Riforma del lavoro: contratti e scioperi, novità da settembre

  
Ancora novità nel mondo del lavoro: dopo il Jobs Act la riforma non si ferma. Le priorità del governo a settembre sono il riordino dei contratti e la normativa degli scioperi. Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia ha ribadito l’importanza di un accordo tra le parti sociali confermando però che, se questo non avverrà spontaneamente, si interverrà dall’alto con una riforma del lavoro ad hoc sulla normativa degli scioperi.
Sindacati e rappresentanza: nuove regole da settembre?
La questione primaria da sciogliere è quella della rappresentanza. Il punto è: chi e con quali tempi ha il diritto di trattare con le controparti per firmare accordi con effetti per tutti i dipendenti, a prescindere che siano iscritti o meno ai sindacati? Sull’argomento si possono evidenziare punti di contatto tra le proposte di Cesare Damiano e del senatore Pietro Ichino, sebbene le due personalità siano distanti politicamente.
L’idea di base è quella di prevedere una soglia di sbarramento del 5% per avere diritto a partecipare alle trattative. Questo limite servirebbe a comprovare il consenso di cui le sigle sindacali godono in un determinato posto di lavoro. La maggioranza è invece contraria alla ripresa del sistema americano che delega ad un unico sindacato, aperto a tutte le sigle, la trattativa in nome di tutti. Anche Cesare Damiano si è sbilanciato a sostegno del pluralismo sindacale.
Sciopero: novità da settembre?
Altra questione di primaria importanza nell’ambito della riforma del lavoro è quella dello sciopero. Anche in questo caso la soluzione potrebbe arrivare dalla previsione di una soglia di sbarramento. Damiano ha ipotizzato “una soglia di approvazione tra il 30 e il 40 per cento dei lavoratori coinvolti”. Per i dipendenti pubblici, in particolare per il settore dei trasporti, si parla anche di un referendum per decidere se approvare lo sciopero oppure no. Più difficile pensare a soglie di sbarramento nelle aziende private.
Riforma del lavoro: i contratti aziendali
Per quanto riguarda più nello specifico la riforma dei contratti, l’idea di Ichino è quella di giungere ad “un sistema in cui il contratto aziendale può sostituire completamente il contratto nazionale, come in Germania” allo scopo di rendere più flessibile la normativa. In Germania oggi il 26% della busta paga dipende dai contratti aziendali. Su questo punto però manca l’accordo con la sinistra Pd, certa che si creerebbero disparità negli stipendi tra le aziende più ricche al Nord e le altre.
Ma Ichino smentisce che queste differenze possano rappresentare un’ingiustizia: “del restoavere una busta paga da 800 euro a Reggio Calabria significa vivere abbastanza bene mentre con quei soldi a Milano si fa la fame. Oggi non si tratta di ripristinare le vecchie gabbie ma, al contrario, di liberare la contrattazione aziendale dalla gabbia del contratto nazionale”.
Tutti invece sono d’accordo, come ha sottolineato da ultimo Baretta, sull’esigenza di ridurre il numero dei tipi di contratto: oggi sono circa quattrocento e se molti andrebbero aboliti, altri, come ad esempio quello ad hoc per i lavoratori del settore informatico, non trovano ancora spazio.

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