Campi Rom, quale soluzione?

di Giulia Cortese

  
Roma – Se il 2013 ha rappresentato l’annus horribilis dell’immigrazione in Italia, con la terribile strage del 3 ottobre costatata la vita a 368 persone, il 2014 è stato l’anno delle proteste, degli scandali e delle promesse mancate. L’epilogo dell’anno che abbiamo alle spalle è caratterizzato da due notizie che arrivano dalla Capitale, con lo scoppio delle proteste a Tor Sapienza, periferia est di Roma, e lo scandalo dell’inchiesta Mafia Capitale. Due fatti che vedono protagonisti, loro malgrado, immigrati e rifugiati e riaprono il dibattito sulla gestione dell’accoglienza nel nostro Paese e sul business che ne consegue.

Come è stato messo in luce dall’inchiesta giudiziaria, per la “mafia nera” che comandava su Roma, gli immigrati erano un business favoloso. Messi da parte gli ideali politici, la banda fascista che rispondeva agli ordini di Massimo Carminati, arrestato insieme ad altre 36 persone, aveva trovato nell’accoglienza dei profughi e nella gestione dei campi Rom l’occasione per intascare milioni di euro.

I fondi per i centri d’accoglienza sono un piatto ricco e il sodalizio criminale ipotizzato dagli inquirenti faceva in modo che parte di questi finanziamenti finissero nelle tasche di cooperative amiche. “La gestione dell’emergenza immigrati è stato ulteriore terreno, istituzionale ed economico, nel quale il gruppo riconducibile a Buzzi si è insinuato con metodo eminentemente corruttivo – si legge nell’ordinanza di applicazione delle misure cautelari firmata dal gip Flavia Costantini – alterando per un verso i processi decisionali dei decisori pubblici, per altro verso i meccanismi fisiologici dell’allocazione delle risorse economiche gestite dalla PA”.

Un sistema studiato per far arrivare i soldi pubblici ai gestori amici “che si dividono il mercato”. E il mercato dei fondi statali per i centri di accoglienza per gli immigrati è immenso. Gli inquirenti parlano della “possibilità di trarre profitti illeciti immensi, paragonabili a quelli realizzati in altri settori criminali come lo smercio di stupefacenti”. Le intercettazioni parlano chiaro.

Sono stati proprio i campi nomadi di Roma, in particolar modo quello di Castel Romano, ad offrire un “terreno fertile” per la criminalità romana, dove si intrecciavano e si combinavano illecite intese con la pubblica amministrazione, reati sul versante economico e tributario, violazioni costanti della legalità prevista dal codice degli appalti. La “29 giugno” (tramite la Eriches 29, un’altra coop della galassia Buzzi) per la gestione di Castel Romano, ha ricevuto dal Campidoglio circa 2 milioni di euro nel giro di un solo anno.

Il piano nomadi dell’ex sindaco Gianni Alemanno prevedeva la costruzione di 13 campi attrezzati per ospitare i circa seimila Rom della Capitale. Il piano dell’attuale sindaco Ignazio Marino prevede una spesa di circa 20 milioni di euro all’anno per il loro mantenimento, ma le condizioni di vita degli ospiti nei campi peggiora sempre di più ed aumentano i reati a loro attribuiti. Oggi i campi Rom della Capitale sono in preda a degrado, illegalità e contrasti etnici. Da Tor Sapienza a via di Salone, non si contano i roghi tossici.

Secondo l’associazione “21 luglio”, che tutela le comunità rom e sinti in Italia, è ora che il Sindaco Marino intervenga ed inverta la rotta mantenuta fino ad oggi. “La nostra richiesta è di rimuovere tutti i profili di illegalità che stanno alla base della gestione dei centri di raccolta e dei campi nomadi – spiega Carlo Stasolla, portavoce dell’associazione – si è smascherato qualcosa di preoccupante e speriamo che questo possa segnare una svolta. Basta con una gestione che mantiene questi sistemi di illegalità che oggi hanno un nome e domani rischiano di averne un altro e iniziamo a spendere i soldi in maniera utile e intelligente, cioè chiudendo questi posti”.

Per Stasolla, una via d’uscita c’è ed è l’istituzione di un “ufficio di scopo” che abbia come obiettivo quello di chiudere i campi. “Le risorse ci sono – conclude Stasolla – cioè quelle attualmente impiegate, ora manca la volontà. Dopo tutto questo, sarebbe assurdo reiterare la stessa politica, cambiando nomi e appaltatori”. L’associazione 21 Luglio, citando una lettera inviata dalla Direzione Generale Giustizia della Commissione Ue al Governo italiano, sottolinea come l’Italia stia rischiando una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, per via delle politiche abitative segregative nei confronti dei nomadi. L’Unione europea accusa il governo italiano di non voler risolvere i problemi della comunità Rom. Insomma, non spendiamo abbastanza per il loro benessere. Secondo i relatori “non servono soluzioni ‘speciali’, ‘temporanee’ e ‘ghettizzanti’, ma progetti di inclusione abitativa, sociale e lavorativa, finalizzati alla reale autonomizzazione dei rom”.

Fonte: futuro-europa.it

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