Politica fiscale, un fallimento annunciato 

Un articolo di M. Gianola su thefielder.net

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«Carneade! Chi era costui?» Questa citazione potrebbe essere tranquillamente riferita alla figura d’Arthur Laffer e alla sua celebre (almeno nella teoria economica) curva sull’andamento del gettito fiscale in relazione alle aliquote applicate. Il modello, basato s’un’analisi delle serie storiche, mostrava come l’andamento del gettito avesse una forma «a campana». Giunti a un certo livello di prelievo, il gettito inizia a decrescere, sia per l’incentivo che aliquote troppo elevate donano a evasione ed elusione, sia per il disincentivo che le stesse pongono alla produzione di reddito. Tantoché, se s’osservasse la curva a livello asintotico, il gettito ottenuto ad aliquota zero sarebbe identico a quello ottenuto ad aliquota massima. Di Laffer e della sua teoria avevamo già parlato su queste pagine piú d’un anno fa, commentando l’errore di politica economica compiuto dal governo Monti allorché decise d’aumentare le accise sui carburanti súbito dopo l’aumento dell’IVA al 21%. Il che, invece di generare maggiori introiti per l’erario, giunse a causargli un danno. Dell’esperienza montiana, evidentemente, non è rimasto ricordo nel governo guidato da Enrico Letta, che ne segue — quasi come fosse un «Monti bis» — le linee guida folli del «tassa & spendi» (o, peggio, dello «spendi & tassa»).
Approfondimento: Una politica fiscale fallimentare
Già la storia dello scorso anno era costellata di sigle strane — IMU, TARES, IVIE, IVAFE — che altro non erano che nuovi tributi richiesti dallo Stato (talvolta, come nel caso delle ultime due imposte su valori esteri, con un palese sospetto d’illegittimità). Questi ultimi mesi non hanno mostrato alcun cambio di direzione, se non per una rimodulazione di certi balzelli (IMU e TARES dovrebbero confluire in una nuova «Service Tax», che potrebbe essere la «TRISE») per una ragione di tenuta politica della coalizione e qualche intervento qua e là per simulare una riduzione del prelievo. Simulare: questo è il verbo esatto. Sarebbe interessante vedere quanto i famosi «14 euro in piú» dovuti a un intervento sul cuneo fiscale possano veramente portare alla riduzione del tax rate dal 44% al 43,3% annunciata pochi giorni fa dal Presidente del Consiglio Letta.
Un cuneo sulla ripresa
Benché una riduzione pluriennale d’uno 0,7% di pressione fiscale sembri una presa in giro, se cosí fosse potrebbe quasi esser un’azione interessante, giacché il peso del fisco sui redditi italiani è cresciuto di 10 punti percentuali nominali tra il 1985 e oggi. Ma, in realtà, sembrerebbe solo un’intenzione, per di piú volta a distogliere lo sguardo da un ulteriore inasprimento del prelievo. Infatti, ricordiamo che, silenziosamente, nella bozza di legge di stabilità è stato inserito un aumento del 33% dell’imposta di bollo sul risparmio (che passa dallo 0,15% allo 0,2%), e che si sta parlando d’elevare anche l’imposta di capital gain dal 20% (solo un anno fa era al 12,5%) al 22%. Questo, súbito dopo aver elevato d’un punto l’aliquota massima IVA (al 22%) e ipotizzato un intervento sulle aliquote ridotte per uniformarle in un’unica aliquota al 7–8%.
Volendo far i conti, senza considerare possibili interventi sulle accise di carburanti e tabacchi (siccome già sugli alcolici si vuol intervenire con la «tassa sulla birra»), si sta assistendo a un’altra «finanziaria lacrime & sangue» mascherata da interventi per la stabilità e per il rilancio dell’economia.
Salviamo la birra
A questo punto, arriva la parte tragicomica. Si parla di «rilancio dell’economia», quando Confartigianato sostiene che tra pochi anni non ci saranno piú PMI in Italia, uccise dalla longa manus statale oppure costrette a delocalizzare in Stati «amici dell’impresa»; e quando in un convegno promosso dalla London School of Economics di qualche tempo fa s’ipotizzava la scomparsa dell’Italia, destinata a sciogliersi, scomporsi sotto il peso d’uno Stato, ormai, troppo invadente e costoso. Si parla altresí di «stabilità dei conti», quando già dagl’interventi del governo Monti è palese che l’azione del fisco pone il «sistema-Italia» sulla parte destra della curva di Laffer — dove, cioè, ogn’intervento d’inasprimento fiscale comporta una riduzione di gettito. Il che costringe a continui interventi per ampliare la base di prelievo, a sostegno d’una spesa che sembrerebbe fuori controllo.
I dati diffusi dal Ministero dell’Economia non fanno che confermare quest’ipotesi. Nonostante il gettito complessivo risulti invariato rispetto a quello dell’anno scorso, nei primo otto mesi del 2013 s’assiste a un crollo del gettito IVA, che segna un −5,2% (cioè oltre 3,7 miliardi d’euro), cosí come scendono di quasi un punto percentuale il gettito IRPEF e le imposte indirette. Crescono, invece, IRES (+7,5%) e il gettito IRPEF riferito al settore pubblico (+3,2%) — che, però, non sono dei «veri» introiti, ma piuttosto delle partite di giro contabili, e índicano quanto grave sia la caduta di gettito del settore privato, dovuta alla contrazione della popolazione dipendente attiva.
A tutto ciò s’aggiungerebbe l’allarme lanciato da Confesercenti sull’ultimo innalzamento dell’aliquota IVA, che potrebbe tradursi in una perdita di gettito calcolata in almeno ulteriori 300 milioni d’euro.
Legge di stabilità, manovra o gioco di specchi?
In definitiva, il fallimento della politica economica italiana inaugurata nel 1992 con la «lacrime & sangue» d’Amato, continuata con la rimodulazione (verso l’alto) del sistema fiscale di Vincenzo Visco nel 1997 e proseguita inalterata fino a Monti e Letta si ritrova nel Rapporto 2013 della Corte dei conti. In quest’ultimo si rileva che, nel quadriennio 2009–2013, la pressione fiscale è continuata a crescere (dal 42% circa al 44% odierno), mentre il gettito è iniziato a declinare costantemente — una caduta quantificabile in 90 miliardi d’euro, ma che potrebbe aumentare ancora, salvo che non si cambi velocemente rotta nella gestione dei conti pubblici.

THE FIELDER

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