Il Sud riparte se supera la mentalità feudale

di Francesco Bruno su immoderati.it

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<<Per il Meridione un piano da 80 miliardi mirato sulle infrastrutture>>.  E’ un ministro Guidivintage, quello che reagisce veemente alle accuse lanciate da Roberto Saviano. Vintage, perché le sue parole profumano di anni cinquanta, di un’epoca in cui i problemi del Sud Italia – la grande questione dell’Italia unita –  avevano trovato la loro soluzione, panacea di tutti i mali: la Cassa per il Mezzogiorno.

Circa 1.280 miliardi del vecchio conio da utilizzare tra il 1951 e il 1962. Un Piano Marshall, un New Deal Roosveltiano-Keynesiano-Democristiano che avrebbe risolto gli squilibri macroeconomici tra le diverse aree del Paese.

I programmi nel tempo hanno cambiato nome, slogan, interpreti. Ai finanziamenti dello Stato Centrale si sono poi aggiunti quelli della Comunità Europea, sempre al lodevole scopo di quel riequilibrio tanto agognato. Ma i risultati? Conti economici Istat dello scorso Febbraio ci raccontano ancora di un reddito medio pro capite al Nord-Ovest di 33,5 mila euro, 31,4 mila euro al Nord-Est, 17,2 mila euro al Sud. Si potrebbero poi sguinzagliare una serie di dati di una negatività lacerante, da far fare un figurone ai dati ellenici, ma meglio evitare. La realtà è fin troppo dura da digerire.

Nonostante le esperienze pregresse dovrebbero suscitare umane preoccupazioni, il Governo in carica non sembra curarsi del passato. E allora, affetto da grave forma di “annuncite”, quando un personaggio noto come Saviano lancia delle accuse, ecco che l’Esecutivo reagisce, si leva dal torpore, si accorge che esiste anche un’Italia meridionale che non sta ottenendo nemmeno i maestosi +0,1% tanto osannati, e rispolvera la vecchia ricetta democristiana: vi mandiamo un bel po’ di soldini in cambio di tanti bei votini. E vi diamo pure un ministero del Sud, contenti? In pratica, tentare di risolvere problemi con le stesse soluzioni che hanno causato quei problemi.

Come si fa a essere contrari in linea principio a investimenti per infrastrutture o banda larga? Si tratta di elementi essenziali per una crescita economica. Tuttavia, siamo troppo abituati a vedere che fine fanno questi soldi, a visionare le facce di chi li gestisce, a conoscere come li gestisce, a sapere anche in dettaglio quanto della spesa erogata si trasforma in servizi al cittadino e quanto finisce nelle (sporche) mani sbagliate.

Perché il problema è così di difficile soluzione e dura da secoli? Principalmente perché è di tipo antropologico, socio-culturale, non è semplicemente strutturale. Non sarà un piano di investimenti da Roma a invertire la rotta, né uno da Bruxelles. Non fermerà la continua emigrazione verso il resto d’Italia e del mondo. Qualche impresa farà dei profitti, qualche professionista pure, qualche giovincello politico farà la sua ascesa, la mafia avrà la sua ricompensa. Tutto qui, il “piagnisteo” che infastidisce il Presidente del Consiglio dei Ministri continuerà imperterrito.

Chi ha a cuore i principi fondamentali della libertà individuale, economica e quindi politica, intuisce che il freno a mano che impedisce il lancio verso la crescita del Sud è la difficoltà di fare impresa, maggiore rispetto al resto della nazione. Difficoltà che dipende da molteplici fattori, anche noti: corruzione, ‘ndrangheta, fisco, burocrazia, inefficienza politico-amministrativa. Tanti lacci, numerose barriere all’ingresso che impediscono uno sviluppo economico adeguato alla terza economia dell’Eurozona.

Ma vi è di più, inutile nascondersi. Persiste un considerevole deficit di libertà individuale, che spesso sfugge alle analisi più illustri. Al Sud, purtroppo, il feudalesimo non è mai finito. Al Sud, purtroppo, si sente ancora nell’aria il bisogno di avere un Signore che ci protegga. Che  esso sia un nobile, un valvassore, un assessore o un picciotto di zona non importa. Ciò che è essenziale è avere quella sovrastruttura sociale che ci protegga, che ci dica cosa fare, quando farlo e che ci consenta, in cambio, la sopravvivenza.

Questa mentalità feudale ci rende avversi al rischio, incapaci di tentare, di osare. Terrorizzati anche da una crescita personale (più divento ricco, più lo Stato o la Mafia mi causeranno problemi). La libera concorrenza diventa quindi un male da combattere in una società che vuole mantenere una struttura corporativa. Un nemico che rischia di smuovere le acque stagnanti di una povera ma tranquilla esistenza.

Dall’ambiente scolastico a quello dell’oratorio, dalle chiacchiere da bar alle riunioni politiche, si ha come l’impressione che si debba sempre conoscere ed affidare il proprio destino a qualcuno, fisicamente quasi, per cercare quella sfera protettiva che ci conceda la dignità. Una concezione di dignità del tutto illusoria, poiché si è incapaci di rendersi conto che la dignità la si sta già perdendo nello stesso momento in cui si affida a qualcun altro la propria sorte.

Il Meridione italiano è un luogo dove le persone credono poco in loro stesse, non valorizzano il loro talento. Chi ha talento e sa di averlo, va a valorizzarlo lontano dalla sua terra di origine. Chi resta, finisce per aspettare invano la manna caduta dal cielo, che, nella maggior parte dei casi, è rappresentata paradossalmente da un impiego pubblico di qualsiasi natura.

Questa mentalità feudale ci ha distrutto lentamente, perché è stata ed è la linfa vitale di cui si nutrono i mafiosi e i politici corrotti (figure perfettamente sovrapponibili), i quali riescono a utilizzare questo ricatto sociale per mantenere il loro status di privilegiati. Ci buttano un tozzo di pane, noi siamo talmente affamati che ci sfugge di intravedere il loro piatto colmo di caviale.

Se vuoi distruggere un popolo non devi far altro che annientare le libertà individuali. Questo è quello che hanno fatto i regnanti che si sono succeduti nel tempo, sia prima dell’unificazione italiana, sia dopo. E un popolo le cui libertà individuali sono calpestate non ha la forza di reagire, ma tenta unicamente di arrivare al giorno dopo. Il “tengo famiglia” non è uno stato di necessita, it’s a state of mind.

Ma se il quadro è così desolante, esistono strade alternative da solcare che siano diverse dalla vecchia ricetta che pare voler percorrere il Governo Renzi? Sicuramente la crescita di un territorio non dipende di solito dalle decisioni politiche. Il miracolo del Nord-Est non fu il prodotto di scelte politiche illuminate, bensì di uno sprigionamento delle forze del libero di mercato. Di certo però la politica può riuscire benissimo nel frenare la crescita.

Cosa potrebbe dunque fare la classe dirigente? Potrebbe allocare i giusti incentivi per rendere conveniente fare impresa, anche al Sud. Quindi meno tasse (Irap, Ires, abbattimento cuneo fiscale), meno corruzione (quindi MENO spesa pubblica), lotta incessante alla criminalità organizzata (non vi sembra che essa  abbia perso posizioni nell’agenda politica?), investimenti pubblico-privati mirati per la ricerca universitaria (soprattutto scientifica).

Ma oltre a quanto appena citato – che probabilmente incontrerebbe anche il favore popolare – si potrebbe intervenire anche su un problema sociale che è invece di difficile comprensione popolare: al Sud lavorare nel settore pubblico conviene eccessivamente rispetto al lavorare nel settore privato. Questo è dovuto ad un costo della vita decisamente più basso, che rende profittevole attendere anche anni l’inserimento in una struttura pubblica (magari attraverso una persistente ricerca di un appoggio politico) piuttosto che tentare l’inserimento nel settore privato. Ma questo è motivo di biasimo nei confronti di cittadini meridionali? No! Ovviamente si deve lavorare in education e senso civico, ma non si può dimenticare che l’homo economicuscompie scelte razionali, quindi non ci si può sorprendere che egli si comporti in modo da massimizzare i suoi interessi.

Allora, forse, quell’idea che ogni tanto salta fuori di parametrare le retribuzioni (anche pubbliche) al costo della vita di un determinato territorio, definita con il termine orrendo e infelice di “gabbie salariali”, non deve farci paura. Magari ci ha fatto legittimamente paura chi la suggeriva, facendone una questione di becera lotta Nord-contro-Sud, ma aprire un serio dibattito liberale sull’idea potrebbe rivelarsi produttivo e aprire nuovi scenari di sviluppo. Parliamone.

Ne va della nostra libertà, il FeSudalesimo è durato abbastanza.

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