USA, verso l’abolizione della pena capitale?

di Giulia Cortese

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Si intensifica, negli Stati Uniti, la lotta contro l’esecuzione della pena capitale. Recenti episodi hanno scosso l’opinione pubblica, intaccando notevolmente la percentuale dei cittadini favorevoli a questa pratica. Sotto accusa sono i metodi utilizzati per uccidere i prigionieri che, come dimostrano casi recenti, causano sofferenze atroci.

Simbolo di questa battaglia, giunta fino alla massima Corte a Washington è l’esecuzione di Clayton Lockett, circa un anno fa, in Oklahoma: il condannato a morte aveva impiegato 43 minuti per morire dopo l’inizio della procedura. L’ottavo emendamento della costituzione americana vieta espressamente l’utilizzo di pratiche punitive “crudeli ed inusuali”. Di fatto, le cose vanno diversamente. Il Death Penalty Information Center di Washington ha pubblicato una lista parziale di esecuzioni difettose, che copre un periodo di 32 anni, dal 1982 al 2014.

Negli anni, l’iniezione letale è diventato il metodo più usato per giustiziare i condannati. Persino il Texas, nel 1990, fu costretto ad abbandonare l’uso della sedia elettrica, quando le teste di due prigionieri presero fuoco durante l’esecuzione. Il Texas è lo Stato che, in assoluto, ha eseguito il maggior numero di condanne a morte: 1.280 dal 1819, con 326 esecuzioni dal 2000 ad oggi.  Il mix di droghe utilizzato per l’esecuzione di condanne a morte negli Stati Uniti resta valido per la Corte Suprema, la quale ha confermato, dopo il caso Lockett, la possibilità di utilizzarlo nelle iniezioni letali.

Sulla questione della pena capitale incidono molto le pressioni da parte della comunità internazionale, soprattutto dopo la ratifica della moratoria universale da parte delle Nazioni Unite nel 2007. In quell’occasione gli Stati Uniti votarono contro, ma la vicenda fece tornare di attualità il dibattito sull’opportunità di mantenere le esecuzioni nel sistema giudiziario statunitense. Lo scorso anno, la Commissione europea ha inoltre vietato la vendita agli Stati Uniti di sostanze chimiche che possano essere utilizzate per le esecuzioni capitali. Sotto la spinta dell’opinione pubblica, negli ultimi otto anni, la pena di morte è stata abolita in sette stati e, secondo diversi osservatori, le esecuzioni sono in progressivo declino in tutti gli Stati Uniti. Lo scorso 27 maggio, il Parlamento dello Stato del Nebraska ha abolito la pena capitale dopo un lungo processo legislativo, complicato da un veto posto dal governatore repubblicano Pete Ricketts, successivamente superato con una nuova votazione parlamentare. L’ultima esecuzione in Nebraska risaliva al dicembre del 1997.

Il primo Stato ad abolire la pena di morte fu il Michigan nel 1846, seguito sette anni dopo dal Wisconsin. Il processo di abolizione è stato piuttosto lento e in alcuni casi è avvenuto in seguito a sentenze dei tribunali e non grazie alle iniziative parlamentari. Attualmente in California ci sono 743 persone in attesa dell’esecuzione della loro condanna a morte: è lo stato con il maggior numero di condanne di questo tipo, seguito dalla Florida con 403 e dal Texas con 276. Le persone in carcere in attesa di esecuzione sono oltre 3.000 in tutti gli Stati Uniti.

È indubbio, tuttavia, che il tema della pena capitale in USA resta altamente politico: dalla motivazione del verdetto sul caso Lockett e dalle reazioni a queste, emerge chiaramente la profonda spaccatura che ha caratterizzato il dibattito tra i giudici costituzionali. Così, se da una parte la decisione favorevole alla pratica dell’iniezione letale è stata motivata con la “mancanza di un metodo alternativo che garantisca un’esecuzione meno dolorosa”, dall’altra, almeno due giudici sul fronte opposto non hanno mancato di chiedersi se non sia proprio la pena di morte a violare l’ottavo emendamento della Costituzione e se la Corte non debba valutare più approfonditamente la questione.

Fonte: www.futuro-europa.it

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