Corporazioni scalfite ma non sconfitte

di Alessandro De Nicola

denicola

Lo scorso 8 settembre si è tenuta una strana iniziativa, il No Casta Day, promossa dai parafarmacisti e da qualche associazione di consumatori o culturale. L’evento non ha avuto grande risonanza e la sua visibilità si è limitata ad un po’ di attività sui social media e ad un presidio davanti a Montecitorio con camici e maschere bianche. Perché vale la pena rammentarlo allora? Innanzitutto perché, a memoria, è il primo appuntamento di questo genere che viene organizzato in Italia. Di solito la liberalizzazione dei mercati è lasciata nelle mani di una élite di tecnocrati (accademici o funzionari di autorità indipendenti e ministeri, supportati da qualche raro politico o giornalista) e la contestazione pubblica è di chi vi si oppone (avvocati, farmacisti, taxisti, carrozzieri e, con un vigore inaspettato per la pacata categoria, notai, che ormai usano Twitter più dei fan adolescenti di Justin Bieber): che qualcuno scenda in piazza per aprire i mercati è perciò degno di nota.

Peraltro, ora l’aula di Montecitorio sta discutendo il disegno di legge sulla concorrenza presentato dal governo su iniziativa del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi. Sebbene sia dal 2009 che la legge prevede l’approvazione di una norma annuale sulla concorrenza, preparata su impulso dell’Autorità antitrust, questa sarebbe la prima volta che governo e parlamento rispettano l’impegno e già questa è una bella novità.

Tuttavia, come è noto, rispetto all’impianto originario il ddl è stato fortemente annacquato. Tra gli aspetti positivi rimasti c’è da notare la liberalizzazione dei prezzi dell’energia a partire dal gennaio 2018 (con possibile rinvio di massimo 6 mesi), la maggior facilità ad aprire distributori di carburanti, l’ingresso delle società di capitali sia nelle farmacie (con relativa abrogazione del limite di proprietà di massimo quattro esercizi) che nelle associazioni professionali (limitato ad un terzo del capitale sociale), ivi comprese quelle che includono avvocati e che potranno a loro volta essere costituite in forma societaria.

I notai se la cavano come sempre alla grande: ciascun professionista potrà esercitare in ambito regionale e non solo nel suo distretto e, se e quando il ministero della Giustizia smetterà di dormire sonni profondi e i candidati non verranno tutti bocciati, il numero dei notai potrebbe passare da 5 mila a 12 mila (se succede entro cinque anni prometto fin d’ora di mangiarmi il cappello come Rockerduck). Almeno le srl semplificate, però, potranno essere costituite per scrittura privata senza bisogno di formalità se non il deposito dello statuto. Le Poste, a partire dall’anno prossimo, non avranno più il monopolio delle notifiche degli atti giudiziari e le farmacie potranno tenere aperti i battenti quanto loro aggrada. Molte norme sono poi dedicate a banche, assicurazioni e telefonia: non si può dire che esattamente stimolino la concorrenza, semmai aumentano la trasparenza, diminuiscono le frodi, proteggono il consumatore.

Ciò che è rimasto per strada, però, è ancor più importante. I limiti sopra citati (tipo il tetto per i soci di capitale di un terzo di proprietà degli studi professionali) non c’erano. Inoltre, era prevista la portabilità dei fondi pensione (ogni dipendente sarebbe stato libero di cambiare a favore di uno meglio gestito), sostituita da un tavolo di consultazione (no comment) e le assicurazioni non avranno la libertà di indicare il proprio carrozziere di fiducia all’assicurato che sarà libero di scegliersi il suo (lobby dei carrozzieri). Abbattute senza pietà le norme sulla concorrenza nei trasporti (salvo l’ammissione dei risciò), sull’incompatibilità di esercizio di funzioni regolamentari e commerciali delle Autorità Portuali, sulla vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie.

E qui torniamo al punto di partenza. Perché diventa così difficile far passare provvedimenti che sono nell’interesse dei consumatori, del mercato e della sua efficienza? Per un motivo molto semplice: mentre gli interessi diffusi sono figli di nessuno, portando grandi benefici generali ma piccoli vantaggi pro capite , quelli particolari hanno difensori agguerritissimi che possono perdere rendite di posizione assai vantaggiose.

Apparentemente non esiste via d’uscita, se non quella di creare interessi altrettanto forti. Quando Margaret Thatcher decise negli anni ’80 di privatizzare British Telecom, sia la cultura generale, sia gli interessi costituiti (i sindacati) erano fortemente contrari. Cosa fece la Lady di ferro? Creò una lobby favorevole offrendo pacchetti di azioni a prezzi scontatissimi a tutti i dipendenti ed improvvisamente le Trade Unions si trovarono a predicare nel deserto.

Per le liberalizzazioni la situazione è identica. Il governo ha provato a coalizzare gli avvocati per diminuire gli atti riservati ai notai (vendite di immobili commerciali sotto i 100 mila euro), ma il provvedimento era scritto male e non c’era stata un’adeguata consultazione coi diretti interessati. Ma proviamo a pensare: sono di più i farmacisti laureati che cercano lavoro e le parafarmacie o i farmacisti proprietari di farmacie? Sono più i conducenti di auto a noleggio e gli aspiranti autisti di Uber o i taxisti? Ed avvocati e commercialisti, con adeguata preparazione non possono svolgere molte delle funzioni oggi in mano ai notai? E come è possibile che consumatori ed assicuratori si facciano battere dai carrozzieri? E i lavoratori non possono essere convinti a scavalcare i sindacati sulla portabilità dei propri risparmi, così come furono convinti quelli britannici?

Nel momento in cui emergerà una forza politica che combinerà la dedizione agli interessi generali e all’efficienza del mercato con l’acume di coalizzare quegli interessi particolari che in un determinato momento storico coincidono con quelli diffusi, sono certo che il premio degli elettori non tarderà ad arrivare.

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