Un referendum tra Orazi e Curiazi

di Luigi Gravagnuolo

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Non so se nel mondo vada come da noi; cert’è che qui, in Italia, la sinistra ha una particolare vocazione alle guerre fratricide. Basta un pelo nell’uovo in un qualche documento o in un atto pubblico, che subito si organizzano correnti, partiti, gruppi, componenti, “sensibilità” (“adesso si dice così”, avrebbe commentato Totò), e si scatenano guerre intestine. In molti attribuiscono questa indole alla formazione ideologica dei politici della sinistra italiana. A me, per esperienza vissuta, pur senza sottostimare questa componente, sembra piuttosto che l’origine della rissosità vada ricercata nella ricerca di spazi di potere e di convenienze personali, pur ammantati da motivazioni “nobili”. E già, uno di sinistra non può mica confessare chiaro e tondo che contrasta un suo compagno di partito per ambizione personale! Bisogna trovare l’argomento “oggettivo” o “di principio”, con riferimento a valori non negoziabili ovviamente. Da questo punto di vista le occasioni e la fantasia a sinistra non mancano mai. Figuriamoci che l’occasione è data non proprio da un pelo nell’uovo, ma dalla Sacra Costituzione della Repubblica Italiana!
Avete visto in TV i due dibattiti della scorsa settimana sul Referendum Costituzionale? A Bologna si sono “sfidati” Carlo Smuraglia, Presidente dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), ed il Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi. A Roma l’on.le Massimo D’Alema, di chiara fama, e l’on. Roberto Giachetti, vice Presidente alla Camera dei Deputati. Pezzi grossi, tutti rigorosamente di sinistra – o quanto meno sedicenti tali – e con la tessera dello stesso partito. Smuraglia e D’Alema fermamente convinti che la riforma della Costituzione sia da bocciare senza se e senza ma; Renzi e Giachetti sostenitori invece del sì alla riforma. Se le sono date di santa ragione, senza alcuna volontà di ascoltarsi reciprocamente, di fronte a platee di tifosi chiassosi, che parteggiavano in modo ostentato per gli uni o per gli altri. Io che – se si votasse domani – voterei certamente sì alla riforma, ma che sono pure attento a tutte le argomentazioni che vengono addotte da quelli del no e che continuerò ad ascoltare tutti fino a quando non entrerò nell’urna, non ne ho ricavato né un’informazione aggiuntiva a quelle che già avevo, né un motivo per appassionarmi all’argomento. Se non fossi stato interessato ad esso per me stesso, senz’altro avrei cambiato canale.
Immagino il compiacimento di quelli che nella sinistra non si riconoscono: i leghisti, la destra, i centristi, i grillini. Diciamoci la verità, a molti di loro, sotto sotto, questa riforma sta bene; alla maggior parte invece non piace per davvero; ma vuoi mettere lo spasso a vedere il partito di governo dilaniarsi pubblicamente sui ring delle feste dell’Unità! Sembra quasi che gli “altri”, quelli cioè che nell’area della sinistra non gravitano, sia quelli del sì che quelli del no, abbiano delegato il PD a condurre la battaglia, restandosene, per se stessi, comodamente in poltrona a godersi lo spettacolo.
In tutto questo chi ne paga lo scotto è … la riforma, i cui contenuti, offuscati dalla caterva di invettive tra le due sinistre, sfuggono ancora alla stragrande maggioranza degli Italiani. I quali, per parte loro, avrebbero pure il diritto di ascoltare confronti pacati, volti ad illustrare il merito delle norme su cui ciascuno sarà chiamato a pronunziarsi al referendum.
Guardando i due match in tv, mi è tornato in mente il racconto liviano degli Orazi e Curiazi. Romolo e Remo, i fondatori di Roma, erano figli di Rea Silvia, a sua volta figlia di Numitore, re di Albalonga. Il nonno di Romolo e Remo era dunque il re di Albalonga. Le due città, Roma ed Albalonga, pur discendenti dallo stesso ceppo, erano tra loro in lotta per la supremazia territoriale. Ma la guerra tra consanguinei era da considerasi empia. Così decisero che, per evitare dolorosi spargimenti di sangue, in “rappresentanza” delle due città, si sarebbero scontrati tre fratelli romani, gli Orazi, e tre fratelli albani, i Curiazi. La spuntarono gli Orazi, grazie all’astuzia del terzo fratello. Questa la leggenda. La storia ci dice però che la sfida tra Orazi e Curiazi – se mai ci fu – non fu risolutiva per risolvere la contesa. Ad essa seguì una guerra cruenta tra le due città “consanguinee”, con reciproche atrocità.
I dirigenti nazionali del P.D., dell’una e dell’altra parte, ci facciano un pensierino: se non abbassano i toni, dopo il referendum, comunque esso andrà, non ci sarà comune discendenza che tenga e sarà difficile evitare spargimenti di sangue; sia pure solo metaforico, s’intende!

Letture: Le motivazioni del voto

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Come utilizzare i principi dell’economia per analizzare la politica e la pubblica amministrazione? Se gli individui all’interno di una economia di mercato sono mossi prevalentemente dall’auto-interesse, perché non dovrebbero comportarsi allo stesso modo in qualsiasi contesto?
In questo ormai classico testo introduttivo alla Public Choice, Gordon Tullock (1922-2014) studia per la prima volta il comportamento di politici, burocrati ed elettori da una prospettiva nuova. Per Tullock, i burocrati sono uomini come tutti gli altri. La teoria delle scelte pubbliche, smontando alla radice la credenza di uno Stato benevolo e lungimirante, si pone come obiettivo proprio quello di analizzare i fallimenti dell’intervento pubblico. I mercati possono anche non produrre risultati perfetti, ma nella realtà non può esistere nulla di simile a un governo disinteressato e onnisciente capace di aggiustarne le imperfezioni.
Questa nuova edizione del libro di Gordon Tullock contiene brevi saggi di Peter Kurrild-Klitgaard, Michael C. Munger, Charles K. Rowley e Stefan Voigt. Questi contributi considerano l’impatto che il testo ebbe nel mondo accademico, ma non solo, dopo l’uscita avvenuta nel 1976. A distanza di svariati decenni, con una spesa pubblica e un intervento statale che hanno continuato senza sosta a dilatarsi, è evidente come ci sia ancora molto da imparare dalla lettura di “Le motivazioni del voto”.

Olimpiadi: belle ed impossibili

di Domenico Campeglia

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La nostra linea editoriale, ed io in primis, non è mai stata tenera nei confronti del Movimento 5 Stelle. Ma, come si suol dire, un orologio rotto segna comunque l’ora esatta due volte al giorno. Personalmente sulla questione della candidatura olimpica di Roma per il 2024 ho sempre avuto molte perplessità ma anche un “conflitto” tra mente e cuore. Ma, come è giusto che sia, su questioni così importanti, che coinvolgono anche la tasca dei cittadini contribuenti, a prevalere deve essere la ragione, mai più che ora “di Stato”.

I grandi eventi sportivi rappresentano quasi sempre un costo netto per i Paesi che li ospitano. Data la situazione dei conti pubblici italiani, l’Italia non può permettersi di ospitare le Olimpiadi del 2024, e bene fece Monti nel 2012 quando oppose il gran rifiuto a Roma 2020.
La nozione che i grandi eventi sportivi possano avere un bilancio economico positivo è quasi unanimemente rigettata in letteratura. Il costo delle recenti Olimpiadi di Londra è quadruplicato rispetto alle stime effettuate al momento della candidatura, l’impatto sul PIL è stato trascurabile e il settore turistico ha sofferto. Le spese per l’organizzazione dei Giochi superano in media del 179% le previsioni e gli impianti costruiti per l’occasione si rivelano vere e proprie cattedrali nel deserto. L’organizzazione andrebbe ripensata favorendo l’emersione di una o più sedi specializzate e aumentando la trasparenza del processo di selezione.

I numeri, allarmanti, vengono da una ricerca dell’Istituto Bruno Leoni. II cui titolo è tutto un programma: “L’importante è partecipare: perché rinunciare a Roma 2024“. II report cita un’analisi condotta da Bent Flyvbjerg e Allison Stewart, professori all’università di Oxford, che dimostrano con precisione come negli ultimi anni le Olimpiadi si siano rivelate un salasso per i Paesi organizzatori. Con costi sempre lievitati a dismisura.

Oltre che all’edizione di Londra, stessa sorte è toccata anche alle tre precedenti edizioni: Pechino 2008 è passata da 2,2 miliardi a quasi 45 miliardi di dollari (stima non ufficiale, a causa della scarsa trasparenza dei resoconti governativi). Nel 2004 ad Atene i costi sono esattamente raddoppiati, da 4,5 a 9 miliardi di euro, portando il deficit pubblico al 6,1% del Pil e inabissando l’economia greca.

Anche a Sidney 2000 l’investimento raddoppiò rispetto agli iniziali 3,4 miliardi di dollari australiani.

Per questo, l’Istituto Bruno Leoni conclude il suo rapporto lanciando delle proposte alternative. Come stabilire una dimora fissa per le Olimpiadi, o al contrario delocalizzarle in giro per il mondo, sempre al fine di razionalizzare i costi. Una terza via potrebbe essere quella di istituire delle penali in caso di superamento del budget, come strumento di controllo della spesa.

Morandi, la spesa, gli italiani

da “IBL

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La cultura politica di un Paese si vede dai riflessi condizionati. Domenica, Gianni Morandi, personaggio più da ‘old economy’ che però è riuscito a trasferire perfettamente la sua popolarità sui social media, ha avuto la bella pensata di pubblicare una sua foto con le buste della spesa. Non c’è immagine più normale, più rassicurante, più zuccherosa: un marito che accompagna la moglie al supermercato.

Non l’avesse mai fatto. Il cantante emiliano si è ritrovato sotto una gragnola di insulti e rivendicazioni sindacali. I suoi follower e “amici” (nell’accezione facebookiana del termine) gli hanno rinfacciato di non avere rispetto per gli impiegati costretti a lavorare nel giorno del Signore.

Di questi tempi, che belli non sono, fa impressione vedere un coro tanto unanime compiangere chi un lavoro ce l’ha, anziché preoccuparsi di chi vorrebbe averne uno e non lo trova. Questa è la risposta che avremmo suggerito a Morandi, che invece s’è coperto il capo di cenere e, colto di sorpresa da una reazione così virtualmente veemente, ha garantito che mai più farà spese di domenica.

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Multiculturalismo e dialogo interreligioso. Brevi considerazioni di natura giuridica.

di Gianfranco Macrì

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Lo scopo di questa breve riflessione è quello di offrire all’attenzione del lettore alcuni spunti per una ricognizione giuridica attorno al tema, sempre più di grande attualità, del c.d. “dialogo interreligioso”. Questione da sempre tenuta in massima considerazione da parte della Chiesa post-Conciliare, a partire dalla “fiamma accesa ad Assisi” da Giovanni Paolo II (ottobre 1986), e oggi –soprattutto a seguito dell’uccisione di Padre Jacques Hamel, parroco della chiesa di Saint-Etienne-
du Rouvray, vicino a Rouen (Normandia) – da Papa Francesco:

“Il dialogo basato sul fiducioso rispetto può portare semi di bene che a loro volta diventano germogli di amicizia e di collaborazione in tanti campi, e soprattutto nel servizio ai poveri, ai piccoli, agli anziani, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione a chi è escluso. Possiamo camminare insieme prendendoci cura gli uni degli altri e del creato. Tutti i credenti di ogni religione. Insieme possiamo lodare il Creatore per averci donato il giardino del mondo da coltivare e custodire come un bene comune, e possiamo realizzare progetti condivisi per combattere la povertà e assicurare ad ogni uomo e donna condizioni di vita dignitose” (Papa Francesco, Discorso al Congresso USA, 24 settembre 2015).

Da segnalare anche l’attivismo del mondo protestante. Intervistato di recente da “Riforma.it”, sull’onda del ricordo dell’attentanto alle Torri Gemelle, Faod Aodi, Presidente delle comunità del Mondo arabo in Italia, ha rimarcato il significato (come valore):

“(…) della laicità, del diritto di ognuno di avere una propria dimensione di fede e che su questo diritto individuale ci si possa unire e non dividere”.

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I liberali, in Italia, esistono in maniera organizzata?

di Domenico Campeglia

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Se qualcuno ha mai osato pensare (ed io sono tra questi, ahime) che Berlusconi dal 1994 ad oggi sia stato il difensore del pensiero liberale o liberal-democratico, ha anche potuto verificare sulla sua pelle il grave errore commesso. Ben poco è stato fatto in questo senso negli ultimi 20 anni, così come altrettanto poco è stato fatto durante la cosiddetta Prima Repubblica. Oggi l’individuazione di un’ala liberale italiana è esercizio complesso e sebbene le sigle che si richiamano a valori liberali non manchino la confusione regna sovrana. In tutta questa confusione viene da chiedersi: ma, in Italia, dove sono i liberali? Proviamo a fare alcune riflessioni di massima.

Il 28 luglio 2012, su iniziativa di un gruppo di economisti e “intellettuali” composto da Oscar Giannino, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Andrea Moro, Carlo Stagnaro e Luigi Zingales, nacque Fermare il Declino. Per portarlo all’attenzione venne pubblicato a pagamento su sei quotidiani (il Fatto, il Foglio, il Sole 24Ore, Messaggero, Mattino, Gazzettino) un manifesto programmatico di ispirazione prevalentemente liberale, liberista e fortemente critico verso l’intera classe politica nazionale. Anche io mi onorai e mi onoro di aver fatto parte di questo gruppo, poi sappiamo come è andata a finire ma quello spirito in tanti è ancora vivo e con quello spirito proseguono sul territorio le azioni di tante realtà che continuano a riconoscersi in quel manifesto.

Ma quale è la situazione oggi?

Nell’area di Governo troviamo Enrico Zanetti che vuole proporre una aggregazione liberal-democratica ampia che coinvolgerebbe anche altri partiti e individualità di area moderata (tra cui Denis Verdini) ma ad ora il cantiere pare ancora in fase di allestimento, con accelerazioni e fermate che innegabilmente non poco disorientano l’elettore medio.

Per il centro – destra a proporsi (con il benestare di Silvio Berlusconi) è Stefano Parisi. Il 16 e 17 Settembre si è tenuta a Milano una Convention con lo scopo di proporre e discutere un programma “liberalpopolare” per il nostro paese.

Parisi si è circondato di gente che ritiene il pensare pre-requisito fondativo del poter fare e di questo gli va dato atto. Ma la sua missione resta certamente molto ambiziosa.

Al “Megawatt”, quella che è stata ribattezzata la “Leopolda milanese” dell’ad della prossima Forza Italia, e giovanilismo zero, sebbene a parlare siano per lo più giovani che fanno cose da adulti senza chiedere agli adulti il permesso di farle, né rivendicare l’anagrafe come plus, come ha sottolineato Stefania Bonfante in un suo articolo sulla rivistra “Strade.

C’è praticamente tutto il Bruno Leoni in pensiero, opere e orazioni. Presenti infatti tra gli altri Alessandro De Nicola, Alberto Mingardi, Carlo Lottieri e Rosamaria Bitetti. Presenti anche molti contributors di Strade.

E’ presto per dire se la sua iniziativa avrà successo e se saprà davvero rappresentare istanze sinceramente liberali. Da segnalare però che da altra parte (a Pontida, allo storico raduno della lega), Matteo Salvini ci è andato giù duro: “Se qualcuno pensa che il futuro della Lega sia quello di un piccolo partito servo di qualcun altro, di Berlusconi o di Forza Italia, ha sbagliato”. Ed ancora riferendosi esplicitamente a Parisi: “Io voglio una Lega forte. Che cosa farà il resto del centrodestra, lo deciderà lui. Se ha coraggio, viene dietro a noi, altrimenti la Lega è pronta a fare da sé”. Parole non certamente tenere anche visti i miei dubbi su chi gli sta intorno e sugli eventuali alleati. Personalmente reputo profondamente illiberali partiti quali la Lega Nord e Fratelli d’Italia, entrambi su posizioni populistiche, anti europee, autarchiche, protezionistiche.

La risposta alla domanda, dunque, appare quantomeno complessa, per ciò che mi riguarda guardo con estremo interesse l’evoluzione per capire meglio.

Speriamo bene…

Parisi e libertà: lo spazio di un centrodestra delle idee

di Simona Bonfante su “Strade


L’obiettivo di Parisi è dare un’alternativa sistemica a Renzi. L’ambizione è riuscirci con un centrodestra costruito su idee e portatori di idee più che su leader e portatori di borsa del leader. Quindi è alle idee e ai rispettivi portatori che l’attenzione deve andare, per il momento.

Parisi si è circondato di gente che ritiene il pensare pre-requisito fondativo delpoter fare. Questo dato rileva più della geografia delle presenze, delle assenze, della lista delle omissioni. Rileva non il “chi c’è” ma il fatto che c’è. Lo spazio del centrodestra post-berlusconiano, Parisi lo vuole definito non sui valori ma sulla generazione di libertà. Missione ambiziosa, veniamo alle modalità.

Pochi nani, pochi replicanti al Megawatt, la Leopolda milanese dell’ad della prossima Forza Italia, e giovanilismo zero, sebbene a parlare siano per lo più giovani che fanno cose da adulti senza chiedere agli adulti il permesso di farle, né rivendicare l’anagrafe come plus. C’è praticamente tutto il Bruno Leoni in pensiero, opere e orazioni – allostato-ladro vs privato-bello, al federalismo, alla maledizione della spesa elettorale, e via così. C’è il sì e il no al referendum di Renzi, e il no meglista – “ottimista” lo definisce Parisi – prevale.

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I robot e la tecnologia alimentano la disoccupazione?

di Domenico Campeglia

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Parafrasando Marx , uno spettro si aggira per il mondo. Questo spettro è l’intelligenza artificiale assieme alla robotica, che periodicamente si affacciano grazie a qualche “eclatante” servizio televisivo e/o articolo giornalistico, rigorosamente scevro da contraddittori che potrebbero facilmente smontare i miti posti in essere. Intelligenza artificiale che, dunque, ha riesumato dall’oltretomba il luddismo. Secondo Carl Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University infatti , il 47% dei lavori potrà essere sostituito nei prossimi 20 anni dai robot e dai programmi di intelligenza artificiale .
Messa in questi termini le prospettive occupazionali sembrano drammatiche.
Sciocchezze? Si, sono tutte sciocchezze. E vediamo il perchè. Esistono almeno tre motivi per rigettare in toto la previsione luddista:
1) Il più importante e alla fine sempre il solito: ogni ipotesi neoluddista parte da una premessa , ovvero la finitezza e immobilità dei lavori .E’ il modello superfisso per eccellenza, vera e propria piaga del pensiero economico: secondo questa narrativa i posti di lavoro e i lavori sono un numero fisso e dati una volta per tutte. Non è così.
Ad esempio, quando è stato introdotto il telaio tessile è scomparso il lavoro della filatrice a mano , ma sono comparsi i lavori delle operaie tessili , dei manutentori dei macchinari e dei costruttori delle macchine tessili e dei loro componenti .
Certamente bisognerà avere lavoratori sempre più qualificati , ma questo non è un male , anzi , è il vero e proprio beneficio del capitalismo: lavoratori sempre più qualificati per lavori sempre più produttivi è l’unico modo attraverso il quale avere lavori sempre più ben pagati .E’ solo aumentando il valore aggiunto dei lavori che possono aumentare i salari degli stessi. Certamente non il contrario .
2) i costi : in un sistema economico efficiente la sostituzione dei fattori produttivi avviene attraverso i calcolo dei costi. Costi che non necessariamente sono a favore delle nuove tecnologie. Facciamo un esempio: il software più avanzato di intelligenza artificiale per ora è Watson della Ibm . Software che però ha un costo di almeno 3 milioni di dollari .
Qual’è il costo totale di un lavoratore a bassa qualificazione ? Se calcoliamo il valore attuale partendo da un costo per l’azienda di 30.000 euro annui , arriviamo ad un valore economico di 333.000 euro (30000/0.09). Quindi 1/10 del costo di Watson.
E’ evidente quindi che se un software come Watson ha senso per una azienda nel caso di sostituzione di un lavoratore, l’avrà solo se potrà sostituire in modo più produttivo lavori o lavoratori per un valore attuale di almeno 3 milioni di dollari .
E questo senza considerare l’eventuale infrastruttura robotica i cui costi e i cui rendimenti sono ancora molto distanti dal poter concorrere contro l’uomo .
3) Qui arriviamo al terzo punto: la tecnologia. Checchè se ne dica siamo ancora molto lontani dallo sviluppo di tecnologia robotica adeguatamente efficiente.
Ad esempio è sempre bene ricordare che Boston Dynamics , la società robotica di Google e forse la più avanzata azienda del settore , è appena stata posta in vendita da Google stessa. E se Google l’ha messa in vendita è evidente che non la ritiene in grado di generare utili adeguati a ripagarne l’investimento. Affiancare e aiutare un uomo nei lavori , come potrebbe fare Watson o un automa industriale in una catena di montaggio è una cosa , sostituirlo completamente è tutta un’altra questione .
Anche nel solo ambito dei lavori totalmente unskilled. Concludendo: tranquilli .
La disoccupazione tecnologica è un mito e tale rimarrà.
* si ringrazia Massimo Fontana per gli interessanti spunti di riflessione.

Raggispierre

di Luigi Gravagnuolo

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La politica appassiona anche perché è sorprendente.
Prima delle ferie estive ci eravamo lasciati con il P.D. di Renzi alquanto incartato: stretto tra la difesa del pacchetto di riforme caratterizzanti il proprio governo, con il rischio altissimo di consegnare tra due anni la guida del Paese a Grillo; e l’opportunità per il premier di modificare quanto meno la legge elettorale, col rischio di imbarcarsi in un mare di incertezze che lo porterebbero a perdere il referendum. Renzi avrebbe bisogno di una botta di genio, avevamo concluso.
La botta di genio Renzi non l’ha avuta. Al suo posto ci ha pensato … il M5S, sorprendentemente avvitatosi in una crisi, che evidenzia in modo lampante la sua inesperienza come classe di governo, la difficoltà a coniugare le funzioni di governo, alle quali aspira, con le pulsioni protestatarie che ne hanno fatto la fortuna politica, ed i limiti di un giustizialismo che oggi si ritorce contro se stesso, pregiudicando il percorso del suo capolavoro elettorale, la giunta Raggi a Roma. Un regalo più grande Renzi non poteva aspettarselo!
Mi soffermo qui sui limiti del giustizialismo, verso il quale non ho mai nutrito simpatie di sorta. Esso è l’espressione dell’impasto della sacrosanta indignazione verso la corruzione pubblica e della meno sacrosanta invidia sociale di quanti si sentono esclusi dalle stanze del potere. Nella storia il giustizialismo, quando si è incrociato con situazioni di crisi economica e con effettive degenerazioni morali delle classi dirigenti, ha trovato consensi di massa, che non di rado lo hanno portato al potere, salvo poi produrre mostruose tirannie. Una volta al potere, le forze politiche giustizialiste cominciano tagliando la testa ai loro predecessori, giudicati sommariamente come corrotti, e finiscono … decapitate. La testa di Robespierre suona ancora da memento, per chi se ne fosse scordato. E mica solo la sua! L’elenco delle vittime del proprio stesso furore talebano è interminabile, in tutte le epoche e latitudini.
Per tornare ai nostri giorni italiani, senz’altro e fortunatamente meno cruenti, il giustizialismo tende a enfatizzare in modo abnorme anche la sola apertura di un fascicolo su di un politico da parte di un Pubblico Ministero, magari per doverosa verifica dei contenuti di una qualche denuncia anonima arrivata in Procura; fino a considerare questo ordinario atto procedurale come una condanna inappellabile, sufficiente ad additare il malcapitato indagato come un mascalzone, da mettere alla gogna e da allontanare immediatamente dalla vita pubblica. Ciò apre varchi enormi ai furbastri della politica, frequentemente più mascalzoni degli indagati. Il giochino è facile facile: quel politico dà fastidio, si fanno girare sui social e nelle strade dicerie e calunnie su di lui, si producono denunce anonime, un P.M. apre un fascicolo, e ce lo si leva di torno!
Ne vanno di mezzo spesso persone perbene, che hanno avuto il torto di rendersi disponibili all’impegno politico in tempi di furia giustizialista. È proprio di lunedì scorso la notizia che il famigerato Stefano Graziano, ex Presidente del P.D. campano, è stato discolpato del tutto dall’accusa infamante di aver scambiato voti con il clan dei Casalesi. Essendo stato egli, poi, il più votato tra i consiglieri regionali nelle elezioni che hanno portato Vincenzo De Luca alla Regione, il sillogismo voleva che anche il Governatore fosse colluso con i clan ed avrebbe dovuto essere allontanato senza indugi da Palazzo Santa Lucia! Salvo poi dover appurare che, concluse le indagini, gli stessi P.M. della D.D.A. hanno chiesto al G.I.P. l’archiviazione del caso!
I grillini sono, da sempre, portatori di questa cultura, che ora, come è sempre accaduto nella storia, si sta ritorcendo contro di loro. A Roma, la sindaca Virginia Raggi, presa tra due fuochi tra la necessità di garantire un governo alla capitale ed il furore talebano, per settimane ha fatto ridere l’Italia – e piangere Roma- nominando a cadenza settimanale assessori e dirigenti, che subito dopo ha lei stessa impallinato, sulla spinta di quella base forcaiola che l’ha portata in Campidoglio.
Ultimo l’ex procuratore Capo della Corte dei Conti del Lazio, Raffaele De Dominicis, indagato niente di meno che per abuso di ufficio, ed immediatamente estromesso dalla Sindaca dalla carica di assessore al bilancio a cui lo aveva chiamato solo 24 ore prima. Tutto ciò in base al “codice etico” del Movimento, che dista anni luce dalla civiltà giuridica dei codici della Repubblica Italiana.
Cara Raggi, ascolta, fermati prima che sia troppo tardi: la lama tagliente pende già sulla tua testa!

È morto oggi a Roma l’ex Presidente Ciampi

di Domenico Campeglia


E’ morto oggi a Roma Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica dal 1999 al 2006. Governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993, poi presidente del Consiglio tra il ’93 e il ’94, quindi ministro del Tesoro dal 1996 fino all’elezione al Quirinale.
Il prossimo 9 dicembre avrebbe compiuto 96 anni.
A Livorno, dove Ciampi era nato, è stato proclamato il lutto cittadino.
Ciampi fu eletto presidente della Repubblica il 13 maggio 1999 in solo 2 ore e 40 minuti con un solo scrutinio (707 voti su 990 votanti).
Sulla sua candidatura accordo trasversale tra centrosinistra e centrodestra, con Veltroni, Fini e Berlusconi.

Ci associamo al cordoglio della Nazione porgendo le nostre condoglianze ai suoi familiari.