I regolatori non amano l’impresa

di Alessandro De Nicola

denicola
In un recente articolo, l’ex- Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha scritto che le banche e l’attività bancaria poggiano sulla fiducia. Ma, mentre ci vogliono anni per costruire la fiducia, per dilapidarla basta un attimo. Seppur ci sia del vero in quanto affermato da Trichet, tuttavia l’ammonimento non si applica solo agli istituti di credito, tant’è che una delle frasi più citate di Warren Buffet è “ci vogliono 20 anni per costruire una reputazione e 5 minuti per rovinarla”. Forse l’aspetto più preoccupante nel mondo della finanza è che mentre nel campo dell’aviazione civile o dell’industria automobilistica i consumatori sanno distinguere tra una Ferrari e una Trabant o tra la nordcoreana Air Koryo e la Singapore Airlines, specialmente dopo la crisi del 2007-2008 la sfiducia può colpire l’intero sistema bancario, .

Naturalmente ciò ha conseguenze molto gravi per l’intera economia, perché sebbene la finanza dovrebbe rappresentare l’olio che permette agli ingranaggi produttivi di funzionare al meglio, fornendo denaro a chi investe e custodendolo per chi risparmia e rischia, in caso di diffidenza generalizzata può trasformarsi in sabbia per questi medesimi meccanismi. E gli esempi citati dall’ex governatore sono notevoli: dalla manipolazione del mercato Libor all’aggiramento delle sanzioni economiche internazionali. Notevoli anche le multe e le spese legali sopportate dalle banche: 300 miliardi di dollari.

In questi casi l’istinto del legislatore o del regolatore è sempre che “bisogna fare qualcosa”, intendendosi con qualcosa la creazione di una nuova norma, disposizione, provvedimento, regolamento, cavillo che fermi i comportamenti viziosi e premi quelli virtuosi. Anche in questo frangente non sono state fatte eccezioni: la produzione legislativa sia nazionale che internazionale e poderosa, ma mi soffermerei sulle recentissime Linee Guida di Corporate Governance emanate a luglio dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, composto dai rappresentanti delle più importanti banche centrali e da altre istituzioni.

Le Linee Guida non hanno valore cogente, ma i membri del Comitato si impegnano ad aderire a quanto producono i loro esperti, conformando gli ordinamenti nazionali.

Ebbene, ciò che risalta di più nell’elenco di raccomandazioni (solo in parte nuove) è che l’attività bancaria si avvia a diventare sempre meno imprenditoriale e sempre più una public utility in cui privati mettono i capitali, le pubbliche autorità li guidano e la concorrenza è fortemente limitata.

I regolatori fanno subito capire l’antifona in apertura di documento quando stabiliscono che la corporate governance bancaria deve salvaguardare gli interessi degli azionisti, in conformità con il pubblico interesse (non la legge, il “pubblico interesse”, definito di volta in volta con scelta politica da parte del governo o l’autorità di vigilanza) e che, comunque, non solo il tornaconto dei soci è “secondario” rispetto a quello dei depositanti ma si deve anche tenere in considerazione quello degli altri “stakeholders” (chi? Ah saperlo…).

Se si vuol dire che bisogna star attenti a non far fallire le banche, gli interessi di azionisti e depositanti coincidono; se invece si vuol esortare a essere trasparenti nei rapporti con i clienti, ci pensa il diritto dei consumatori; se si incoraggia a concedere tassi di deposito più alti o applicare commissioni più basse, prima di tutto dovrebbe pensarci il gioco concorrenziale, in secondo luogo come si può chiedere agli investitori di sforzarsi a guadagnare di meno?

L’altro concetto magico presente in tutto il documento è quello di “controllo e gestione del rischio”. Le banche devono comunicare e stabilire il “Risk appetite” (la propensione a rischiare), la funzione più citata è quella del Risk management, le remunerazioni non possono incoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi e le autorità di vigilanza devono essere continuamente informate e coinvolte nella definizione ed attuazione della corporate governance più adatta nonché delle strategie di rischio e verificare che venga diffusa un’adeguata cultura del rischio. Inoltre, il consiglio di amministrazione dovrà essere molto attivo è composto da persone con una preparazione specifica del settore.

Ora, tutte queste cose a prima vista sembrano ragionevoli: chi potrebbe affermare che la banca può prendersi rischi eccessivi o essere governata da tizi impreparati?

Peraltro, da un altro punto di vista è inevitabile pensare che il livello di rischio “accettabile” sarà spesso influenzato dalla volontà di compiacere il regolatore, ostacolando così elementi essenziali dell’attività di impresa come innovazione e concorrenza, anche nel reperimento dei migliori talenti. E non è scontato che un cda non possa beneficiare dall’avere al suo interno un capace imprenditore o professionista il quale, pur privo di grande esperienza del business creditizio, arricchisca la visuale degli altri componenti che altrimenti rischiano di ragionare in termini autoreferenziali.

I regolatori, come si diceva durante i moti rivoluzionari del 1848, tendono a fare le barricate con i mobili altrui: vorrebbero decidere cosa è accettabile, rischioso e socialmente utile, poi si stupiscono se diventa difficile reperire capitale dagli investitori. Strano no?

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