L’economia del XXI secolo

di Angelo Giubileo

Le dinamiche economiche pluridecennali da inizio secolo sembrano dimostrare un disallineamento tra le scelte e i risultati dell’economia “finanziaria” e le scelte e i risultati dell’economia “reale”.

In ordine alla perdurante crisi cinese – ultima in ordine di tempo dopo quelle del debito pubblico dei paesi europei, dei mutui subprime statunitensi e ancora a ritroso dell’economia giapponese –  appare sempre più evidente che i diversi tentativi del governo siano soprattutto indirizzati verso l’obiettivo di ottenere che lo yuan sia accettato e dichiarato moneta “di riserva” in ambito internazionale.

In generale, la forte riduzione dei prezzi delle materie prime e soprattutto del petrolio non sembra avere avuto conseguenze, ad esempio, su un’economia reale come quella dell’Italia; se è vero, come ad esempio accade, non si registrano diminuzioni del prezzo della benzina. Analogamente, sempre per quanto riguarda un’economia reale come la nostra, la misura del QE del giugno scorso ad opera della BCE non ha ancora prodotto particolari effetti, s’intende oltre quelli, com’è naturale che sia, del perimetro finanziario internazionale. La manovra non ha inciso, almeno finora, né sulla dinamica dei tassi d’interesse né, in definitiva, sia sull’aumento della spesa per investimenti sia sull’aumento dei tassi di produttività. L’incremento, sia pure minimo, dei tassi di occupazione è infatti senz’altro una conseguenza delle riforme realizzate dal governo in materia di lavoro e “nuova” occupazione (start up).

La crisi finanziaria del mondo di oggi, non è crisi solo della Cina ma anche dei paesi “emergenti”, e per primi Brasile e Russia. I quali – per motivi diversi, e a parte le sanzioni europee che colpiscono la politica di Putin, ma comunque legati all’esportazione di materie prime e energia -, soffrono entrambi la competizione da parte dell’economia USA; la quale, in prospettiva futura, può contare moltissimo sulle nuove tecniche estrattive del fracking e shale gas.

Si dice, in fine, che gli USA siano, tra le grandi economie del G20, quella più riottosa all’adozione di politiche economiche convergenti. Ma, considerate le recenti decisioni della FED, così poi non sembrerebbe. Se, come accade, la Yellen continua a non alzare i tassi d’interesse. Infatti, si potrebbe anche dire, viceversa, che le scelte della governatrice statunitense sono in linea con le politiche di riduzione adottate dalle altre economie “di crescita” del pianeta. Ma, se la Yellen insiste, non sarà forse anche che l’economia USA, quella reale, a differenza di tante altre, può avvalersi di un sistema basato sia su una consolidata capacità d’investimento che su un costante incremento della produttività?

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