Pensioni: è possibile il modello cileno per l’Italia?

Ha destato molto interesse l’articolo di ieri di Carlo Lottieri dove questi auspicava, nella sua analisi del modello pensionistico italiano, l’adozione di un nuovo modello prendendo esempio da quello a “capitalizzazione individuale” adottato in Cile dagli anni ’80 grazie all’allora Ministro José Piñera, economista della scuola liberale di Chicago.

A tal proposito ho “ripescato” un articolo pubblicato da thefielder.net a firma di A. Grizzuti, dove si spiega bene tale modello e le palesi criticità di quello italiano, ormai prossimo al collasso.

  
Ecco l’articolo completo:

Le pensioni sono sempre un argomento «caldo», e il governo lo sa bene. Il ministro Poletti ha dichiarato più volte la volontà dell’esecutivo d’apportare sostanziali modifiche alla riforma Fornero, in particolare introducendo un meccanismo di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. La previdenza è da sempre un terreno di scontro per economisti e politici e, considerata la complessità tecnica del tema, è difficile emettere giudizi definitivi sulla bontà degli interventi messi in campo.
Certamente la tentazione di modificare in senso regressivo il sistema previdenziale è frutto di una cultura politica di stampo socialista che non si fa scrupoli a gonfiare la spesa pubblica in ossequio a esigenze elettorali e in barba a ogni buonsenso e alle perentorie raccomandazioni dei principali organismi internazionali. Nel focus di Pensions at a Glance 2013 dedicato all’Italia, si legge che «l’aumento dell’età pensionabile sarà un fattore determinante per la riduzione della spesa pensionistica» e che «l’adeguatezza dei redditi pensionistici può essere una sfida per le generazioni future». Vale a dire: se vogliamo mantenere il nostro sistema previdenziale così com’è, dobbiamo rassegnarci ad andare in pensione sempre più tardi e con prestazioni sempre più basse. Il rapporto aggiunge che «l’aumento dell’età pensionabile non è sufficiente per garantire che le persone rimangano sul mercato del lavoro, soprattutto se esistono meccanismi che garantiscono ai lavoratori di lasciare il mercato del lavoro in anticipo. Le politiche per promuovere l’occupazione e l’occupabilità e per migliorare la capacità degli individui d’avere carriere più lunghe sono essenziali». Esattamente la direzione opposta a quella in cui pare si stia muovendo il governo.
> Non esistono soluzioni indolori alla truffa delle pensioni
Considerati l’andamento demografico e le attuali condizioni economiche (crescita quasi a zero e mercato del lavoro in forte difficoltà), il sistema a ripartizione — cioè quello in cui i contributi dei lavoratori finanziano le pensioni in essere — è un lusso che i Paesi occidentali faranno fatica a permettersi nel medio e lungo periodo. In tal senso gli unici scenari plausibili nel futuro sono l’aumento dell’età pensionabile, l’incremento delle aliquote contributive e la riduzione dei tassi di sostituzione. Va da sé che, per garantire la sostenibilità, sarà necessario sacrificare l’altra caratteristica indispensabile per un sistema previdenziale, cioè l’equità. Le future generazioni rischiano dunque di pagare un conto molto salato per colpa di una classe politica che non ha saputo adattare il sistema alle mutate condizioni socioeconomiche.
Tuttavia, nel mondo non tutti i Paesi adottano il sistema a ripartizione. Un esempio coraggioso e per certi versi rivoluzionario è quello del Cile, che nel 1981 passò da un sistema non capitalizzato a prestazione definita a uno pienamente capitalizzato su base individuale e contribuzione definita. Oggi il Cile spende per le pensioni il 3,6% del PIL, vs. 7,8% media OCSE e 15,4% Italia. Il nuovo sistema è stato concepito da José Piñera, ministro del Lavoro cileno dal 1978 al 1980. Influenzato dalle idee di Friedrich Hayek e Milton Friedman (la lettura di Capitalismo e libertà gli ispirò la riforma di privatizzazione delle pensioni), Piñera si laureò dapprima a Santiago e successivamente conseguì il PhD in economia all’Università di Harvard. Chiamato da Pinochet a occupare il dicastero del Lavoro a soli trent’anni, si avvalse della collaborazione degli Chicago Boys, un gruppo di giovani economisti cileni formatisi nell’omonima città sotto l’egida di Friedman e Harberger.
> Il sistema pensionistico italiano è insostenibile
Nell’elaborazione del suo sistema, Piñera mosse sia da evidenze socioeconomiche, in particolare dalla combinazione tra calo demografico e allungamento della speranza di vita, sia da profonde convinzioni ideologiche. Egli sostiene, infatti, che i sistemi a ripartizione «violano le leggi che regolano la natura umana e l’azione individuale. Spezzando il legame tra contribuiti e prestazioni, tra fatica e ricompensa, tra diritti e responsabilità, il sistema PAYGO contiene in sé le cause della sua stessa autodistruzione». Da qui l’esigenza di ricongiungere la relazione interrotta fra contribuzione previdenziale e prestazione pensionistica, non solo per soddisfare esigenze di natura economica, ma anche per ristabilire il principio secondo cui ciascun lavoratore dev’essere responsabilmente libero di costruire la propria pensione.
La struttura della riforma Piñera è di una semplicità disarmante, e questo, a detta dell’autore, è un punto di forza rispetto ai sistemi a ripartizione, giudicati «oscuri e opachi» per chi non sia addetto ai lavori. Il livello della pensione di un lavoratore è determinato dal capitale accumulato durante la vita lavorativa. L’aliquota previdenziale, stabilita nella misura del 10% sia per il lavoratore sia per il datore di lavoro, non viene versata allo Stato, ma a un conto di risparmio previdenziale (pension savings account). Questo è gestito da una società privata denominata AFP (Amministratore dei Fondi Pensione), che può investire i capitali versati in azioni, buoni e altri prodotti sul mercato. Stando agli ultimi dati messi a disposizione dall’OCSE, il valore dei fondi pensione amministrati dagli AFP ammontano al 62,2% del PIL, contro il 6,1% gestito dai fondi italiani. Gli AFP operano sotto lo stretto controllo della Superintendencia de Pensiones, l’ente governativo addetto alla vigilanza. Ciascun lavoratore può costantemente visionare la situazione del proprio conto simulando sia la rendita prevista a una determinata età d’uscita dal mondo del lavoro, sia l’età necessaria per maturare la pensione desiderata. È possibile inoltre passare da un AFP a un altro, grazie al regime di libera concorrenza. Il sistema include anche una copertura assicurativa per morte e invalidità, il cui costo si aggira intorno al 3% dello stipendio.
> Lo schema Ponzi delle pensioni
Sebbene esista un’età legale per andare in pensione — 65 anni per gli uomini e 60 per le donne —, è possibile continuare a lavorare anche oltre tale limite, venendo meno l’obbligo di corrispondere l’aliquota contributiva. Viceversa, chi desidera interrompere l’attività lavorativa prima del termine può pre-pensionarsi, a patto che la rendita sia pari ad almeno il 50% della retribuzione media dell’ultimo decennio. Questo tipo di sistema offre al lavoratore un grado di libertà che nessun sistema a ripartizione può concedergli, ossia decidere se e quando andare in pensione, stabilendo il grado della rendita sufficiente al proprio sostentamento. È utile precisare che lo Stato è tenuto a corrispondere una pensione minima qualora il lavoratore non abbia accumulato sufficienti risparmi durante la carriera.
Trattandosi di una riforma che tocca un aspetto determinante della vita economica di un Paese e i cui effetti si dispiegheranno ancora per i decenni avvenire, è difficile dare un giudizio definitivo sui suoi frutti. L’OCSE, nel focus dedicato al Cile di Pensions at a Glance 2013, ne sottolinea alcuni limiti: l’alto tasso di povertà nella popolazione anziana (19,8% vs. media OCSE del 12,8%) e i bassi tassi di sostituzione (42% vs. media OCSE del 54%). Tali dati vengono tuttavia contestati dai sostenitori della riforma, compreso lo stesso Piñera, che — da noi interpellato — fornisce statistiche che evidenziano un crollo del livello di povertà nel Paese e tassi di sostituzione vicini all’80%.
La riforma è invece promossa dall’Australian Centre for Financial Studies, che pubblica ogni anno il Melbourne Mercer Global Pension Index, una speciale classifica che prende in considerazione 25 Paesi e il 58% della popolazione mondiale. Il punteggio viene attribuito tenendo conto di tre fattori: l’adeguatezza del sistema, la sostenibilità e l’equità. Sommando i più di 50 indicatori, nel 2014 il Cile ottiene l’ottimo punteggio di 68,2 (contro il 66,4 dell’anno precedente), guadagnando la fascia B e l’ottavo posto in graduatoria. (L’Italia è diciannovesima, con un pessimo punteggio sulla sostenibilità.) In un sistema basato sulla contribuzione individuale, la prestazione sarà commisurata alla capacità di risparmio durante la vita lavorativa. Al fine di renderlo ancor più performante, il rapporto Mercer suggerisce dunque d’intervenire su due fattori: l’aliquota contributiva e l’età pensionabile. Diversamente, in caso di carriere discontinue e occupazioni poco remunerative, si rischia di generare povertà in una fascia di popolazione già di per sé debole.
> Italia, coi conti in disordine non c’è futuro
Il modello Cile è importabile in Italia? Nonostante autorevoli economisti abbiano trattato l’argomento, il discorso sulla transizione a un sistema a capitalizzazione non ha mai preso piede a livello legislativo. In un Paese come il nostro, cambiare il paradigma previdenziale richiederebbe una rivoluzione culturale ancor prima che economica e politica. Le proposte più credibili in campo sono due: una firmata da Franco Modigliani e Marialuisa Ceprini, che propongono una transizione a un sistema a capitalizzazione puro; l’altra elaborata da Elsa Fornero e Onorato Castellino, che sostengono la necessità d’introdurre un sistema misto, con un primo pilastro obbligatorio pubblico e un secondo pilastro che, a seguito dell’opting out del lavoratore, può essere dirottato al sistema privato.
Una cosa è certa: il nostro sistema previdenziale potrebbe tornare a esser sostenibile solo grazie a un boom economico o demografico. Nemmeno un inguaribile ottimista come Matteo Renzi potrebbe credere che l’una o l’altra ipotesi sia plausibile al giorno d’oggi. Per rimanere a galla, il sistema erogherà prestazioni sempre più scarse e a età sempre più avanzata. Il risultato sarà dunque un Paese di vecchi sempre più poveri, che pagheranno il conto di decenni di privilegi e diritti acquisiti. L’alternativa, difficile ma non impossibile, è quella della capitalizzazione e dunque della responsabilità individuale, che può rendere tutti noi — come ama dire Piñera — dei «capitalisti-lavoratori».

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