Letture: Liberi di costruire di Marco Romano

  
Recensione a cura di Luca Nannipieri

Marco Romano è uno dei maggiori urbanisti contemporanei. Le sue idee sulla città e sull’Europa sarebbero sottoscritte da gran parte degli italiani se leggessero i suoi libri. Le ha espresse anche come membro del Consiglio superiore dei Beni culturali, ma le ha espresse invano perché nessuno al Ministero lo ha ascoltato. Sono idee troppo innovative affinché vengano prese in considerazione da un Ministero che è sede vacante di innovazione dall’atto della sua nascita.

La riflessione di Romano è ora contenuta nel volume Liberi di costruire (Bollati Boringhieri), dopo essersi stratificata in altri libri precedenti, come L’estetica della città europea.

La tesi di quest’ultima opera è chiara, esplosiva: tanto più i cittadini sono lasciati liberi di costruire quanto più esprimono il loro essere cittadini; il possesso della casa, la possibilità di trasformarla, ampliarla, decorarla, cambiarla del tutto, di averne anche altre per le vacanze, è la base della nostra cittadinanza, che si sviluppa nella città; se invece lo Stato, come ha fatto nel ‘900 e come fa oggi, reprime questa libertà di costruire con forzose norme edilizie, pianificazioni urbanistiche, costrizioni estetiche, estenuanti procedure e controlli, i cittadini sono come sospinti a trasgredire la legge.

L’abusivismo edilizio in fondo che cos’è? Per molti è un reato da punire con severità. Per Marco Romano «le trasgressioni alle restrizioni dei piani regolatori vengono rubricate come abusivismo» mentre invece sono spesso «forme di ribellione individuale nel nome della libertà»; vengono sempre giudicate come segni di industrializzazione selvaggia o speculazione edilizia: invece queste trasgressioni alla legge sono in vari casi la conseguenza di piani regolatori che non riconoscono che «ogni cittadino ha da mille anni il diritto di mostrare nella casa il sogno delle propria condizione sociale, un sogno cui nessuno può porre un limite giuridico». Se il possesso della casa è la base della cittadinanza, renderlo artificiosamente difficile è un’insidia alla stessa democrazia, perché impedisce alle persone, che pure abitano in una città, di diventarne cittadini a pieno titolo. Quella di Romano non è una legittimazione generalizzata dell’illegalità o una giustificazione degli ecomostri, ma una controcorrente revisione del concetto di abuso. Quando si parla della propria abitazione, il concetto di abuso va profondamente rivisto.

Non a caso il Piano Casa di Berlusconi del 2009 che permetteva un ampliamento del 20% agli edifici residenziali, è stato fatto oggetto di feroci critiche perché consentiva l’aggiunta di volumetrie vietate (Salvatore Settis parlò di «frutto di cinica improvvisazione in caccia di voti», Andrea Carandini di «legge scempio»). 

Scrive Romano: dovrebbe essere connaturata in una società libera «la libertà di conformare la propria casa secondo i propri desideri e non secondo le arbitrarie prescrizioni che taluni esperti hanno legittimato».

L’abitazione è l’essenza della cittadinanza europea, è lo specchio attraverso cui un cittadino rappresenta la sua condizione sociale, nella speranza continua di migliorarla.

Per Romano la città è l’ambito nel quale dall’undicesimo secolo sono maturate libertà e democrazia, ed è anche l’esito delle intenzioni estetiche dei suoi abitanti che vi appartengono anzitutto con il possesso della casa. Quanto più lo Stato nel ‘900 ha attentato questo possesso, lo ha compresso con supervisioni, inibizioni e pianificazioni, riducendo sempre più il margine di libertà e inventiva, quanto più l’individuo si è sentito in dovere di evaderne. Il senso della proprietà di una casa è più insopprimibile dell’osservanza allo Stato la cui legge non si riconosce. Ecco il perché di molti abusi edilizi. «Le leggi ingiuste esistono: saremo felici di obbedirvi?» diceva Henry David Thoreau, teorizzando la disobbedienza civile. Accettare la legge o evaderla? Sopprimere la libertà di essere padroni in casa propria o diventare abusivi? Liberiamoci dallo Stato, dalle sue costrizioni estetiche ed edilizie, conclude Romano. La storia europea «è una lotta quotidiana e continua per allargare il margine della libertà, impedendo che quella stessa democrazia della civitas, così come quella degli Stati e delle Nazioni, comprima la libertà di scelta dei suoi stessi cittadini». 

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