari personali. L’unico raggio di luce, perché un’eccessiva generalizzazione sarebbe sbagliata, è dato proprio da uno dei dipendenti che, stanco di sopportare — e probabilmente di subire — l’irresponsabilità dei colleghi, ha deciso di fare la segnalazione da cui sono partite le indagini. Un piccolo, grande gesto che ha un valore morale immenso: c’è ancora chi è innamorato del proprio lavoro e lo porta avanti con onestà.

Il problema di fondo, comunque, permane. Per questi furbacchioni e i loro finti controllori, la sospensione per un anno è un provvedimento fin troppo leggero. Chi si rende protagonista di queste condotte indecenti andrebbe non solo licenziato, ma interdetto per sempre dall’impiego nel settore pubblico. Che provino, questi timbratori seriali, a capire che cosa vuol dire davvero lavorare come dipendente nel privato, o si prendano la responsabilità e il rischio d’aprire e gestire un’azienda, se sono in grado. Troppo comodo vivere sulle spalle dei contribuenti — e, chissà, forse ben riparati sotto l’ombrello di qualche partito — sapendo che, al massimo, si riceve uno schiaffetto sulla mano. Al settore pubblico vanno applicate le stesse procedure di licenziamento previste per il privato: ma qui entriamo nel campo minato della volontà politica, la stessa che è mancata al governo Renzi d’estendere, ad esempio, il Jobs Act agli statali. Questa disparità di trattamento è una di quelle incrostazioni della Prima Repubblica che andrebbero sanate ma che puntualmente vengono confermate da ogni governo. Ma, probabilmente, anche questo è dovuto all’eccesso di neoliberismo selvaggio che sottomette l’Italia.

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