Come finanziare la ricostruzione? La soluzione “RC Casa”

di Andrea Giuricin 

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Rimane insoluto il problema di come finanziare la ricostruzione dopo le grandi catastrofi. L’Italia ha un territorio molto ‘debole’ e quindi soggetto puntualmente agli eventi disastrosi.

Negli anni si sono sentite differenti proposte, ma niente è stato fatto nella direzione di far assumere il rischio a chi non effettua i lavori necessari a mettere in sicurezza i propri beni.

Il problema non è tanto il terremoto, quanto gli effetti che il terremoto può avere sugli edifici e di conseguenza sulle persone. Se un edificio è costruito male, il rischio di crollo cresce esponenzialmente. Se invece è costruito secondo le norme anti-sismiche, anche un terremoto di magnitudine superiore a quello che ha colpito il centro Italia potrebbe avere effetti molto meno tragici, senza morti e senza feriti.

Come trovare una soluzione? Il problema è che le soluzioni prospettate vanno sempre nella direzione di incrementare la tassazione per risolvere il problema emergenziale. E l’accisa sui carburanti ha una lunga tradizione in questo, dalla guerra d’Abissinia in poi.

È possibile responsabilizzare la popolazione e al contempo mantenere una certa equità territoriale?

Le assicurazioni private hanno una lunga tradizione nell’assicurare i danni delle catastrofi naturali. Dagli uragani statunitensi fino ai terremoti giapponesi, il ruolo dell’assicurazione è al centro di un sistema che funziona molto bene. Perché le case sulla costa in Giappone costano meno ed hanno premi assicurativi elevatissimi? Semplicemente per il rischio tsunami.

È chiaro che in certe zone d’Italia coprire il rischio di catastrofi avrebbe un prezzo molto elevato, ma è possibile pensare ad un sistema che lentamente veda una presenza di privati sempre più importante, fino all’obbligatorietà di una polizza “RC Casa”, magari completamente detraibile.

Inoltre questo sistema non assicurerebbe tutte quelle case che sono state costruite senza permessi, in modo da colpire indirettamente l’abusivismo edilizio. Chi ha deciso di costruire la propria casa in ‘zona rossa’ del Vesuvio si è preso una responsabilità che deve rimanere a carico del privato e non può essere lo Stato chi si assume un peso che non gli compete.

L’assicurazione privata responsabilizzerebbe la popolazione e i costruttori a fare delle case a norma di legge. Infatti, ad esempio, nessuna assicurazione coprirebbe il rischio di una casa che non rispetta i criteri elementari anti-sismici o il prezzo di copertura del rischio sarebbe elevatissimo.

Il dopo catastrofe è sempre difficile da gestire e l’Italia non ha certo brillato in passato nel processo di ricostruzione.

Passare da una logica della tassa ad una dell’assicurazione privata sarebbe un grande passo in avanti che farebbe risparmiare anche lo Stato.

Una “RC Casa” detraibile: la proposta contro i rischi sismici

di Domenico Campeglia

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Ansia, paura, speranze e disperazione nell’area dove mercoledì notte un terremoto del 6° grado ha devastato cittadine e paesi nel centro Italia, provocando decine e decine di morti e con un bilancio via via diventa più drammatico. A metà pomeriggio di oggi la protezione aggiorna il numero dei deceduti a 250, tra questi molti bambini, (ma il bilancio è destinato ad aggravarsi, i soccorritori continuano ad estrarre corpi dalle macerie delle case) e centinaia di feriti: quelli ospedalizzati sono 365, mentre è difficile tenere il conto di quelli non ricoverati. “Temo che le vittime aumenteranno e non di poco”, ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Siamo vicini alle cifre delle vittime dell’Aquila”, ha ammesso il Capo dipartimento della Protezione civile, Fabrizio Curcio. E nei prossimi giorni si inizierà a discutere del “dramma nel dramma”, la ricostruzione post – terremoto. Chi scrive vive in Campania, una zona che ha vissuto il disastro del terremoto dell’Irpinia del 1980 e i mille scandali della ricostruzione, andata avanti per decenni, e spesso terminata senza che i legittimi destinatari hanno potuto godere di una nuova sistemazione, avendo finito i propri giorni in fatiscenti containers. Il nostro Paese si sa è ancora piuttosto instabile dal punto di vista geologico e fenomeni sismici di una certa entità, sebbene non frequentissimi, accadono. E quando succede inevitabilmente iniziano le riflessioni sulla necessità di migliorare la qualità e la sicurezza delle nostre abitazioni di fronte ai grandi rischi della natura.  Ora lo Stato assumerà su di sé la responsabilità della ricostruzione. Distinguiamo però due aspetti: da un lato la ricostruzione di infrastrutture o edifici pubblici e la restaurazione (per quanto possibile) del patrimonio artistico danneggiato; dall’altro la ricostruzione degli immobili privati, sia residenziali che commerciali, come spiega oggi Piercamillo Falasca in un articolo pubblicato su “Strade“. A proposito di questi ultimi, lo stesso Falasca ci dice che “…bisognerebbe riflettere per il futuro su un cambio del paradigma con cui ci confrontiamo con i grandi disastri naturali”. È quanto egli  propose nel 2009 con un focus dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo “Un contributo di idee per il dopo-terremoto”.

Nel richiamato focus IBL, l’elemento di riflessione era: e se la soluzione fosse l’introduzione di una “RC Casa”, un’assicurazione obbligatoria sulla casa che copra – tra gli altri rischi – anche quelli dei grandi disastri naturali? L’ipotesi della “RC Casa” non è certo esente da problemi: la necessità di un intervento pubblico non scomparirebbe, si dovrebbe accettare una quota di redistribuzione del rischio tra diverse aree del Paese e prevederebbe una franchigia a carico del privato, si rischierebbe di rendere proibitivo abitare in alcune zone dell’Italia ad alto rischio sismico o di altro genere.

Per un approfondimento di questa ed altre questioni, si rimanda al focus. 

Certo, la principale obiezione a una soluzione di questo tipo è di natura fiscale: come d’altronde accade per la RC Auto, l’assicurazione obbligatoria sulla casa sarebbe di fatto una forma di tassazione aggiuntiva, oggi insostenibile visto il peso fiscale che già grava sui cittadini del nostro Paese. Tutto cambierebbe se lo Stato scegliesse una via coraggiosa: rendere tale “RC Casa” completamente detraibile dalle tasse.

Parliamo un po di costi. A quanto ammontano? Il premio di questa forma di assicurazione è calcolato con delle tariffe al mq – la grandezza dell’immobile – che si aggirano intorno al 2,50 euro al metro quadro per i territori italiani a minor rischio sismico, e fino alle 3,50 – 4 euro per le zone ad alto rischio sismico. A questa somma deve essere aggiunto il costo del premio minimo di partenza.

Nella tabella sottostante si riassumono i parametri di calcolo del premio dell’assicurazione contro terremoti e calamità naturali e le tariffe di calcolo al mq, mettendo in evidenza con alcuni simulazioni il costo complessivo per questa forma di assicurazione:

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Motivi liberali per dire Forza Parisi 

di Carlo Lottieri su “L’Intraprendente

  
Ormai da anni la politica italiana deve fare i conti con un centro-destra alla deriva: sospeso tra un’area moderata (Forza Italia) che ha smarrito ogni riferimento alle tesi liberiste e una Lega sempre più estranea alle proprie radici e lontana dall’insegnamento di Gianfranco Miglio, scomparso ormai 15 anni fa. I ripetuti errori e gli innumerevoli opportunismi della leadership del centro-destra ci hanno condotto entro un quadro politico del tutto peculiare: perché la sinistra è stata progressivamente catturata da una vecchia volpe di tradizione democristiana, Matteo Renzi, mentre il ruolo proprio dell’opposizione (svolto per decenni in Italia dal vecchio Pci) è ora interpretato dal movimento inventato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Da tempo in Italia facciamo i conti con un nuovo bipolarismo, che contrappone una sinistra di governo (il Pd di Renzi) e una sinistra a suo modo rivoluzionaria (i Cinquestelle degli Alessandro Di Battista e dei Luigi Di Maio). E sono in molti a immaginare che, in occasione delle prossime elezioni politiche, si assisterà a un ballottaggio che potrebbe far vincere il candidato pentastellato proprio grazie a un elettorato di destra pronto a tutto pur di sconfiggere l’attuale premier: un elettorato costretto insomma a puntare sui “nemici dei nemici”, perché incapace di contare sulle proprie forze.

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Un aeroporto può diventare ricco, facendo volare i poveri: aprendo al mercato. Il caso Salerno.

di Domenico Campeglia

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E’ di questi giorni la notizia che Ryanair investirà nel 2017 un miliardo di dollari sull’Italia promettendo la creazione di 2.250 posti di lavoro. Il piano, presentato dall’amministratore delegato Michael ÒLeary al ministero dei Trasporti, prevede l’impiego di una decina di nuovi aerei su 44 nuove rotte.

Ryanair ringrazia così il governo italiano che ha deciso di congelare l’aumento di 2,5 euro a passeggero dei diritti di imbarco introdotto in primavera per finanziare il pagamento degli ammortizzatori sociali ai dipendenti del settore. La stangatina sulle compagnie low cost aveva provocato la brusca reazione di O’Leary che aveva annunciato la riduzione dell’operativo in Italia e il taglio delle rotte su alcuni aeroporti come Pescara e Alghero.

Nei giorni scorsi il nostro Antonluca Cuoco aveva parlato della situazione di uno scalo aeroportuale a noi molto caro, il “Salerno – Costa d’Amalfi”, all’interno di un suo contributo editoriale intitolato “Estate 2018: si volerà dall’aeroporto di Salerno in low cost?”.

Ora ci pare utile riportare la “pagella” che lo stesso Cuoco stilò nel 2014 per l’associazione ItaliaAperta, vista l’attualità della medesima:

SINTESI

Non si capisce perché un Comune, una Provincia o una Regione debba fare il gestore di aeroporti e del trasporto cittadino: se il contribuente vuole diventare azionista, può comprarsi le azioni in borsa.

DESCRIZIONE DEL CASO

Il 29 gennaio 2013, l’allora ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Corrado Passera annunciava l’emanazione dell’Atto di indirizzo1 per la definizione del Piano nazionale per lo sviluppo aeroportuale, primo passo per il riordino e il rilancio di un settore strategico per l’economia nazionale. L’adozione definitiva del documento sarebbe dovuta intervenire con un Decreto del Presidente della Repubblica, previa intesa tra il governo e la Conferenza Stato-Regioni, ancora non concretizzatasi, malgrado proprio in questi giorni Maurizio Lupi si stia occupando del dossier2.

Tra i 31 scali di interesse nazionale individuati nell’Atto (saliti a 37 nel documento presentato dal Ministro Lupi3) figura anche quello di Salerno “Costa d’Amalfi”, localizzato nel comune di Pontecagnano (Sa), destinato a decongestionare l’unico aeroporto attualmente operativo in Campania, quello di Napoli Capodichino. Il ministero riconosceva le enormi potenzialità di una struttura mai realmente decollata, dopo l’inaugurazione in pompa magna del 2008: vicinissimo alla linea ferroviaria e all’autostrada, a pochi km da siti turistici di fama mondiale, l’aeroporto di Salerno scontava (e sconta tuttora) deficit infrastrutturali e una gestione fallimentare da parte degli enti (Provincia e Camera di Commercio di Salerno) che ne hanno in questi anni detenuto il controllo. Le poche risorse disponibili sono state impiegate soprattutto per concludere accordi4 con compagnie aeree disposte (a suon di milioni) a volare su Salerno, nell’attesa di finanziamenti regionali e statali per l’adeguamento dell’infrastruttura (in primis l’allungamento della pista, che avrebbe di certo aumentato l’appeal dello scalo agli occhi dei principali vettori low cost). Risultato: poco più di 60.000 passeggeri in transito in 5 anni, prezzi poco competitivi, tratte poco appetibili, nessun collegamento alle grandi città europee. Per quanto riguarda l’ultimo bilancio disponibile, quello del 2012, il Consorzio ha registrato una perdita di quasi 3 milioni di €, con un aggravio per le casse della Provincia pari 1,7 milioni. Una situazione insostenibile che non poteva che portare all’avvio dell’iter di privatizzazione5, concretizzatosi nel marzo del 2013 con la pubblicazione da parte del Consorzio Aeroporto di Salerno Pontecagnano, di un bando di selezione6 a procedura ristretta finalizzato alla cessione del 65% delle quote della società di gestione. Venivano fissati requisiti di carattere tecnico (l’aver maturato un’importante esperienza nel management di un aeroporto di medie dimensioni) ed economico (fatturato, patrimonio netto, margine operativo lordo positivo) volti a individuare un contraente in possesso delle competenze e della solidità necessarie al tanto sospirato decollo dello scalo salernitano. Riguardo ai criteri di aggiudicazione, si sarebbe ricorso all’attribuzione di punteggi sulla base di due elementi opportunamente ponderati, il primo riguardante il piano di sviluppo e il piano industriale, che avrebbe inciso per l’80%, il secondo relativo al prezzo offerto per l’acquisizione delle quote. Si prevedeva inoltre l’obbligo, in capo al soggetto aggiudicatario, di effettuare investimenti per 25 milioni in 5 anni e di assicurare, entro lo stesso termine, la realizzazione di una pista d’atterraggio di almeno 2000 metri. Nel complesso, il bando mostrava la reale volontà di individuare un socio affidabile, finanziariamente solido e con l’expertise necessaria a garantire lo sviluppo dell’aeroporto, anche nell’interesse degli enti pubblici che avrebbero mantenuto quote di minoranza nella società di gestione.

A complicare le cose interveniva, pochi giorni dopo, un ricorso al TAR7 della Gesac, società di gestione dell’aeroporto di Napoli, controllata da F2i (che vanta tra i suoi principali azionisti la Cassa Depositi e Prestiti, Intesa San Paolo e Unicredit). La Gesac rivendicava la gestione di Pontecagnano sulla scorta di un’intesa quadro del 2001 tra l’allora Governo Berlusconi e la Giunta Bassolino, che esprimeva l’esigenza di individuare un unico gestore per l’intero sistema aeroportuale campano. Dopo polemiche politiche e ricorsi davanti alla giustizia amministrativa, il Consiglio di Stato8 ha dato il definitivo via libera al bando.

L’iter si è concluso ad ottobre 2013 con la presentazione di un’unica offerta da parte di Corporación América, tramite la controllante Cedicor, holding sudamericana facente capo al tycoon argentino Eduardo Eurnekian. Per dare un’idea delle prospettive che avrebbero potuto aprirsi, a fine febbraio 2014, letteralmente l’altro ieri, Cedicor ha acquistato il 33% del capitale sociale di Aeroporto di Firenze, per poi lanciare l’Opa obbligatoria sulle quote in mano ai vecchi azionisti (operazione valutata sui 120 milioni di €, senza considerare gli investimenti per il potenziamento dello scalo toscano). Sullo sfondo c’è la prospettiva di un’integrazione con l’Aeroporto di Pisa, con Cedicor in procinto di passare dal 23% al 29% della quota detenuta in Sat, società controllante del “Galileo Galilei”. Per approfondimenti sulla figura di Eurnekian e sulle implicazioni politiche della vicenda toscana, si segnala l’articolo di Giorgio Meletti .

Tornando a Salerno, nel mese di dicembre, la commissione valutatrice presieduta dall’ex procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, ha dichiarato irricevibile l’offerta di Cedicor, in quanto “condizionata dall’accettazione di patti parasociali non conformi al bando”. In altre parole, venivano richieste garanzie rispetto alla realizzazione degli investimenti, incompatibili con i vincoli di natura burocratica costituiti dalle normative in materia di infrastrutture. Ad oggi si è in attesa di un nuovo bando, annunciato subito dopo la bocciatura di Cedicor, ma non ancora pubblicato dal Consorzio.

Recentemente (21 gennaio), la Regione Campania ha annunciato il proprio ingresso nel Consorzio, con il conseguente sblocco dei 49 milioni di fondi CIPE stanziati, ma non erogati, per l’allungamento della pista. A prescindere dal consueto immobilismo seguito alla dichiarazione dei vertici regionali, si tratta di un intervento che solleva una serie di interrogativi.

1. Perché la Regione ha atteso tanto? Forse perché le elezioni per il rinnovo del Consiglio e del Presidente sono tra poco più di un anno;

2. Perché utilizzare 49 milioni delle tasche dei contribuenti, quando sarebbe possibile e auspicabile un ingresso di capitali privati? Forse per utilizzare l’aeroporto come strumento di consenso (non sarebbe il primo caso);

3. È ragionevole pensare che una Regione con così tanti problemi irrisolti sarà in grado di gestire uno scalo come quello di Salerno meglio di un operatore privato?

 

VALUTAZIONE

La vicenda dell’aeroporto di Salerno dimostra come una classe politica inadeguata possa costituire un elemento di rilevante criticità per lo sviluppo di un territorio. Le scelte di gestione hanno rivelato un approccio poco lungimirante e la mancanza di una visione strategica in grado di disegnare il futuro di uno scalo di importanza cruciale per i cittadini e le imprese di una vasta area del Mezzogiorno. Quel disegno che non aveva previsto una lunghezza adeguata della pista di atterraggio per attrarre gli aeromobili utilizzati dalla maggior parte delle compagnie aeree.

I vantaggi dello sviluppo delle low cost sono evidenti anche nel settore turistico e sarebbero molto evidenti per tutta la Provincia di Salerno e la Regione Campania.

Lo sviluppo delle compagnie low-cost ha rivoluzionato il turismo europeo. Prima della liberalizzazione, molte regioni che non erano servite da grandi hub, non avevano la possibilità di sviluppare il turismo internazionale.

Sintetizzando, i benefici delle compagnie low-cost sul turismo europeo possono essere meglio raggruppati in tre categorie:

  • Aumento del numero delle destinazioni raggiungibili. Molte compagnie low-cost infatti utilizzano aeroporti secondari o regionali e questo ha permesso lo sviluppo del turismo interregionale, prima non possibile, se non a prezzi elevatissimi. Inoltre le compagnie low cost fanno indirettamente pubblicità sulla conoscenza di città o regioni. Molte città prima non conosciute a livello internazionale o solo parzialmente conosciute sono divenute delle mete internazionali.

  • Destagionalizzazione dei flussi turistici. Questi ultimi raggiungono le destinazioni preferite durante tutto l’anno. Le compagnie low-cost hanno permesso di “riempire” le località in momenti diversi dai picchi stagionali, come l’estate per il mediterraneo e l’inverno per le Alpi.

  • Si sono sviluppati i viaggi infrasettimanali e non più solo durante i weekend. Le tariffe più basse si trovano infatti dal lunedì al giovedì e clienti molto sensibili al prezzo (per esempio gli studenti) sono incentivati a viaggiare di lontano dai weekend. Questo fa si che il tasso di riempimento degli hotel sia più elevato e permette agli hotel stessi dei profitti maggiori.

Per quanto riguarda il tentativo (tardivo e infruttuoso) di privatizzare la società di gestione, è possibile svolgere diverse considerazioni. Innanzitutto, gli attori pubblici, pur intendendo rinunciare al controllo dell’aeroporto, avrebbero mantenuto una quota di minoranza, utile, a voler pensar male, a condizionare scelte politicamente sensibili (ad es. le assunzioni di personale). La presenza di enti pubblici all’interno della società di gestione avrebbe inoltre comportato maggiori difficoltà nell’intraprendere scelte inerenti lo sviluppo dello scalo, valendo la disciplina che regola l’attività degli organismi di diritto pubblico.

Un disimpegno totale dei responsabili della cattiva gestione dell’aeroporto in questi anni sarebbe in ogni caso auspicabile, ma con ogni probabilità non basterebbe: non verrebbero scongiurati ostacoli di altra natura, come i ricorsi in sede giurisdizionale, le normative schizofreniche che scoraggiano gli investitori, la scarsa credibilità del sistema Paese e una classe politica incapace di cogliere l’importanza strategica del business aeroportuale. L’Italia si colloca (dati World Tourism Organization) al quinto posto tra i Paesi con più arrivi internazionali, nonostante l’indiscutibile fascino che il nostro Paese esercita nell’immaginario collettivo a livello mondiale. Con 46 milioni di visitatori siamo praticamente doppiati dalla Francia (83 milioni) e superati da USA, Cina e Spagna. Secondo Assaeroporti, i maggiori cinque scali italiani (Fiumicino, Malpensa, Linate, Bergamo e Venezia) hanno totalizzato nel 2012 poco più di 87 milioni di passeggeri, contro i 125 milioni (dati Aena Aeropuertos) dei principali aeroporti spagnoli (Madrid, Barcellona, Maiorca, Malaga, Gran Canaria): un confronto impietoso che deve far riflettere e che offre la possibilità di rispondere a quanti hanno bollato lo sviluppo del “Costa d’Amalfi” come inutile rispetto alle reali esigenze del territorio campano.

Innanzitutto, i dati reali sul traffico passeggeri in Europa (il caso spagnolo è emblematico) hanno dimostrato come lo sviluppo di scali destinati a decongestionare gli aeroporti principali e a favorire l’ingresso nel mercato di vettori low cost porta ad aumentare i flussi in entrata, con un effetto a cascata positivo sull’intero tessuto socioeconomico. In altre parole, nel business aeroportuale, l’offerta influenza in maniera significativa la domanda: si pensi alla crescita spettacolare di scali secondari come Charleroi (Bruxelles) e Beauvais (Parigi), avvenuta senza intaccare la performance dei grandi hub limitrofi. Restando in Italia, vanno segnalati i casi di Bergamo (che ha ormai raggiunto Linate) e Trapani (che ha triplicato il numero di passeggeri dal 2008 al 2012, nonostante la presenza di un’importante base NATO), la cui crescita non ha di certo messo in discussione il ruolo degli altri aeroporti lombardi e siciliani.

Un rilancio del settore aeroportuale, che presenta ampi margini di crescita, significherebbe favorire la nascita di nuove imprese, dare ossigeno a quelle già esistenti e sfruttare finalmente l’enorme potenziale del settore turistico del nostro Paese. Salerno ha una posizione invidiabile: si trova nella parte sud della Regione Campania ed è al centro di una delle zone turistiche più note all’estero ed ha dunque un potenziale turistico enorme: lo abbiamo sprecato già per troppo tempo. Lasciamo che donne e uomini che sognano di fare impresa, innovazione, investimenti e crescita lo possano fare al meglio, misurandosi sul mercato. Anche perché il mondo va avanti, e le opportunità che il nostro Sud si lascia sfuggire vengono colte da altri, fuori dall’Italia.

Voto: sufficiente

La privatizzazione (apertura a privati del 65% dello scalo) è da considerarsi positiva per l’avvio di una gestione imprenditoriale dell’infrastruttura; sarà critica la capacità di attrarre vettori e passeggeri, anche attraverso il coordinamento che gli operatori turistici campani.

Voto sulla proposta di privatizzazione: buono

 

Sei manovre (secondo Oscar Giannino) per far ripartire l’Italia

di Domenico Campeglia

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Oscar Giannino, sollecitato dai suoi follower sulla sua pagina social, ha voluto lanciare sei idee per far ripartire l’Italia, dopo i dati che danno il nostro Paese a crescita zero.

Queste, sinteticamente, le sei proposte, non le uniche, come ha sottolineato Giannino, ma sicuramente quelle di maggior impatto:

1- Maxi fondo con conferimento 200bln patrimonio immobiliare pubblico (meno della metà), scopo cessione in 10 anni con tranche successive cartolarizzazione sui flussi recupero a venire, da far gestire mediante gara internazionale a più players mondiali del settore (finalità: integralmente ad abbattimento debito pubblico);

2- Aliquota neutra di convergenza su tassazione reddito per persone fisiche e imprese intorno al 25%, senza le mille distinzioni attuali derivanti da fonte del reddito medesimo, la proporzionalità su reddito persone fisiche impone rivedere detrazioni per progressività che resta comunque attraverso di esse, aliquota marginale 33% persone fisiche sopra €75.000 lordi: una riforma simile è finalizzata a diminuire prelievo su redditi per realizzare invece pressione su patrimoni da smobilizzare per accrescerne la redditività da detassare rispetto a oggi (Italia resta paese iperpatrimonializzato) ma non va a parità di gettito, obiettivo realistico sarebbe una realizzazione per gradi triennale, ogni anno un punti di PIL in meno di entrate complessive in modo da giungere a entrate totali dal 48% PIl attuale al 44% e pressione fiscale dal 43 a meno del 40% PIL;

3- I 15 mld per non far scattre aumenti IVA – Accise si sommerebbero al punto di PIL da riforma fiscale complessiva, per un deficit da coprire di 2 punti di PIL nel 2017. Con le tendenze attuali di finnza pubblica che già ci vedono abbondantemente sopra il 2% di deficit nel 2018 rispetto all’1,8% contrattato in Ue, si può contrattare in Ue uno sforamento di 1 punto, ma a fronte della riforma fiscale anzidetta, mentre 1 punto di PIL dal 2017 si copre con cessione totale controllo ENI – ENEL – Poste, e negli anni successivi cessioni vere controllo multiutilities locali quotate e inizio entrate da processo cessioni patrimonio immobiliare pubblico;

4 – Totale cambio d’impostazione per il buco nero sin qui delle politiche del lavoro malgrado il Jobs Act, cioè le politiche attive. L’Agenzia nazionale del Lavoro nuova è solo la somma dei vecchi centri provinciali impiego, serve un sistema che veda il pubblico finalizzato solo all’accredito e al controllo dei maggiori player dell’intermediazione domanda – offerta come si fece in Germania coi pacchetti Hartz, non è possibile avere un sistema pubblico che intermedia tra il 2% e il 3% del totale della domanda;

5- Giovani: riforma delle aliquote previdenziali a loro favore, la contribuzione a carico di lavoratori e imprese va riparametrata in senso attuariale, cioè le aliquote per chi ha meno anni di versamenti e minore continuità contributiva devono essere inferiori (diciamo nell’ambito di un terzo almeno) per salire poi successivamente nell’arco lavorativo di vita, in modo che all’INPS nell’arco lavorativo atteso complessivo individuale le entrate non mutino. Non ha senso nella piramide demografica attuale e prospettica parlare di prepensionamenti se non per particolarissime figure di lavoratori, bisogna alzare occupazione e partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne, e la previdenza può aiutare eccome. Attenzione: nel breve questa misura aggrava la quantità di risorse annuali che l’INPS deve introitare dalla fiscalità generale (attualmente sono 102mld l’anno) ma anche questa cosa si può benissimo spigare in Ue a fronte di una riforma così impegnativa e dagli effetti generali sulla produzione del reddito;

6- povertà: imposta negativa sul reddito vedi Milton Friedman e Juliet Rhys-Williams, con integrazione fino alla soglia di povertà relativa ISTAT: da attuare in 4 anni a fronte di una radicale rivisitazione di tutti gli attuali bonus e sussidi centrali, regionali e comunali. Nel breve, serve però per il primo anno mezzo punto di PIL (2 in 4 anni) recuperabile in diversi modi (uno è la permanenza nel primo anno del V° scaglione IRPEF al 43% abbassandolo da €75.000 lordi annuali attuali a €70.000, sarebbe il solo aggravio fiscale previsto nel breve ma a fronte dell’avvio di una riforma radicale del sostegno alla povertà).

Milton Friedman, il capitalismo e la libertà di scegliere

di Domenico Campeglia

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Il 16 novembre 2006, moriva Milton Friedman, insignito nel 1976 del premio Nobel per l’economia e considerato uno dei maggiori economisti del ventesimo secolo. Siccome in questi giorni ho deciso di “ripartire dai fondamentali”, rileggendo un classico, ovvero “Capitalismo e Libertà“, vi propongo un’antologia di pagine scelte dalle sue opere. E con queste riflessioni la nostra redazione tornerà completamente operativa agli inizi del mese di settembre…anche se, ne siamo certi, qualche altro contributo “agostano” non mancherà. Serene vacanze a tutti voi!

«Di solito, la soluzione governativa a un problema è un male al pari di quello che cerca di risolvere, e molte volte lo peggiora.»
(da An Economist’s Protest, 1975)

«Giacché viviamo in una società prevalentemente libera, tendiamo a dimenticare quanto sia esiguo il lasso di tempo e la parte del globo contraddistinti, piú o meno compiutamente, da un sistema rispettoso della libertà politica: la condizione normale dell’umanità consiste nella tirannia, nella servitú e nella miseria. Il mondo occidentale del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo rappresenta una rara eccezione alla tendenza generale della storia umana. In questo caso la libertà politica s’è chiaramente realizzata di pari passo col libero mercato e con lo sviluppo delle istituzioni del capitalismo. […] Gli esempi storici, in realtà, ci autorizzano solo ad avanzare l’ipotesi che il capitalismo sia una condizione necessaria per la libertà politica
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«I governi non imparano mai. Solo le persone imparano.»
(citato in Jonathon Green, The Cynic’s Lexicon‎, 1984)

«I grandi progressi della civiltà, nell’architettura e nella pittura, nella scienza e nella letteratura, nell’industria e nell’agricoltura, non sono mai stati prodotti da un governo centralizzato
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«Il progresso industriale, il miglioramento della meccanizzazione e tutte le meraviglie dell’epoca moderna hanno significato relativamente poco per i ricchi. […] Abiti confezionati, supermercati: questi e molti altri sviluppi moderni avrebbero aggiunto poco alla loro vita. Essi avrebbero accolto con favore i miglioramenti nei trasporti e nella medicina, ma per il resto le grandi realizzazioni del capitalismo occidentale sono tornate principalmente a vantaggio della gente comune. Queste realizzazioni hanno messo a disposizione delle masse comodità e piaceri che prima d’allora erano stati prerogativa esclusiva dei ricchi e dei potenti
(da Liberi di scegliere, 1980)

«Io sono favorevole a tagliare le tasse in ogni circostanza e per ogni scusa, per ogni ragione, ogniqualvolta sia possibile.»
(citato in Richard Viguerie, Conservatives Betrayed, 2006)

«L’argomento piú forte a favore del libero mercato è che esso impedirebbe a chiunque d’avere troppo potere. Sia costui un funzionario statale, un funzionario del sindacato, o un dirigente aziendale. Il libero mercato li porterebbe a risolvere i problemi e non a lamentarsi. Sarebbero costretti a mantenere i propri impegni, produrre qualcosa per cui la gente è disposta a pagare, che è disposta ad acquistare, oppure a cambiare attività.»
(da Liberi di scegliere [serie TV], puntata 2, 1980)

«La concentrazione del potere non diventa innocua in virtú delle buone intenzioni di chi la realizza.»
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«La diversità tra risultati e intenzioni è una delle fondamentali giustificazioni d’una società libera: è desiderabile lasciare che gli uomini seguano la china dei loro propri interessi, perché non c’è alcuna possibilità di prevedere con sicurezza a quali risultati porteranno.»
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«La principale caratteristica delle azioni intraprese attraverso canali politici è che generalmente esse richiedono o impongono un notevole grado di conformità. Viceversa, il grande vantaggio del mercato è che esso permette un considerevole livello di diversità. Ognuno di noi, in pratica, può votare per il colore della cravatta da indossare e “vincere le elezioni”. Al momento di vestirci, non dobbiamo controllare qual è il colore preferito dalla maggioranza e, nel caso dovessimo trovarci in minoranza, sottometterci al volere altrui
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«La responsabilità sociale dell’impresa è quella d’aumentare i profitti
(da The New York Times Magazine, 1970)

«La società non ha valori. Le persone hanno valori.»
(da Liberi di scegliere [serie TV], puntata 5, 1980)

«Non vi sono valori o responsabilità “sociali”, se non nel senso dei valori e delle responsabilità condivisi dagl’individui. La società è una raccolta d’individui e dei diversi gruppi ch’essi formano volontariamente.»
(da The New York Times Magazine, 1970)

«Per l’uomo libero, il suo Paese è l’insieme degl’individui che lo compongono, e non un’entità che li trascende. Egli […] considera il governo come un mezzo, come uno strumento, non come un dispensatore di favori e di doni, e nemmeno come un padrone o una divinità che debba esser venerata o servita ciecamente. L’individuo libero non ammette che la nazione abbia un qualsiasi scòpo che non sia la convergenza degli obiettivi che ciascuno dei suoi concittadini cerca autonomamente di realizzare. L’uomo libero, dunque, non si domanda né che cosa il suo Paese può fare per lui, néche cosa egli può fare per il suo Paese. Semmai egli si domanda: “Che cosa possiamo fare io e i miei concittadini per il tramite del governo” affinché esso aiuti ciascuno di noi ad adempiere le nostre responsabilità, a perseguire i nostri obiettivi e, soprattutto, affinché esso tuteli la nostra libertà? E a quest’interrogativo egli ne affiancherà un altro: come possiamo impedire che una nostra creazione, vale a dire il governo, diventi una specie di mostro di Frankenstein mirante a distruggere quelle stesse libertà che dovrebbe proteggere? La libertà è un fiore raro e delicato. Il ragionamento ci dice, e la storia lo conferma, che la maggior minaccia contro la libertà deriva dalla concentrazione del potere.»
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«Ringrazio Dio per le inefficienze e gli sprechi governativi. Se il governo fa male le cose, rimane solo l’inefficienza a prevenire che il danno sia ancor peggiore.»
(dall’intervista con Richard Heffner, The Open Mind, 1975)

«Un paternalista convinto […] è un nostro nemico per motivi di principio, e non semplicemente un amico ingenuamente benintenzionato. Sostanzialmente egli crede nella dittatura, una dittatura benevola e sorretta dalla maggioranza, ma nondimeno una dittatura. Chi crede nella libertà deve necessariamente credere nella libertà di sbagliare. Se qualcuno preferisce, in piena consapevolezza, vivere per il presente, usare le proprie risorse per godersi l’attimo, scegliendo deliberatamente una vecchiaia da indigente, con quale diritto possiamo impedirgli di farlo? Possiamo discutere con quest’individuo, cercare di convincerlo ch’è nel torto; ma abbiamo il diritto d’avvalerci della coercizione per impedirgli di fare quel che ha deciso? […] La virtú caratteristica del liberale è l’umiltà, quella delpaternalista è l’arroganza
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«Un soggetto concluderà uno scambio solo se ne ricaverà un vantaggio. Di conseguenza, non avverrà alcuno scambio a meno che entrambe le parti non ne traggano beneficio. In tal modo si può ottenere la cooperazione senza che sia necessaria la coercizione
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«Una delle piú importanti fonti di contestazione dell’economia libera consiste precisamente nel fatto che quest’ultima […] offre agl’individui ciò ch’essi desiderano, invece di ciò che un particolare gruppo ritiene ch’essi debbano desiderare. Soggiacente alla maggior parte delle argomentazioni contro il libero mercato è una mancanza di credenza nella libertà stessa.»
(da Capitalismo e libertà, 1962)

«Una società che mette l’uguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra. Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza avrà un buon livello d’entrambe.»
(da Liberi di scegliere [serie TV], puntata 5, 1980)

«Uno dei grandi errori è il giudicare le scelte politiche e i programmi per le loro intenzioni anziché per i risultati. Conosciamo tutti una famosa strada lastricata di buone intenzioni. […] I programmi che sono etichettati come a favore dei poveri, dei bisognosi, quasi sempre hanno effetti esattamente opposti rispetto a quelli che le buone intenzioni di chi li propugna vorrebbero sortire.»
(dall’intervista con Richard Heffner, The Open Mind, 1975)

«Vi sono solo due possibilità per coordinare le attività economiche di milioni d’individui. La prima consiste nella direzione centralizzata tramite il ricorso alla coercizione, ossia il metodo usato dagli eserciti e dai moderni Statitotalitari. La seconda è la cooperazione volontaria degl’individui, vale a dire il metodo che sottende il libero mercato. La collaborazione volontaria si fonda sul concetto (elementare, per quanto spesso negato) ch’entrambe le parti d’una transazione economica traggono beneficio da essa, a patto che tale transazione sia per entrambi volontaria e basata su informazioni adeguate. Lo scambio, quindi, permette di coordinare le azioni degl’individui senza necessità di coercizione. Un modello operativo di società realizzato per mezzo di scambi volontari è l’economia di scambio fondata sulla libera impresa privata, vale a dire quello che definiamo capitalismo in regime di concorrenza

 

Estate 2018: si volerà dall’aeroporto di Salerno in low cost?

di Antonluca Cuoco

aeroporto-salerno-Costa-dAmalfi

Dopo la direttiva comunitaria “cieli aperti” del 1997, che ha liberalizzato il settore, nel 2001 la riforma del Titolo V della Costituzione ha assegnato alle Regioni un ruolo di coordinamento sulle infrastrutture territoriali che spesso non ha funzionato. I modelli da cui l’Italia dei micro scali potrebbe trarre spunto sono due, diametralmente opposti: quello britannico e quello spagnolo.

Nel primo caso ognuno va per sé: l’antitrust inglese nel 2009 ha costretto la Baa, società privata del gruppo Ferrovial che gestisce gli scali londinesi, a vendere Stansted e Gatwick e lo scalo di Glasgow, per intensificarne la competizione e migliorarne il servizio. Dall’altro lato c’è Aena, il gestore pubblico iberico che, in una decina d’anni, è riuscito a incrementare il turismo verso il Paese sviluppando gli scali periferici grazie alle compagnie low cost.

Il trasporto aereo europeo ha visto un raddoppio del numero di passeggeri aerei proprio grazie alla liberalizzazione e ai vettori a basso costo tra il 1997 e il 2007. La crescita è continuata dopo la pausa dovuta alla recessione del 2008-2009. “L’Italia vista la sua geografia (lunga 1.200 km e con grandi isole) potrebbe sviluppare il traffico aereo in maniera importante: tra i grandi paesi europei registra un numero di voli annui per abitanti del 45% inferiore a quello spagnolo o britannico”, ci ricorda Andrea Giuricin, Docente della Università di Milano Bicocca ed esperto in economia dei trasporti.

Noi a Salerno, abbiamo una struttura mai realmente decollata, dopo l’inaugurazione in pompa magna del 2008: vicinissimo alla linea ferroviaria e all’autostrada, a pochi km da siti turistici di fama mondiale, l’aeroporto di Salerno scontava (e sconta tuttora) deficit infrastrutturali e una gestione fallimentare da parte degli enti pubblici che ne hanno in questi anni detenuto il controllo.

Le poche risorse disponibili sono state impiegate soprattutto per concludere accordi con compagnie aeree disposte (a suon di milioni) a volare su Salerno con piccoli velivoli, nell’attesa di finanziamenti regionali e statali per l’adeguamento dell’infrastruttura (in primis l’allungamento della pista, che permetterà l’utilizzo della pista anche agli aeromobili utilizzati dalle compagnie low cost).

Una situazione insostenibile che non poteva che portare all’avvio dell’iter di privatizzazione, concretizzatosi nel marzo del 2013 con la pubblicazione da parte del Consorzio Aeroporto di Salerno Pontecagnano, di un bando di selezione a procedura ristretta finalizzato alla cessione del 65% delle quote della società di gestione. L’iter si concluse ad ottobre 2013 con la presentazione di un’unica offerta di Cedicor, del tycoon argentino Eduardo Eurnekian.

La commissione valutatrice presieduta dall’ex procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore, dichiarò poi irricevibile l’offerta di Cedicor, in quanto “condizionata dall’accettazione di patti parasociali non conformi al bando”. Ad oggi si è in attesa di un nuovo bando, c’è però prima da completare l’allungamento della pista, per cui dopo lo sblocco dei 40 milioni di euro da parte del ministro dell’Economia, questa estate, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, ha depositato presso il ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare, l’istanza di valutazione di impatto ambientale.

Il progetto prevede principalmente l’allungamento e la riqualificazione della pista principale che dovrà passare dagli attuali 1.500 metri di lunghezza a 2.000, consentendo allo scalo salernitano di poter ospitare aerei di linea anche internazionali. Lo sviluppo delle compagnie low cost ha rivoluzionato il turismo europeo. Prima della (santa e benedetta) liberalizzazione, molte regioni che non erano servite da grandi hub, non avevano la possibilità di sviluppare il turismo internazionale.

I benefici delle compagnie low cost sul turismo europeo possono essere meglio raggruppati in tre categorie: in primis un aumento del numero delle destinazioni raggiungibili. Molte compagnie low cost infatti utilizzano aeroporti secondari o regionali e questo ha permesso lo sviluppo del turismo interregionale, prima non possibile, se non a prezzi elevatissimi. Inoltre le compagnie low cost fanno indirettamente pubblicità sulla conoscenza di città o regioni. Molte località prima non conosciute a livello globale o solo parzialmente conosciute sono divenute delle mete internazionali.

Altro benefico effetto è dato dalla destagionalizzazione dei flussi turistici. Questi ultimi raggiungono le destinazioni preferite durante tutto l’anno. Le compagnie low cost hanno permesso di “riempire” le località in momenti diversi dai picchi stagionali, come l’estate per il mediterraneo e l’inverno per le Alpi. Infine, si sono sviluppati i viaggi infrasettimanali e non più solo durante i weekend. Le tariffe più basse si trovano infatti dal lunedì al giovedì e clienti molto sensibili al prezzo (per esempio gli studenti) sono incentivati a viaggiare di lontano dai weekend. Questo fa si che il tasso di riempimento degli hotel sia più elevato e permette agli hotel stessi dei profitti maggiori.

In altre parole, nel business aeroportuale, l’offerta influenza in maniera significativa la domanda: si pensi alla crescita spettacolare di scali secondari come Charleroi (Bruxelles) e Beauvais (Parigi), avvenuta senza intaccare la performance dei grandi hub limitrofi. Restando in Italia, va segnalato il caso di Bergamo (che è ormai il terzo aeroporto italiano per numero di passeggeri dopo Fiumicino e Malpensa) con circa 10 milioni di passeggeri l’anno.

Un rilancio del settore aeroportuale in Campania (decongestionando l’unico aeroporto attualmente operativo di Napoli Capodichino, si pensi che in Puglia sia Bari che Brindisi ospitano low cost europee), significherebbe favorire la nascita di nuove imprese, dare ossigeno a quelle già esistenti e sfruttare finalmente l’enorme potenziale del settore turistico del nostro Paese.

Salerno ha una posizione invidiabile: si trova nella parte sud della Regione Campania ed è al centro di una delle zone turistiche più note all’estero ed ha dunque un potenziale turistico enorme: lo abbiamo sprecato già per troppo tempo. Passano le estati ed ancora il “Salerno-Costa d’Amalfi” non decolla come potrebbe: chissà se quella del prossimo anno ce la ricorderemo come l’estate della svolta e quella del 2018 del definitivo decollo in low cost, riducendo un po’ lo spread dei collegamenti col resto d’Europa.

Fonte: SalernoNotizie

Condotte di guerra

di Luigi Gravagnuolo

daesh

Lo scorso 26 luglio a Rouen, nella chiesa di Saint-Etienne du Rouvray, la messa era cominciata alle 9:30, come tutti i giorni feriali. Suor Hélène era lì, in preghiera, quando, alle 9:40, due terroristi islamici vi fecero irruzione armati di coltellacci e sgozzarono il celebrante, l’ottantaseienne padre Jacques Hamel. I due presero in ostaggio anche suor Hélène, insieme ad altre persone, prima di essere a loro volta colpiti ed uccisi dalle teste di cuoio francesi. Il fatto durò in tutto cinquanta minuti, ci dicono le cronache. Alle 10:30 era tutto finito.
In quel lasso di tempo i due fondamentalisti imbastirono con suor Hélène un improvvisato dialogo. Le chiesero se conoscesse il Corano. Alla sua risposta affermativa, incalzarono, chiedendole quali sure del Corano lei ricordasse meglio. La suora citò quelle che parlano della pace. Al che, secondo il racconto della religiosa, uno dei due avrebbe replicato: <<La pace è quello che noi vogliamo; ma, fin quando cadranno le bombe in Siria, noi continueremo gli attentati. Quando voi vi fermerete, ci fermeremo anche noi>>.
Spiegazione più sintetica della causa del terrorismo islamico in Europa non riesco a trovarla. Quelle degli attentatori sono azioni che si iscrivono nella logica della guerra in corso; non sono spiegabili con categorie psicologiche o culturali, quali i disturbi mentali degli attentatori o il fanatismo religioso.
Oddio, non voglio negare che esistano anche componenti del genere, ma gli scopi degli attacchi sono strategici. Il Daesh vuole frenare l’offensiva alleata contro lo Stato Islamico, sperando che le opinioni pubbliche dei paesi occidentali, scosse dagli atti terroristici ed impaurite, spingano i rispettivi governi a sospendere i bombardamenti in Siria, in Iraq ed a Sirte in Libia. Che poi i soldati di tutte le guerre abbiano da sempre trovato le motivazioni dentro di sé in ideologie forti, spesso in fanatismi a tinte religiose, è scontato. Nulla di sorprendente quindi che i terroristi portino i loro assalti al grido di Allah-u Akbar e che siano degli invasati. Se non lo fossero, non andrebbero al “martirio” col sorriso sulle labbra. Ma le loro azioni non si spiegano solo col fanatismo, che è l’effetto più che la causa del fenomeno.
C’è tuttavia anche un’altra componente che alimenta il terrorismo, specie quello dei giorni scorsi. Un terrorismo fai da te, sembrerebbe: non c’è paragone tra la preparazione e l’equipaggiamento degli attentatori dello Charlie Hebdo, o di quelli del Bataclan e dell’aeroporto di Bruxelles, con quelli dei giorni scorsi. A Nizza la strage è stata perpetrata per mezzo di un tir nelle disponibilità dell’assalitore, che di mestiere faceva l’autotrasportatore; a Rouen, i due assassini che se la sono presa con un ultra ottuagenario erano armati di coltellacci; in Germania, a Londra, altrove in Europa, i terroristi portano gli assalti ad inermi cittadini con armi rudimentali. Insomma, non pare proprio che l’ISIS disponga oggi in Europa di gruppi armati potenti e ben equipaggiati, tali da poter portare una minaccia seria al nostro continente. Ed a casa sua, sullo scacchiere del fronte bellico, sta arretrando: per la caduta di Sirte ormai si contano le ore; ad Aleppo l’Isis è già fuori gioco e la battaglia è tra filo Assad e filo sauditi; Mosul è sotto tiro.
I terroristi “fai da te” di questi giorni, dunque, non sono veri e propri soldati inquadrati nel Daesh, ancorché quest’ultimo li istighi al martirio ed abbia tutto l’interesse a rivendicarne la paternità. Non sono neanche migranti arrivati sui barconi, essendo tutti cittadini di Stati europei di seconda e terza generazione. Sono giovani spinti dalla rabbia. Quella che li prende per la propria condizione di subalternità sociale, e quella che li sopraffà nel constatare quotidianamente, nelle proprie terre di provenienza, case distrutte e bambini, vecchi, donne sterminati dai bombardamenti. Vittime civili che si contano a decine di migliaia, mentre l’Occidente per un verso sgancia bombe a casa loro, per un altro a casa sua se la gode indifferente nella propria lasciva opulenza.
Il fanatismo religioso, dunque, c’entra in queste drammatiche vicende, eccome! Ma non ne è l’origine. Per mettere fine a queste tragedie, ne va rimossa la causa, non basta contrastarne gli effetti. La soluzione va cioè ricercata sul terreno sociale, militare e diplomatico. Non certo in isterie razziste.

Letture: Il potere vuoto. Le democrazie liberali e il ventunesimo secolo

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Il grande gioco del potere sta cambiando e la democrazia liberale vive una crisi dai due volti. Da un lato l’avanzare del populismo, la fine dei partiti, il leaderismo, l’influenza del potere giudiziario, costituiscono il nuovo codice genetico della sovranità statale. Dall’altro sul tavolo della politica internazionale sono evidentissimi i fallimenti dell’esportazione della democrazia, le ipocrisie della tutela dei diritti umani. Con queste premesse, un viaggio dentro i meccanismi della democrazia liberale non può che essere un viaggio nella crisi dell’Occidente, nello sgretolamento della politica, nella debolezza delle democrazie occidentali di fronte ai grandi cambiamenti imposti dall’avvento della globalizzazione, delle nuove tecnologie, delle sfide geopolitiche. Prefazione di Marco Valerio Lo Prete.

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WikiSpesa: RAI: inefficienze strutturali, perdite, sprechi

Raititle

Uno degli aspetti che ha generato maggiori polemiche della pubblicazione degli stipendi dei dirigenti Rai è stato il superamento del “tetto” previsto per le aziende pubbliche dalla legge n. 89 del 2014.

Dopo l’approvazione di quella legge l’allora direttore generale e altri dirigenti Rai adeguarono al ribasso il proprio compenso ma solo per pochi giorni: da lì a breve la Rai avviò il collocamento di bond per 350 milioni di euro, escludendosi formalmente dai criteri per rientrare nel provvedimento del governo. Ciò è potuto accedere in quanto tutte le norme che si sono succedute dal governo Monti in poi in materia di stipendi pubblici hanno escluso le aziende controllate dallo Stato che emettono titoli di debito quotati. Inoltre l’”esonero” della Rai dal “tetto stipendi” è stato giustificato come un tentativo di limitare le criticità peculiari di un’azienda che sta sia sul mercato pur essendo di proprietà pubblica (la RAI è controllata quasi interamente dal ministero dell’Economia e delle Finanze) e deve quindi essere competitiva con i privati.

Ma lo è? I costi strutturali della Rai rivelano una situazione di inefficienza che diviene ancora più evidente se confrontata con i corrispettivi operatori stranieri.

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