Giubileo: rischioso introdurre misure pensionistiche in assenza di un aumento dell’occupazione

di Angelo Giubileo

Si riapre dunque il capitolo-pensioni con una data di scadenza già fissata per un nuovo possibile intervento di riforma del governo da approvare eventualmente con la Legge di Stabilità (ex Finanziaria) di fine anno. L’intervento, sollecitato da più parti, sia politiche che soprattutto sindacali, mira principalmente alla reintroduzione di un nuovo regime generale di accesso “anticipato” al trattamento di pensione, in deroga ai limiti di accesso fissati dalla legge (Fornero) n. 214/2011.

In breve, si tratta di ripristinare il diritto all’opzione, escluso dall’ultima riforma, di una “pensione di anzianità. In ordine a tale proposta, le ipotesi allo studio sono diverse. In ogni caso, si vorrebbe consentire ad ogni lavoratore la possibilità di andare in pensione ad un’età anagrafica minima di 62/63 anni ed il possesso di un’anzianità contributiva minima di 35 anni.

E’ evidente che una qualsiasi ipotesi di reintroduzione di un’uscita “anticipata” dal sistema comporta un aumento della spesa per pensioni; e quindi una modifica in tal senso richiederebbe: un autofinanziamento di sistema (ovvero il mancato impiego di risorse aggiuntive, e quindi, in effetti, solo una sorta di manovra di redistribuzione all’interno del sistema complessivo di spesa) o un apporto al sistema di nuove risorse finanziarie aggiuntive, o entrambe le soluzioni.

Preventivamente, si tratta quindi di fare i conti con il bilancio dello Stato, e in particolare quanto ai relativi capitoli di spesa, e in definitiva con Bruxelles.

Pertanto, occorre innanzitutto precisare che la riforma-Fornero impegnò nel 2011 un piano di risparmi di € 80 miliardi da conseguire entro il 2020. E tuttavia, € 12 miliardi sono stati già spesi per la “salvaguardia” dei cosiddetti “esodati”. Ancora, la previsione degli 80 miliardi deve anche scontare la misura dell’importo scaturito dall’applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 70/2015, relativa allo sblocco della perequazione dei trattamenti per gli anni 2012-2013, per una cifra complessiva di 18 miliardi.

Acquisito anche l’ok di Bruxelles in ordine a quest’ultima recentissima manovra, ne scaturisce che la previsione di risparmio originaria, già ridotta a 68 miliardi (80-12=68), scontata un’ulteriore riduzione di 18 miliardi, nel presente risulta stimata in 50 miliardi (68-18=50). E quindi: è o, meglio, sarà possibile (2015) una nuova riduzione del risparmio per allora (2011) stimato?

Quali sono dunque le ipotesi di finanziamento della proposta di pensione “anticipata”, in alternativa ai rigidi limiti (di età) di accesso fissati dalla legge-Fornero? Senz’altro, il dibattito attuale è incentrato sui principi-cardine e le risoluzioni prospettate dal presidente dell’INPS in sede di presentazione del Rapporto annuale 2014.

Nella Relazione, è detto che le proposte avanzate sono “formulate non per esigenze di cassa, ma ricercando maggiore equità, tanto fra generazioni diverse che all’interno di ciascuna generazione”. In sintesi, si propone di: I) “salvaguardare” innanzitutto i lavoratori “over 55” esclusi dal mercato del lavoro; II) armonizzare i trattamenti pensionistici quanto al metodo di calcolo “contributivo” III) reintrodurre un regime di “opzione” di uscita dal lavoro e accesso “anticipato” alla pensione, mediante un sistema di “flessibilità sostenibile”.

Questo, infatti, è il punto nodale dell’intera questione: come fare a garantire un sistema “flessibile”, in particolare reintroducendo un meccanismo di uscita e di accesso anticipato, che sia al contempo anche “sostenibile” finanziariamente, sia nel breve che nel medio e lungo periodo.

In premessa di analisi, occorre dire che il nostro sistema pensionistico permane “a ripartizione”. Ciò significa che il pagamento delle pensioni è (o dovrebbe) essere garantito dai contributi dei lavoratori in attività di servizio. L’equilibrio del sistema si basa dunque su una semplice equazione: C≥P, cioè l’ammontare complessivo dei contributi non può essere inferiore all’ammontare complessivo delle “prestazioni” in pagamento. Uso il termine “prestazioni” non a caso, perché sul nostro attuale sistema pensionistico pesa anche l’ammontare delle prestazioni “assistenziali”; che viceversa, in termini di bilancio, dovrebbero correttamente pesare sul sistema di fiscalità generale.

La Relazione evidenzia, genericamente, che “il rapporto fra contribuenti e pensionati – che nel 2014 era meno di 130 iscritti su 100 pensioni in pagamento – è destinato ulteriormente a peggiorare dato l’assottigliamento delle coorti in ingresso nel mercato del lavoro”. In realtà, il fenomeno si presenta alquanto più complesso, come appare anche dal confronto tra i diversi scenari di base, che mostrano l’andamento previsionale del rapporto Spesa/PIL, elaborati in sede sia nazionale che europea (scenario meno favorevole), a legislazione vigente. Cioè, mantenendo la vigenza della legge-Fornero, senza modifiche.

Gli scenari base, nazionale e europeo, relativi all’andamento della spesa pubblica per pensioni in rapporto al PIL possono essere analizzati mediante la suddivisione in tre archi temporali di un quindicennio circa ciascuno (2014-2029; 2030-2044; 2045-2060). Gli andamenti concordano per il primo quindicennio e divergono per il secondo e il terzo, in base ad una previsione europea, che in precedenza abbiamo mostrato meno favorevole.

Nel proprio Rapporto annuale (2014), La Ragioneria Generale dello Stato (RGS) scrive che “l’andamento (del primo periodo) è per lo più imputabile all’aumento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e alla contestuale applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. Per il resto, il rafforzamento della crescita economica, supportato sia dall’aumento dei tassi di occupazione che dalla dinamica della produttività, risulta sostanzialmente compensato dai primi effetti negativi della transizione demografica. Nei quindici anni successivi (2030-2044), il rapporto fra spesa pensionistica e PIL riprende a crescere in conseguenza dell’aumento del numero di pensioni. Tale aumento dipende sia dalle generazioni del baby boom che transitano dalla fase attiva a quella di quiescenza, sia dal progressivo innalzamento della speranza di vita …”.

Fermandoci qui, già se ne ricava che molteplici sono i fattori, tutti essenziali, che influenzano la misura del rapporto in questione (spesa pubblica per pensioni/PIL): I) numero di pensioni (già previste in aumento) II) sistema di calcolo delle prestazioni III) requisiti minimi di accesso IV) aumento dei tassi di occupazione V) aumento della produttività VI) transizione demografica negativa VII) aumento della speranza di vita.

Or dunque, la misura di accesso “anticipato” alla pensione (I, III), di cui principalmente si discute, senz’altro inciderebbe negativamente sul rapporto; ma, correttamente, potrebbe essere compensata da un aumento dei tassi di occupazione (IV) e/o della produttività (V) e/o da una riduzione degli importi (penalizzazione o prelievo) delle prestazioni da pagare (II).

Tanto premesso, allo stato attuale, non è quindi condivisibile la proposta dei maggiori sindacati, che vogliono reintrodurre il meccanismo opzionale di flessibilità in uscita ma allo stesso tempo innanzitutto non sostanziano alcuna proposta di creazione di nuovi spazi occupazionali e in più non acconsentono neanche a una o più misure di decurtazione degli assegni, quali una riduzione annua dell’assegno (proporzionale agli anni di anticipo della pensione rispetto ai limiti fissati oggi dalla legge-Fornero) e/o un contributo (proporzionale e progressivo) sulle prestazioni più alte (all’incirca € 3000/3500 netti al mese).

Quali sono gli spazi di manovra riservati o che, molti auspicano, siano riservati in sede Ue al governo al fine di reintrodurre, mediante un sistema di “flessibilità sostenibile”, un nuovo regime di “opzione” di “uscita” dal lavoro e accesso “anticipato” alla pensione (almeno 62/63 anni di età e 35 anni di contribuzione)?

A tal fine, occorre prendere in esame il DEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2014-2016) attuale, e in particolare gli aggiustamenti di bilancio nell’ordine di maggiori oneri di spesa, derivanti dall’applicazione della legge 147/2014. In breve: “L 147:maggiori oneri di 74mln nel 2014, 218 nel 2015; 378 nel 2016, 422 nel 2017, 518 nel 2018, 246 mln nel 2019, 128 mln nel 2020, 49 mln nel 2021 e 4 mln nel 2022 coperti integralmente dalla rimodulazione di altre categorie di lavoratori salvaguardati e per taluni anni mediante riduzione del Fondo per l’occupazione e la formazione“.

La presente variazione finisce con il rendere poco congrua anche la proposta del Sottosegretario Pier Paolo Baretta: “Anzitutto i calcoli finora fatti sulla base delle diverse proposte, ultimo della serie quello collegato alla proposta del presidente dell’Inps, Tito Boeri, scontano un’uscita contemporanea nel primo anno di tutti i soggetti potenzialmente interessati. Ma questo è praticamente impossibile”. Inoltre, prosegue: “Con la flessibilità (in uscita) il problema (degli esodati) sarebbe stato di dimensioni molto più contenute. Per non parlare del ricorso alla Cig (Cassa Integrazione Guadagni). Con il ricorso all’uscita anticipata seppure con assegni ridotti l’uso di questo strumento si ridurrebbe automaticamente”. E infine: “Questo sistema può essere accompagnato dal principio del prestito pensionistico al quale ha fatto riferimento più volte il ministro Giuliano Poletti, che può essere anche alternativo alla penalizzazione”.

In effetti, la proposta di “flessibilità in uscita dal lavoro e accesso anticipato alla pensione”, allo stato dell’arte, sarebbe compensata dal governo (o almeno secondo una parte senz’altro molto rappresentativa di esso) attraverso minori uscite, riteniamo già impegnate, per “esodati” e “Cig” ed una forma di prestito anticipato sull’assegno di pensione, che lo stesso pensionato dovrà poi scontare sullo stesso assegno, alternativa alla penalizzazione.

Quindi, alcun impegno per nuovi investimenti e la creazione effettiva di nuova occupazione.

In definitiva: pur ritenendo giusta l’applicazione di una misura di prelievo, in forma di contribuzione, sulle pensioni alte e – semplificando, potremmo definirle – poco “contributive”, riteniamo altresì che, in assenza di un aumento reale dei tassi di occupazione, oggi sia rischioso introdurre misure in grado d’indebolire l’equilibrio finanziario raggiunto dall’attuale sistema pensionistico.

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