Scattone e Grillo: due omicidi, due misure?

di Raffaele Minieri su thefielder.net

scattone

La polemica sorta all’indomani dell’immissione in ruolo del prof. Giovanni Scattone, condannato in via definitiva per l’omicidio di Marta Russo, ci costringe a chiederci che cosa siamo e che cosa stiamo diventando. Il caso (?) ha voluto che questa polemica riuscisse a sovrastare la più legittima e interessante questione giudiziaria che si stava affacciando nella cronaca di questi giorni: le motivazioni della Cassazione sul processo che vedeva imputati Amanda Knox e Raffaele Sollecito. In ogni caso, è interessante come le critiche alla modalità di conduzione delle indagini di Perugia siano state scalzate dalla marea montante di giustizialismo contro il prof. Scattone, che è stato protagonista, insieme a vari altri imputati, di un processo in cui le indagini sono state quantomeno particolari.

Entrare nel merito del processo per l’omicidio Marta Russo è estremamente complesso e forse fuori tempo massimo. Cercare di capire oggi quanto non fu chiaro a suo tempo è impresa ardua. Possiamo solo augurarci che le giurisdizione europee e il tempo facciano chiarezza in una situazione dove il processo ha creato ancora maggior confusione. Possiamo dare per certo e incontroverso solo che ancor oggi restano molti dubbi e che la sentenza rappresenta un debole punto fermo in una situazione in cui non fu mai trovata l’arma del delitto, non è ben chiaro quale fosse il movente e, soprattutto, molte riserve sono state avanzate sulle modalità di conduzione delle indagini e dello stesso processo.

Il punto comunque non è, né dev’essere, il dubbio sull’innocenza del prof. Scattone. Sarebbe questione errata e fuorviante. È colpevole del reato d’omicidio colposo.

Ora i paladini della Costituzione più bella del mondo devono spiegarci come sia possibile proteggere il valore della nostra Carta Fondamentale e al contempo far montare una campagna di stampa contro il prof. Scattone. La Costituzione pone la finalità rieducativa della pena come il principale obiettivo della sanzione, stabilendo a chiare lettere che il reo non dev’essere “desocializzato”, ma riportato all’interno della società. Non si tratta solo d’umanità, ma anche e soprattutto dell’unico modo per evitare che il reo commetta altri reati. D’altra parte, la pena ha anche una funzione retributiva, cioè serve a “compensare” i consociati, e le vittime, degli effetti del reato. Non è una funzione particolarmente onorevole né particolarmente utile, quando viene declinata come mera reclusione e privazione della libertà, ma è pur sempre uno degli obiettivi principali del nostro sistema penale.

Il prof. Scattone ha pagato per il reato commesso. È un delinquente riabilitato. È allo stato attuale un cittadino con pienezza di diritti, alla pari di qualsiasi altro cittadino italiano. La legge prevedeva una certa pena e determinate conseguenze. I giudici hanno dato attuazione a quella legge. Il prof. Scattone ha pagato quanto l’ordinamento, attraverso i suoi giudici, gli imponeva di pagare per l’omicidio colposo di Marta Russo.

Se quella sentenza è valida per sostenere la sua responsabilità penale, dev’essere anche valida per quanto riguarda la pena e le conseguenze da essa derivanti. Le sentenze, la legge e la Costituzione vanno rispettate in toto, e non solo quando conviene. Chi pone tali elementi a fondamento essenziale del sistema giuridico (sbagliando, ma non è questa la sede per un’analisi del genere) deve, poi, accettarne tutte le conseguenze.

Non esiste alcuna pena o legge che impedisca al prof. Scattone d’insegnare. Non esiste alcuna legge che preveda la morte civile per il prof. Scattone. L’atteggiamento forcaiolo di questi giorni postula l’opportunità che le pene, anche quando scontate, non debbano finire mai. Il reo è per sempre colpevole. Dobbiamo imprimergli una specie di lettera scarlatta che ne permetta un’imperitura discriminazione. Se non è sufficiente scontare la pena subita, allora si metta nero su bianco quali sono le ulteriori conseguenze di un reato, perché altrimenti violiamo un altro principio costituzionale (nulla poena sine lege).

In realtà, c’è di più. C’è la pretesa di decidere sull’opportunità e sulla capacità di qualcuno d’insegnare. Il problema è davvero mal posto. Non si capisce perché chi ha superato regolarmente un concorso non possa insegnare. Il suo datore di lavoro, chi ha fatto le regole per l’assunzione, è lo stesso Stato che l’ha condannato. Insomma, la scuola pubblica seleziona i suoi docenti sulla base d’alcune regole che permettono al prof. Scattone d’insegnare. Non si può idolatrare lo Stato quando applica le sue regole e poi contestarlo per lo stesso motivo. D’altra parte, qualsiasi valutazione sull’opportunità che un docente svolga la sua professione dovrebbe essere rimessa ai suoi studenti. Ora è ovvio che in un sistema di scuola pubblica non c’è una reale possibilità degli studenti e delle loro famiglie di selezionare i propri docenti, ma è anche vero che questa è la conseguenza di chi si affida al sistema pubblico, che altrettanto ovviamente adotta le sue regole di selezione, per le quali — si ripete — il prof. Scattone può insegnare.

In ogni caso, è interessante come questa campagna di stampa sia partita proprio da quel giornale che ha tra i suoi punti di riferimento un leader politico condannato per lo stesso reato commesso dal prof. Scattone. È difficile capire dove sia il problema quando il leader del principale partito d’opposizione, capace d’intercettare il 25% dei voti degli italiani, è un condannato in via definitiva per omicidio colposo. Se è scandaloso o inopportuno che un reo parli a 20–25 ragazzi in un’aula, dovrebbe essere ancor più scandaloso e inopportuno che lo faccia a migliaia di persone, tra cui molti ragazzi.

Insomma, forse sarebbe importante essere coerenti: rinunciare a tutti i diritti costruiti in secoli di storia e di lotte, eliminare la Costituzione e cercare la purezza di un unico uomo capace di liberarci dal Male. Potremmo diventare come l’Iran, ma almeno potremmo dire che nessun insegnante è impuro, perché si sa che Socrate, per esempio, era capace di corrompere i giovani coi suoi insegnamenti.

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