L’illusione di costruire la società 

di Alberto Mingardi

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I recenti tentativi di “state building” hanno fallito, e «dal Belgio alla Grecia,dall’Iraq alla Siria, a tanta parte dell’Africa, vanno in crisi anche gli Stati inventati nell’epoca d’oro di quella costruzione sociale». È possibile che non siamo più capaci “a fare gli Stati”?
La notizia della morte dello Stato è stata fortemente esagerata: il Leviatano presunto agonizzante continua a ingurgitare metà del prodotto interno lordo dei Paesi occidentali. Ma se serra la presa sui redditi dei suoi sudditi come non mai, non è detto che quest’istituzione non stia attraversando una crisi profonda. Siamo anzi forse circondati da dibattiti e precise scelte di policy che rappresentano il tentativo di rispondere con un ritocco di superficie, a quello che invece è un problema di struttura.
Caricandosi sulle spalle la lezione di Niklas Luhmann, col suo nuovo libro Luca Diotallevi prova a sciogliere il trucco. L’ordine imperfetto è un sentiero tutto in salita per il non specialista, ma conduce a un panorama notevole. Per Diotallevi, la fabbrica del moderno produce «differenziazione sociale». Questa crescente differenziazione è ciò che ci dà la complessità in cui viviamo: l’articolazione delle società è sempre più ramificata, le domande a cui dare risposta diventano, di conseguenza, sempre più varie. Per soddisfarle, servono «organizzazioni», realtà istituzionali ben definite e orientate al raggiungimento di un particolare fine. Peccato che «nessun sottosistema sociale, e dunque meno che mai il sistema della società,può essere organizzato». Una singola«organizzazione», per quanto ben congegnata, non può bastare: proprio perché plurali, e continuamente cangianti, sono bisogni e preferenze. 
La società è un gigantesco puzzle restio a farsi comporre sulla base di un disegno predeterminato. Per questo non possiamo più leggere la modernità come una piramide al vertice della quale sta lo Stato. Il “primato della politica” coincide con quel «progetto prima e altrimenti letteralmente impensabile di organizzare l’intera società» che coincide conio Stato moderno.
Il destino dello Stato sembrava essere il livellamento del territorio sul quale rivendicava il monopolio della violenza. Nel mondo degli Stati, quello che giunge al proprio massimo, si fa per dire, “splendore” con le due guerre mondiali, la differenza saliente è quella che sta scritta sul passaporto. Ma quando capitali e persone riacquistano, sia pure con tutti i limiti del caso, la loro libertà di movimento, ecco che sono altre ad apparire come le differenze più salienti. La globalizzazione segnala «rivincita dei luoghi». Ritrovano centralità le città. In parte, ciò avviene perché non sta scritto nella pietra che dimensioni e forma organizzativa dello Stato nazionale siano quelle ottimali, per rispondere alle diverse domande di cui si fa carico. In parte, è il riaccendersi di una antica conflittualità, «fra principio statuale e principio civico». Paradossalmente, i grandi Stati nazionali sono esclusivi, fondati su un noi-contro-di-loro. Al contrario, le città sono inclusive: da sempre punto di passaggio e piazza pero scambio e per il confronto. 
Lo Stato moderno d è entrato talmente nelle viscere, che di fatto non riusciamo nemmeno a pensare un mondo “dopo” di esso. La sua vittoria più straordinaria è forse aver chiuso gli occhi su quelle che non sono sfumature né variazioni sul tema della statualità. Diotallevi invita a guardare all’Inghilterra come altri, prima di lui, suggerivano di avvicinarsi alle esperienze della Svizzera, delle Province Unite, della Lega Anseatica. C’è un’«altra metà del cielo» nella modernità, suggeriva Gianfranco

Miglio. Con questo libro, Luca Diotallevi calibra il telescopio per osservarla. 

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