Basta socialismo previdenziale. Privatizziamo il sistema pensioni

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di Carlo Lottieri su “Il Giornale”

In questi giorni il governo Renzi si trova a fare i conti con un’impossibile quadratura del cerchio. Deve riformare il sistema pensionistico così da ridurre (o quanto meno non accrescere) il prelievo parafiscale sul lavoro, garantire la tenuta dei conti dell’Inps e assicurare un reddito adeguato a chi per una vita ha versato contributi e ora vanta una legittima pretesa nei riguardi di quanti gli hanno sottratto tanti soldi.
Anche nel campo delle pensioni, però, il comunismo non funziona e non può funzionare. Il sistema attuale è stato riformulato innumerevoli volte, ma senza che se ne mutassero i fondamenti. Pure il fatto di essere passati da un sistema retributivo – dove la pensione è collegata agli ultimi stipendi – a uno contributivo – dove conta l’insieme delle somme versate – non ha modificato la natura di un meccanismo coercitivo, monopolistico, fuori mercato, interamente statizzato.
L’alternativa esiste ed è il capitalismo. In ambito previdenziale si parla proprio di sistema «a capitalizzazione» e di solito si fa riferimento al modello cileno, dove i lavoratori versano ogni mese il 10% del reddito su un conto di loro fiducia e costituiscono in tal modo un patrimonio di cui disporranno allo scopo di avere un vitalizio, sollevando lo Stato da ogni obbligo di assistenza. I fondi dei lavoratori sono investiti e in genere le somme depositate crescono con ritmi assai interessanti.
Dov’è la specificità di tale sistema? In primo luogo nel fatto che ogni lavoratore deve scegliere la banca o l’assicurazione che gestisce i propri risparmi e le varie imprese finanziarie competono tra loro per attirare i clienti. In secondo luogo, l’entità della pensione non è il risultato di una decisione politica, ma discende dalla capacità di dotarsi di un capitale adeguato. Se qualcuno versa molto e per giunta sceglie un buon investitore, può anche andare in pensione a 50 anni. Ma la sua non è una pensione baby «all’italiana», perché egli se l’è pagata da solo e non grava sugli altri.
Si può, anche in Italia, abbandonare il socialismo previdenziale e tornare con i piedi per terra? Certamente, ma sono necessari tagli di spesa e privatizzazioni, perché si tratta di permettere ai futuri pensioni «a capitalizzazione» di accantonare i propri soldi continuando al tempo stesso a onorare gli impegni assunti con quanti sono legati al vecchio sistema. Per avere pensioni «a capitalizzazione», insomma, è necessaria una radicale trasformazione in senso liberale dell’economia.
Il Cile ha delineato il modello più coerente, ma ci sono altri tentativi di lasciarsi alle spalle sprechi e privilegi. In Svezia hanno creato un sistema misto con larghi spazi per i privati e in Nuova Zelanda, invece, hanno ricondotto le pensioni pubbliche nell’ambito dell’assistenza: un reddito minimo e nulla di più. Così che ognuno deve costruirsi da sé il reddito ulteriore per la vecchiaia.
O il governo prende una di queste strade, o tra pochissimo saremmo costretti (alle solite) a riformare la riforma…

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