Oltre i limiti della sinistra 

di Angelo Giubileo

In questi ultimi anni, si è discusso spesso “a sinistra” dell’incapacità quanto meno teorica di fronteggiare le tesi senz’altro in apparenza vincenti della “destra” liberista o cosiddetta neo-liberista o semplicemente, direi, liberale. Al punto che anche le categorie di “destra” e “sinistra” sono state talvolta ritenute superate.
Ho letto in questi giorni un saggio di Alain de Benoist di commento al libro di J. C. Michéa, Le complexe d’Orphée. Piuttosto che “originale e profonda”, definirei senz’altro convincente la tesi di fondo dell’autore del libro, secondo cui la “sinistra” (tradizionale), perseguendo l’ideologia del progresso, avrebbe finito con l’abbandonare i valori tradizionali di riferimento del popolo. L’ideologia illuminista sarebbe stata, prima alla fine del Settecento causa dell’avvento dell’ideologia liberale borghese e poi, alla fine del Novecento, causa viceversa della crisi del socialismo popolare e collettivistico. Se sia stato dunque così, ci toccherebbe però ammettere che, quanto al socialismo di cui parla l’autore, si sia trattato allora solo di una parentesi, per così dire, della storia.
Se non sia stato o non è così, allora dovrebbe essere sempre la storia a smentirci. Quanto al passato, non potremmo tuttavia correttamente argomentare né giudicare in base a categorie proprie di un’epoca che gli stessi storici chiamano “moderna”. Epoca, il cui inizio è fatto comunemente risalire ai fatti emblematici, accaduti alla fine del secolo XVIII, della rivoluzione politica in Francia e della rivoluzione industriale in Inghilterra. Un’epoca che, da qualche tempo, appare anch’essa in sé e per sé superata. Oso, dicendo, come descritto nell’ambito del processo storico della filosofia hegeliana, l’età moderna è uscita fuori di sé, si è confrontata con la negazione dell’età postmoderna, contrassegnata interamente da un’opera di de-costruzione, e quindi è pervenuta, guidata da una nuova forma di “astuzia della ragione”, ad una nuova sintesi, i cui confini da sempre hanno riguardato l’ottica di un presente e la prospettiva di superamento del futuro.
Senz’altro, l’ottica e la prospettiva del passato “moderno” includevano lo stato e l’economia di mercato. Parimenti senz’altro, l’ottica e la prospettiva del capitalismo attuale includono invece i fenomeni, più vasti e quindi onnicomprensivi, della globalizzazione e della tecnica. Nel corso del Novecento, la politica e l’economia dei singoli stati hanno continuato ad instaurare guerre, per la prima volta su scala mondiale, ed accordi, e viceversa. Fino all’avvento di una prima e, verso la fine del secolo scorso, di una seconda globalizzazione, fortunatamente ancora in corso. E inoltre, non c’è alcun dubbio sostanziale sul fatto che tale processo sia stato favorito dal progresso della tecnica, le cui potenzialità, pressocchè illimitate, sono apparse peraltro evidenti già agli inizi del secolo.
E tuttavia, sia lo stato che l’economia di mercato che il fenomeno in generale della globalizzazione, connesso al superamento degli ordinamenti nazionali di potere in ambiti inter-nazionali o sovra-nazionali, sono tutte forme di sistemi che attengono all’organizzazione della vita di individui che entrano per l’appunto a far parte di una comunità. Non così invece, in via esclusiva, è per la tecnica.
La tecnica, a partire dal secolo scorso, oltre che accrescere la potenza di ogni organizzazione, principalmente di fatto accresce la potenza di ogni singolo individuo. Al punto che, già nel presente, prefigura ipotesi e scenari di oltrepassamento dell’attuale specie umana, in una nuova e generica postumana, se non addirittura un suo definitivo superamento. Oltre la tradizione, la cultura e ora anche la natura.

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