Il vivaio europeo dell’Isis

di Giulia Cortese 

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Uno spettro si aggira per l’Europa: quello di una nuova leva di foreign fighter, ovvero cittadini con passaporti europei, che ingrossano le fila delle milizie dello Stato Islamico in Siria e in Iraq ed ora anche in Libia. Non è solo una questione di numeri, comunque in crescita, ma piuttosto della presa d’atto della capacità, anch’essa in crescita, dimostrata dal “dipartimento comunicazione” dell’Isis, nell’usare le “video decapitazioni” e le minacce all’Occidente come potente strumento di propaganda e di reclutamento dal vasto bacino europeo di simpatizzanti della Jihad, composto da giovani musulmani di seconda o terza generazione.

“Sono ormai più di tremila gli europei che si sono uniti ai jihadisti dell’Isis in Iraq e Siria”, ha denunciato il coordinatore europeo contro il terrorismo Guilles De Kerchove. Cresce il numero dei reclutati e quello dei Paesi da cui provengono: in Europa, soprattutto da Francia, Gran Bretagna (da qui proviene il tristemente famoso “Jihadi John”), Belgio, Olanda, Finlandia, Norvegia, Irlanda, Danimarca. Molti di loro si addestrano nelle trincee mediorientali per poi far ritorno nel Vecchio Continente, pronti a colpire nel nome di una rivoluzione (jihadista), capace di sovvertire l’ordine esistente.

Nei rapporti riservati della nostra intelligence, che li ha posti sotto controllo, i foreign fighter sono la punta estrema di un fenomeno che non è coeso in un unico nucleo, bensì frammentato. Di italiani che si sono avvicinati all’Isis ce ne sono parecchi, spesso reclutati e indottrinati via Internet. Per frenare l’influenza della rete come strumento di reclutamento e trasmissione di notizie, la nostra Polizia Postale ha oscurato, in questi giorni, ben 70 siti, collegati alla Jihad islamica. Le immagini che hanno per oggetto le stragi dell’Isis hanno, evidentemente, una grande presa sul pubblico della rete: sono stati pubblicati circa 175.000 video riguardanti la decapitazione del giornalista americano James Foley. Tra questi, soltanto i tre più popolari hanno generato circa 7 milioni di visualizzazioni.

I volontari italiani provengono principalmente dalle città del Nord come Brescia, Torino, Ravenna, Padova, Bologna e diversi piccoli centri del Veneto, ma anche Roma e Napoli. La gran parte, almeno l’80 per cento di loro, sono italiani convertiti all’Islam da poco. Ci sono anche figli di immigrati di seconda generazione.

Il fenomeno dei combattenti occidentali fa paura, perché rispetto ai tempi di Osama Bin Laden e delle Torri Gemelle, l’Isis sembra avere una maggiore capacità d’attrazione dei giovani musulmani che vivono nelle città europee ed americane. Un fenomeno molto limitato, assolutamente marginale rispetto alla grande massa di fedeli islamici, ma – secondo esperti di sociologia delle religioni e di sicurezza – da non sottovalutare. Frustrazione sociale e personale, mancata integrazione, ricerca di un’identità forte, necessità di trovare un proprio ruolo esistenziale dopo la morte delle ideologie: sono questi i motivi che hanno spinto alcuni giovani occidentali ad abbracciare la causa dell’Isis, compresi i ragazzi americani, alcuni dei quali sono stati fermati prima che si unissero i miliziani islamici in Siria.

A Cremona era attivo Adhan Bilal Bosnic, ritenuto uno dei principali reclutatori dell’Isis e considerato dagli analisti uno dei sostenitori del Califfato in Siria, oltre che uno dei leader wahabiti integralisti. È noto sui siti integralisti il suo video che inneggia alla distruzione degli Stati Uniti con slogan del genere: “Con esplosivi sul nostro petto costruiamo la via verso il paradiso”.

Se il web aumenta la capacità pervasiva di radicalizzazione, secondo l’intelligence andrebbe certamente tenuta sotto maggiore controllo l’attività svolta nelle moschee. Mentre in molti Paesi islamici esiste un ministero degli Affari religiosi, che a volte valuta in anticipo i sermoni tenuti da Imam conosciuti e controllati, da noi questo non accade. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano, come aveva già fatto il sottosegretario con delega ai servizi Marco Minniti, ha minimizzato sull’incidenza tra i migranti di potenziali terroristi islamici. In Italia c’è, tuttavia, un clima di grande preoccupazione. Secondo le relazioni della nostra intelligence, infatti, sarebbero almeno duecento gli “ufficiali di collegamento” monitorati dai nostri servizi, perché rientrati nel nostro Paese dopo un periodo di addestramento in basi segrete, per lo più in Afghanistan. Rappresentano un fenomeno del tutto nuovo e in controtendenza, rispetto agli altri Paesi europei come Gran Bretagna, Germania, Francia e Belgio.

A capo di piccoli gruppi di intervento, dediti per lo più alla raccolta di fondi e al reclutamento, secondo gli esperti sarebbero pronti, nel momento in cui arrivasse l’ordine, a trasformarsi in micro-cellule terroristiche, o a fornire supporto logistico per l’organizzazione internazionale di eventuali attentati. Il fenomeno, seppure in misura minore, riguarda anche le donne. Alcune ragazze italiane, infatti, scelgono come religione l’Islam, quasi sempre in seguito alle nozze con musulmani integralisti.

Difficile fare una stima precisa del fenomeno, poiché per contrarre matrimonio con un musulmano basta recitare, all’interno di una moschea e in presenza di due testimoni e un imam, la Shahada, la professione di fede. La prima donna balzata agli onori della cronaca per essersi convertita all’islam è Barbara Farina (poi diventata Aisha), moglie del senegalese Abulkair Fall Mamour, in passato Imam della moschea di Carmagnola ed espulso dall’Italia poiché inneggiava apertamente al terrorismo dando il suo beneplacito alle gesta di Al Qaeda. In altri casi, proprio le convertite radicalizzano il proprio credo, spingendosi fino al fondamentalismo, in nome di Allah.

Fonte: futuro-europa.it

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