Libertà è aprire i negozi nei giorni festivi

Un tema che è tornato di stretta attualità. Ne parliamo con S. Scarfone su thefielder.net

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Apertura sì, apertura no. Che l’Italia del 2015 sia un Paese fermo al palo si capisce anche dalle polemiche che ne contraddistinguono il dibattito pubblico. Senz’alcuna sorpresa, anche quest’anno abbiamo assistito alla diatriba tra chi vorrebbe imporre la chiusura dei negozi durante le festività e chi difende la propria libertà di decidere se e quando tenere aperto. Non serve avere troppa memoria storica per ricordare che sulla questione ci si accapiglia da tempo, anche se negli ultimi giorni ne abbiamo viste delle belle (si fa per dire). Adriano Turrini, presidente diCoop adriatica, ha attaccato via Twitter il patron d’Esselunga, Bernardo Caprotti, reo d’aver aperto i propri centri commerciali il 25 aprile — salvo scoprire, poi, che la CGIL stava rivolgendo la stessa accusa proprio alla Coop (Liguria, in questo caso). Contemporaneamente, il sindacato di Susanna Camusso ha distribuito insieme alla CISL un volantino raffigurante alcuni partigiani fucilati e la scritta «Ricordatevi di noi! Non passate questa giornata in un supermercato». Roba che viene da toccarsi per capire in che razza d’incubo siamo finiti.

La sensazione è che dietro tutto questo ci sia molta ideologia, quella che tutti dicono sia morta. In realtà siamo ancora il Paese di Peppone e don Camillo, dei comunisti che «il primo maggio è la festa del lavoro e non del consumismo», e dei democristiani che «la domenica è il giorno del Signore e non si lavora». Tutti a tirare acqua al proprio mulino, magari col sogno di rendere il commercio italiano un gigantesco ufficio pubblico. Uno di quelli che «siamo aperti dalle 9 alle 12 dal lunedì al mercoledì, dalle 10 alle 13 il giovedì e il venerdì. Chiusi sabato e domenica, ma per gentile concessione aperti anche due ore al pomeriggio il martedì». Quella è l’Italia che sembra aver in mente chi vorrebbe gestire a colpi di concessioni e divieti le aperture dei negozi. Un’Italia in cui prima viene l’interesse di chi decide, e dopo, molto dopo, i bisogni del consumatore.

Ma non è solo una questione d’ideologia: c’è anche tanta ipocrisia nel chiedere la chiusura dei negozi nei giorni festivi. Perché ci vuole poco a dire «è festa anche per chi lavora», ma in realtà c’è una fetta enorme del mondo del lavoro che in quei giorni non si ferma. Ci stanno dentro tutti i lavoratori del trasporto pubblico, che permettono alle nostre città di non paralizzarsi; le forze dell’ordine, che garantiscono la sicurezza; il personale medico, che continua a curare i propri pazienti; ristoratori e camerieri, che dànno un contributo fondamentale all’offerta turistica; i liberi professionisti, per i quali la festa è solo un giorno utile in più per fare il proprio lavoro. Un esercito di milioni di persone per nulla preso in considerazione da chi vorrebbe imporre le serrande abbassate durante le feste. Il che, nel caso dei sindacati, non è neppure una novità, poiché spesso tendono a dividere tra lavoratori di Serie A — quelli che rappresentano loro — e di Serie B: tutti gli altri. Un po’ come hanno fatto coi giovani italiani in tutti questi anni.

Tra l’altro, questa miriade di polemiche sulle aperture dei negozi non è giustificata neppure da un vuoto legislativo. Col decreto 201 del 2011, il governo Monti ha messo la parola «fine» al controllo della pubblica amministrazione sulle aperture dei negozi. Un controllo — a volte palese, altre surrettizio — che durava da 13 anni e che si basava su interpretazioni di comodo della Legge Bersani. Lo stesso diritto del lavoro ha preso atto, negli anni, che l’organizzazione delle attività produttive è mutata, e ha sancito che i lavoratori hanno sì diritto al riposo, ma non necessariamente la domenica e non tutti nello stesso periodo e con le stesse cadenze. Non siamo tutti uguali, e non tutti i lavori sono uguali. La legislazione sembra aver compreso questo punto, e lascia liberi i singoli attori economici di decidere che cosa preferiscono fare. Ma la libertà di fare ciò che si ritiene più giusto per sé stessi difficilmente piace a chi vorrebbe livellare il mondo sulle proprie convinzioni.

Tenere aperto il proprio negozio durante le feste, se lo si vuole e lo si considera la scelta migliore, diventa allora un gesto di ribellione. Un rifiuto concreto di quell’ideologia che ci vorrebbe tutti uguali e che vorrebbe stabilire per decreto anche i giorni in cui dobbiamo lavorare e quelli in cui dobbiamo riposare. Solo il proprietario di un negozio dovrebbe avere la libertà di decidere se aprire o chiudere. Lui e nessun altro. E poi, con tutta sincerità, abbiamo già abbastanza serrande abbassate per colpa di tasse troppo alte e leggi troppo stupide. Non aggiungiamone altre per colpa di qualche retaggio ideologico, utile solo per polemiche ritrite.

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