Caffè Liberali: Il male antico del Meridione, incolpare gli altri del suo mancato sviluppo

di Antonluca Cuoco

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Conversazione con il giornalista e scrittore Vladimiro Bottone

Ogni anno la associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – Svimez – ci presenta il suo Rapporto sul Sud, con annessi dati e moniti di circostanza. Anche quest’anno, i numeri continuano a rappresentare un Pil negativo per il settimo anno consecutivo, un divario con il Nord ai livelli del 2000 con il 62% dei meridionali che guadagna meno di 12mila euro all’anno. Assieme a tutto ciò è sempre bene ricordare, da parte del Sud, anche il mancato uso dei Fondi europei (12 miliardi gettati via solo tra il 2007 e il 2013), o l’uso indegno dei soldi restanti, che da decenni servono per finanziare il consenso alla politica meridionale. Al Sud i soldi pubblici sono il problema e non la soluzione ed è davvero sorprendente chi propone ancora di risolvere la crisi del Mezzogiorno ricorrendo ai vizi che l’hanno causata. La ragione di fondo del deperimento del Mezzogiorno non sta nella mancanza di risorse o di politiche statali, ma nel suo contrario…cioè nell’uso pluridecennale dei soldi pubblici come droga. I soldi nel Sud arrivano, vengono distribuiti nelle forme più schifosamente assistenziali e clientelari, impediscono la nascita di mercati, disabituano la gente al rischio di impresa, alla fatica e al gusto del lavoro. Ecco perché il Sud tornerà ad avere motivi di speranza solo se si libererà di questa droga. Un cambiamento nelle analisi politiche e sociali e quindi nelle proposte economiche però non basterà a questo Sud per vedere la luce della crescita; resta indispensabile una consapevolezza matura e adulta di chi siamo, come eravamo e perché siamo finiti al punto in cui ci troviamo. La risposta alla condizione drammatica del Sud, pertanto, non può che venire da Sud ma per essere compiutamente endogena occorre che il capitale umano cresca in conoscenza e istruzione. Ogni tre anni, ad esempio, un campione di 500mila studenti quindicenni in tutto il mondo (4000 per ciascun paese che partecipa) viene sottoposto al test Pisa che valuta il loro grado di apprendimento. Mediamente, un laureato italiano ha le stesse competenze di un diplomato olandese o finlandese (ed al Sud i risultati son ancor peggiori). Questi ragazzi un giorno scriveranno sui media e contribuiranno a formare l’opinione pubblica. Questi ragazzi un giorno voteranno per un candidato che li rappresenti. Tanto più ignoranti resteranno, tanto meglio santoni e saltimbanchi sapranno abbindolarli con parole scientificamente infondate ma suadenti, sia che si tratti di stamina o di moneta filosofale o che si narri della storia dei loro nonni e trisavoli. Un paio di anni fa – l’ex ministro della Istruzione, Tullio De Mauro – spiegava di come solo un misero 20 per cento della popolazione italiana avesse le competenze minime ”per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana” e che il 71 per cento si trovasse al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Se nel dopoguerra, fino agli anni Novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel ’51 eravamo a tre anni a testa), ora si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento del cosiddetto analfabetismo di ritorno. In tale scenario, assistiamo nel Sud d’Italia al moto di rivalutazione e di fantasiosa nostalgia del Mezzogiorno borbonico, animato da libri e scritti di scarsissima o nessuna valenza storica e culturale. Un filone che trova alimento in un sentimento di rivalsa e vittimismo diffusi in strati significativi dell’opinione pubblica del Sud. Grazie a spiegazioni superficiali e romanzesche, viene realizzata un’operazione di sicura presa, soprattutto in fasce sociali poco informate e in un Paese che tempo nutre disprezzo per il metodo scientifico.Vladimiro Bottone, napoletano di nascita e torinese di adozione, è un giornalista e scrittore che con l’ultimo suo libro “Vicaria” ci conduce in un viaggio nel tempo – quello dell’800 borbonico – nel cuore del quartiere più malfamato di Napoli, mostrandoci anche una variegata umanità che lo ‘animava’, fatta di medici avidi di carne giovane, funzionari corrotti, giudici conniventi con il potere, camorristi e poliziotti cresciuti assieme, come assieme ingiustizia e sorte sono spesso la cifra nelle vicende partenopee da secoli. Enrico Cialdini, Luogotenente del Re Vittorio Emanuele II nell’ex Regno delle Due Sicilie , così scriveva dell’Italia meridionale nel 1861: “Che barbarie! Questa e’ Africa: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”.

Come leggere oggi queste parole ed in che modo interpretare le vicende accadute in quegli anni?

Con tutta onestà non amo quella frase di Cialdini, che conosceva poco sia i nordafricani che i meridionali. Non credo, peraltro, che i contadini del cuneese differissero da quelli lucani. Il problema si annidava nella classe dirigente delle due aree della Penisola. Il Regno delle Due Sicilie non ha avuto un Cavour, un D’Azeglio ed il substrato che li generò. Cosicché, alla prova decisiva del 1848, il Piemonte ha ottenuto lo Statuto Albertino e Napoli delle giornate sanguinose che hanno precluso la nascita di una monarchia costituzionale. Parlamento, libera stampa, diffusione dell’istruzione obbligatoria precostituivano “blocchi di partenza” pressoché ineludibili per lo sviluppo economico.

Si tratta di un’umanità priva di speranza, quella descritta in “Vicaria”, con solo alcuni punti di riferimento: il tribunale della Vicarìa, la prigione della città e l’evento atteso ogni settimana dai napoletani come possibile salvezza, ovvero l’estrazione del Regio Lotto. Questo sembra un leit motiv rimasto intatto o erro?

Antonella Cilento ha scritto che la Napoli ottocentesca di Vicaria è il fantasma della Napoli contemporanea. Mi sembra un’immagine indovinata. Del resto, così come “ogni vera storia è storia contemporanea”, anche ogni vero romanzo storico affonda i denti nell’oggi. Se la Napoli odierna non avesse ancora tanti legami con quella di “Vicarìa”, avrei scritto sicuramente un altro romanzo. Fra questi legami fra oggi e ieri metterei sicuramente una certa capacità corruttiva che questa pur straordinaria città-mondo riesce ad esercitare con chi vi abita o vi viene a contatto. Oppure la contiguità, più ravvicinata che altrove, fra Legge e illegalità, Bene e Male, innocenza e colpa. Talvolta, nella Napoli di Vicarìa come in quella odierna, ho l’impressione che gli individui camminino perennemente sul filo. Su di un filo che rischia ad ogni passo di farti precipitare. Ecco: da questo punto di vista Napoli, e quindi il raccontarla, portano a compiuto nitore un tratto della condizione umana.

È giusto restare sconvolti di fronte al massacro di centinaia di civili perpetrato dall’esercito sabaudo , come ad esempio ricordando il 4 agosto 1861 a Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano e la rappresaglia contro l’uccisione di poche decine di militari ad opera di briganti e di contadini del luogo. Ma un’identica reazione è provocata dalle stragi e dagli stupri compiuti dalle truppe borboniche a Messina nel 1848. Come conservare un approccio equilibrato, oggi?

Rifuggendo dalle retoriche di segno opposto. Dubitando sempre delle proprie interpretazioni. Non demonizzando o criminalizzando l’avversario. Praticando un sano revisionismo, che a volte può significare revisionismo del revisionismo storico, quando quest’ultimo diventa una nuova vulgata. Insomma: un po’ di sano lievito liberale (dal punto di vista del metodo).

Sempre più spesso ci troviamo davanti a manifestazioni di “revisionismo spicciolo” che deriva da tentativi politici di ricercare nel passato ciò che nel passato non può esistere, di una mentalità recriminatoria che rilegge goffamente la storia per scoprire il “colpevole” dei mali odierni…

Nella vita individuale, così come in quella delle opinioni pubbliche, l’atteggiamento più facile e istintivo consiste nel proiettare sugli altri le proprie responsabilità, ritardi, omissioni. La società meridionale, o una fetta di essa, preferisce incolpare gli altri di alcuni mali suoi propri (e di lunghissimo periodo). Il problema è che il primo passo verso la guarigione consiste appunto nel riconoscere la propria malattia. A quel punto il percorso di guarigione (o di auto-guarigione) è già compiuto per metà. Ovviamente si tratta di un processo difficoltoso, che comporta fasi di demoralizzazione, di disorientamento. Non ne conosco altri, però (sarà un mio limite).

Le manifestazioni del “revisionismo filo borbonico” poggiano su basi solide dal punto di vista storico e sono suffragate da una rigorosa analisi documentale? E quali conseguenze potrebbe provocare sul piano culturale e civile il loro affermarsi?

A volte, quando nei miei dialoghi con lettori neo-borbonici mi capita di citare i dati dei censimenti post-unitari, mi vedo rispondere che quei dati erano falsati e poco attendibili. Ovviamente i miei contraddittori attingono spesso e volentieri dal “Giornale Ufficiale del Regno delle due Sicilie”, una fonte inattaccabile… Quanto alle conseguenze politiche e civili, ho già scritto che il Sudismo, politicamente, finirà per diventare complementare al Leghismo. Due forze che hanno bisogno l’una dell’altra come le pareti di uno stesso muro.

Come sono passati il nazionalismo e il fascismo, appoggiati da maggiori e minori nomi della cultura italiana di un secolo fa, così passerà anche l’onda della rivendicazione borbonica?

Tutto passa. Alcune idee spariscono, altre si ostinano a durare. Il Sudismo non sarà un fenomeno “da una sola estate”, comunque. Rimarrà lì latente, finché non troverà uno sbocco politico fondendosi con qualcosa d’altro e superandosi in qualche cosa d’altro.

Perché guardano al passato con le lenti del presente si rischia di prendere gravi abbagli?

Perché il passato non si ripete mai identicamente. Non ci bagneremo mai due volte nella stessa acqua, come ci ha insegnato qualcuno che sapeva pensare.

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