Alle origini del potere

di Angelo Giubileo

La più grave sciagura in cui è in-corsa l’arte (humana, nel senso di Heidegger) della filosofia è stata la separazione “aristotelica” e in forma meramente concettuale dei significanti linguistici “potenza” e “atto”.

Viceversa, alla stregua di quanto affermato da Parmenide, accade che, simultaneamente, l’essere è e non è possibile che non sia. Questo, significa che ogni “cosa” (o ente) è esattamente quella cosa che è esattamente possibile che sia.

L’intera natura e quindi anche il percorso evoluzionistico della storia dell’Occidente si muove secondo questa che potremmo considerare un’eterna linea di continuità; tanto che, giunto al termine dello stesso percorso, il pensiero nietzschiano ha usato l’espressione “volontà di potenza” significando che la volontà che accade, e quindi è, sia essa stessa una possibilità o meglio quella possibilità che essa stessa sia e è.

Ho ritenuto che tutto quanto questo detto fosse una premessa necessaria ai fatti “politici” che accadono anche nel presente mondiale della globalizzazione. L’uscita, per così dire lunga, dal secondo conflitto mondiale in effetti pare abbia cancellato la memoria (e il memoriale) di quanto nei millenni è accaduto al de-stino (intorno alla stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) dell’umanità, che emerge in forma definitiva (dell’arte della filosofia) dalla “separazione” di cui al detto di Anassimandro e ancor prima, a Oriente, dai più antichi resoconti in forma scritta dei Veda.

Oggi, il nostro destino è ancora questo, cosiddetto, della democrazia. Ovvero, la possibilità che nel presente e nel futuro la democrazia è e sia ancora questa possibilità. Un’altra via esisterebbe, ma è quellaidentitaria, oggi definita anche “populista”, della “falsa-verità” meramente concettuale.

Qui, sembrerà forse sgradevole ai più che di seguito leggeranno, ma ecco cosa diceva Margaret Thatchernel vicino 8 febbraio di 23 anni fa: “I socialisti urlano ‘Potere al popolo’ con il pugno chiuso alzato. Sappiamo tutti quello che vogliono davvero: il potere sulle persone, il potere allo stato. Sono stata eletta con un intento evidente: cambiare il Regno Unito da una società dipendente in una società autosufficiente, da una nazione ‘dammi-qualcosa’ a una nazione ‘fallo-da-te’. In una Gran Bretagna ‘alzati-e-fallo’ anziché in una ‘siediti-e-aspetta’

Cosa sta accadendo in Francia e cosa potrà succedere in Italia

Cosa sta succedendo in Francia e potrebbe accadere in Italia: molti gli emuli di Le Pen ma di Fillon e Macron, chi?

Si svolgerà il prossimo 23 Aprile 2017 il primo turno delle Elezioni Presidenziali in Francia, il secondo turno è previsto, in caso di ballottaggio, dopo due settimane: il 7 Maggio 2017. La posta in gioco è altissima e le conseguenze politiche, economiche e sociali ci saranno non solo per i cittadini francesi ma per tutti quelli europei, Italia in testa.

Lo scorso Gennaio si sono svolte le primarie nel Partito Socialista dalle quali è risultato vincitore Benoit Hamon, mentre nel Novembre 2016 le primarie del Partito Repubblicano – non praticate in Italia dall’omologa area – sono state vinte da François Fillon. In lizza c’è poi la candidata del Fronte Nazionale, Marine Le Pen che forse dovrà misurarsi con un nuovo “outsider” – l’ex ministro dell’economia Emmanuel Macron – il quale sta raccogliendo consensi trasversali e suscitando ampio dibattito nel paese e curiosità tra gli addetti ai lavori di tutta Europa, anche perché considera la prospettiva europea la sola in grado di offrire alla Francia nuove opportunità di crescita e sicurezza.

Intanto il giovane candidato centrista Macron (classe 1977), intrappolato per alcuni nella logica di non essere né di destra né di sinistra, è dato favorito nei sondaggi e possibile prossimo presidente, vincendo il ballottaggio con Marine Le Pen.
Allo scenario fluido si aggiungono poi le inchieste giudiziarie che riguardano Fillon e la Le Pen che sembrano soprattutto penalizzare il candidato della destra repubblicana. L’elettorato che appoggia la leader del Front National, invece, non sembra dare particolare importanza all’indagine sui fondi del Parlamento europeo con cui la Le Pen avrebbe pagato fittizi assistenti parlamentari.

Francesco Maselli, giornalista corrispondente da Parigi che sta seguendo la campagna elettorale francese, sarà a Salerno il 17 Marzo a raccontare le vicende che stanno segnando una elezione incredibile per i colpi di scena e storica per i risvolti possibili su altri paesi vicini alle prese con dibattiti affini sui temi della sicurezza, della economia, dei diritti civili e della integrazione europea. In Italia la differenza con paese cugino si misura in molti modi, anche dal punto di vista della offerta politica: pare mancare ancora una proposta di centro-destra repubblicano moderno e competitivo così come una credibile opzione politica nuova di scelta alternativa ai grandi partiti classici che non sia caratterizzata da tratti profondamente demagogici ed antieuropeisti. Ne parliamo con Giuseppe Alterio, Gaetano Amatruda, Domenico Campeglia e Antonluca Cuoco.

Venerdì 17 marzo h18.15 c/o Libreria Guida Salerno Imaginesbook

Corso garibaldi 142, Salerno

Viva l’Europa, Viva

giacalone

Europei si nacque. Europeisti si era. Antieuropeisti o euroscettici lo si è diventati. Europeisti lo eravamo per normalità, molto anche per retorica, certo.

Antieuropeisti lo si è diventati dopo avere goduto dei benefici dell’integrazione,  quando i molti errori commessi e l’affermarsi dei vincoli parametrali hanno consentito di operare la più fantastica delle falsificazioni: i conti dissestati, la spesa pubblica improduttiva, il debito stellare, la connessa demoniaca pressione fiscale, non erano più conseguenza delle scelte i che si erano fatte, del diffondersi dell’assistenzialismo, delle reclamate elemosine di Stato, dei contrasti al dispiegarsi del libero mercato e della tenace difesa delle rendite di posizione, ma erano tutte colpe dell’Europa.

Ciliegiona sulla torta: la viltà delle classi dirigenti, politica e non solo, che anziché assumersi il compito di richiamare alla ragionevolezza e all’ordine hanno provato a scaricare il peso delle cose dovute su un’entità astratta e prevalente: ce lo chiede l’Europa.

Ne parliamo venerdì 3 Marzo c/o libreria Mondadori di Salerno con Davide Giacalone, Florindo Rubettino, Andrea Prete e Antonluca Cuoco.

Alle origini del potere

di Angelo Giubileo

La più grave sciagura in cui è in-corsa l’arte (humana, nel senso di Heidegger) della filosofia è stata la separazione “aristotelica” e in forma meramente concettuale dei significanti linguistici “potenza” e “atto”.

Viceversa, alla stregua di quanto affermato da Parmenide, accade che, simultaneamente, l’essere è e non è possibile che non sia. Questo, significa che ogni “cosa” (o ente) è esattamente quella cosa che è esattamente possibile che sia.

L’intera natura e quindi anche il percorso evoluzionistico della storia dell’Occidente si muove secondo questa che potremmo considerare un’eterna linea di continuità; tanto che, giunto al termine dello stesso percorso, il pensiero nietzscheano ha usato l’espressione “volontà di potenza” significando che la volontà che accade, e quindi è, sia essa stessa una possibilità o meglio quella possibilità che essa stessa sia e è.

Ho ritenuto che tutto quanto questo detto fosse una premessa necessaria ai fatti “politici” che accadono anche nel presente mondiale della globalizzazione. L’uscita, per così dire lunga, dal secondo conflitto mondiale in effetti pare abbia cancellato la memoria (e il memoriale) di quanto nei millenni è accaduto al de-stino (intorno alla stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo) dell’umanità, che emerge in forma definitiva (dell’arte della filosofia) dalla “separazione” di cui al detto di Anassimandro e ancor prima, a Oriente, dai più antichi resoconti in forma scritta dei Veda.

Oggi, il nostro destino è ancora questo, cosiddetto, della democrazia. Ovvero, la possibilità che nel presente e nel futuro la democrazia è e sia ancora questa possibilità. Un’altra via esisterebbe, ma è quellaidentitaria, oggi definita anche “populista”, della “falsa-verità” meramente concettuale.

Qui, sembrerà forse sgradevole ai più che di seguito leggeranno, ma ecco cosa diceva Margaret Thatcher nel vicino 8 febbraio di 23 anni fa: “I socialisti urlano ‘Potere al popolo’ con il pugno chiuso alzato. Sappiamo tutti quello che vogliono davvero: il potere sulle persone, il potere allo stato. Sono stata eletta con un intento evidente: cambiare il Regno Unito da una società dipendente in una società autosufficiente, da una nazione ‘dammi-qualcosa’ a una nazione ‘fallo-da-te’. In una Gran Bretagna ‘alzati-e-fallo’ anziché in una ‘siediti-e-aspetta’”.

Letture: Viva l’Europa viva

Recensione del volume di Davide Giacalone

Europei si nacque. Europeisti si era. Antieuropeisti o euroscettici lo si è diventati. Europeisti lo eravamo per normalità, molto anche per retorica, certo. Antieuropeisti lo si è diventati dopo avere goduto dei benefici dell’integrazione, quando i molti errori commessi e l’affermarsi dei vincoli parametrali hanno consentito di operare la più fantastica delle falsificazioni: i conti dissestati, la spesa pubblica improduttiva, il debito stellare, la connessa demoniaca pressione fiscale, non erano più conseguenza delle scelte che si erano fatte, del diffondersi dell’assistenzialismo, delle reclamate elemosine di Stato, dei contrasti al dispiegarsi del libero mercato e della tenace difesa delle rendite di posizione, ma erano tutte colpe dell’Europa. Ciliegiona sulla torta: la viltà delle classi dirigenti, politica e non solo, che anziché assumersi il compito di richiamare alla ragionevolezza e all’ordine hanno provato a scaricare il peso delle cose dovute su un’entità astratta e prevalente: ce lo chiede l’Europa. C’è del buono, in questo percorso degenerativo, che buono non è. Una delle cose buone è che dirsi europeisti non è più lo scontato e indistinguibile luogo comune, praticabile in qualche adunanza domenicale o in qualche rituale celebrazione scolastica. Dirsi europeisti è diventato un problema, un’affermazione che desta reazioni vivaci. Taluni credono sia quasi segno di follia. E io sono un europeista.

Letture: A Trump Romance

trump_romance

Questo volume, “A Trump Romance – Cronaca di un’elezione mai annunciata” è l’ultimo lavoro editoriale di Federico Cartelli, analista di politica italiana ed internazionale, tra i fondatori del Think TankThe Fielder“.

Deriso dai Democratici, ostracizzato dagli stessi Repubblicani che tuttavia non sono stati in grado di compattarsi su un candidato alternativo, bollato come impresentabile, Donald Trump ha fatto saltare il banco della politica mondiale e l’autoreferenzialità dei media. Quali dinamiche socioeconomiche l’hanno portato a un inaspettato trionfo? Definire quella di Donald Trump una vittoria del populismo significa operare una banalizzazione che non tiene in considerazione le numerose variabili e circostanze che hanno prodotto un risultato tanto inatteso. Barack Obama era stato accolto da tutto il mondo con un carico di aspettative e speranze che – oramai concordano tutti –, non è riuscito a onorare nel corso dei due mandati. In questo libro proviamo a scrutare attraverso le nebbie del passato e del futuro per riuscire a capire quello che potrebbe succedere. Un’opera – libera dalle catene del pregiudizio e del politicamente corretto – che passa ai raggi x il fenomeno Trump, un fenomeno che – siamo sicuri – non si ferma in sé, ma contagerà molti aspetti della nostra vita.

Riportiamo un breve stralcio dalla prefazione curata da Francesco Maria del Vigo:

“Come ha fatto l’uomo più sbeffeggiato del mondo a scalare gli Stati Uniti d’America? Com’è possibile vincere le elezioni quando si hanno contro tutti i mezzi d’informazione? Quando i colossi della carta stampata e le grandi emittenti nazionali si schierano, senza mezzi termini e con apprezzabile chiarezza, dalla parte opposta? Quando il gotha degli opinionisti che contano, delle star della musica, del cinema e della letteratura ti descrive come un barbaro incivile, un rozzo incolto che porterà l’apocalisse? Si potrebbe sciogliere questo groviglio di nodi appellandosi al pettine della più classica delle motivazioni: Trump ha vellicato il ventre del popolo statunitense, ha personificato i peggiori istinti della pubblica opinione, ha detto quello che l’elettore medio pensa ma quasi se ne vergogna, senza avere il coraggio di dirlo. Per il timore di cadere nella riprovazione generale. Ha sdoganato, per dirla con Antonio Padellaro, il rutto libero. Trump ha senza dubbio schiacciato il brufolo del politicamente corretto, provocando un’eruzione vulcanica più che cutanea. Ma dietro il suo successo si nasconde molto altro. Ci vorranno anni di studi per capire cos’è realmente accaduto, e gli esperti del settore partoriranno migliaia di tomi per scarnificare il significato di questo ciclone…”

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Condividi se sei indignato!

di Alessio Torelli

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Notizie vere, notizie false, notizie false ma verosimili, notizie vere ma con un taglio estremamente populista, bisogna essere un po’ svegli per muoversi nel web. Oramai non stupisce più niente, non stupisce che ci siano persone che vivono di click baiting.

Cos’è? Un’esca da clik, un titolo che attira…un titolo forte, bello, in grassetto, apri il link e lo condividi facendo guadagnare il sito grazie all’aumento delle visite e quindi delle rendite pubblicitarie. E che succede? Niente, il titolo è fuorviante dalla notizie o addirittura la notizia totalmente inventata. Il web è totalmente invaso da notizie di questo genere: dall’avvistamento di un alieno alle bufale di carattere politico: presunte dichiarazioni di Putin, di ministri italiani e ovviamente immancabili le bufale a sfondo razzista.

Viviamo nel paese in cui è stato condiviso seimila volte in dodici ore un articolo che riportava una dichiarazione del neo-premier Gentiloni: “gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”, risultata totalmente falsa.

Tutti abbiamo qualche amico su facebook che le condivide e quando gli fai notare che lanotizia che ha condiviso viene da siti come “ilfattoquotidaino” o “panorana” ti risponde:

“ Be…ma poteva essere vero.” Ecco, oltre all’enorme senso di frustrazione che prova chi vi scrive quando si ritrova in queste situazioni, credo che forse una soluzione bisognerebbe iniziare a cercarla. Possiamo continuare a vivere in un paese dove ci sono persone che si arriscono sulla credulità popolare? Avete mai letto i commenti che scatenano queste notizie?

Scrivere “ammazziamo tutti i politici” oppure “negri di merda” è diventata la normalità, non scandalizza. Potremmo addentrarci in varie analisi sul contesto storico italiano sicuramente difficile a livello economico e sociale, ma ora voglio solo sottolineare che chi specula sulla frustrazione per interessi personali va fermato.

Di qualche settimana fa è la polemica tra il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella e il garante del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo. Il primo ha dichiarata al Financial Times che “contro la diffusione delle false notizie serve una rete di organismi nazionali indipendenti ma coordinata da Bruxelles e modellata sul sistema delle autorità per la tutela della concorrenza, capaci di identificare le bufale online che danneggiano l’interesse pubblicorimuoverle dal web e nel caso imporre sanzioni a chi le mette in circolazione”. Grillo replica parlando di nuovi inquisitori che vogliono un tribunale per controllare il web e “condannare chi li sputtana”. Continuano le polemiche con lo scontro tra lo stesso Grillo e il direttore del tg LA7 Enrico Mentana. Il leader del movimento 5 stelle aveva parlato dei grandi media come i primi fabbricatori di bufale includendo anche il tg di Mentana e proposto una giuria popolare che stabilisca la veridicità o meno delle notizie pubblicate dai media proprio in riferimento alla polemica con il presidente dell’Antitrust. Il direttore ha risposto annunciando querela per diffamazione ma dopo il chiarimento di Grillo che avrebbe incluso il suo tg solo “ per par-condicio”, lo stesso Mentana ha dichiarato che verrebbe meno la base per la querela.

Ma torniamo a noi. La proposta di un organismo che sia capace di smascherare e rimuovere le bufale è proprio così ingiusta, impraticabile? E’ davvero una limitazione della libertà di espressione? Chi vi scrive ritiene di no.

Occorre fermare le bufale, sicuramente si dovrà vigilare sulla reale indipendenza da qualsiasi condizionamento politico di questo eventuale organismo e le polemiche saranno all’ordine del giorno, ma le notizie totalmente false vanno rimosse.

La verità dovrebbe essere un diritto, non la libertà di pubblicare bufale che creano un’ indignazione artificiale e pericolosa, non sana.

Una capillare diffusione di notizie false non pensate possa arrivare a creare problemi di ordine pubblico? Tensioni sociali, aggressioni? Il rischio è alto.

Cari amici del “Condividi se sei indignato”, non pensate di meritare di più di tutto questo?

Che c’entra Socrate con noi?

di Luigi Gravagnuolo

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Lo scorso 16 dicembre, a Cava de’ Tirreni, ho assistito ad una gustosa messa in scena del “Processo a Socrate”; iniziativa presa dal Circolo G. Filangieri e dall’Associazione Filellenica Italiana. Da membro della “giuria” mi sono fatto tre idee sulle ragioni della sentenza di morte comminata al grande filosofo; non necessariamente alternative l’una all’altra.
Prima, in una Atene in profonda crisi, a causa dei malrovesci nella guerra con Sparta, la gente ne addebitava la colpa alla “casta” dei Trenta Tiranni e dei loro frequentatori; Socrate era considerato uno della casta, quindi era per ciò stesso colpevole.
Seconda, Socrate era un cattivo maestro, come ai tempi della mia gioventù furono considerati i vari Toni Negri, Adriano Sofri e lo stesso Renato Curcio; il filosofo, non si era macchiato in prima persona di alcun reato, meno che mai di alto tradimento, ma i suoi discepoli sì, a cominciare dal suo prediletto Alcibiade, passato armi e bagagli con l’odiata Sparta, dopo essere stato ridimensionato politicamente in Atene; quindi il cattivo maestro, doveva essere condannato.
Terza, Socrate, una sorta di Pannella dei tempi suoi fu irriguardoso verso le leggi e le consuetudini tradizionali, quando non le condivideva, le violava apertamente; un po’ come il nostro Pannella faceva con gli spinelli e non solo; questa attitudine, però, rischiava di produrre emulazione tra i giovani; a Socrate il popolo ateniese chiedeva perciò di pentirsene pubblicamente e di rinunciare ai suoi comportamenti; il suo diniego gli costò la cicuta.
Non so quale fu, tra queste o tra altre, la vera ragione della condanna di Socrate; so però per certo che non fu processato sulla base di norme oggettive del diritto. Lo fu sulla base di una voglia generica di epurazioni, che pareva salvifica al popolo ateniese. Le cose andavano male, quel popolo aveva bisogno di un capro espiatorio. E lo trovò.
Veniamo ai giorni nostri. Già in altre occasioni ho avuto modo di scrivere che i codici etici di questi tempi, elaborati dalla politica dei partiti e/o dalle associazioni, oltre a lasciare il più delle volte il tempo che trovano, sono distanti anni luce dalla civiltà del diritto, di cui sono invece espressione la gran parte delle leggi della Repubblica Italiana.
Tra questi, il codice etico del M5S è fin da una prima lettura aberrante.
Oddio, buona parte di esso è un decalogo interno al MoVimento, del tutto ragionevole ed insindacabile da chi non ne fa parte. La parte che invece trovo indigeribile è quella stessa su cui si sono soffermati tutti i commentatori. È il caso qui, prima di andare avanti col ragionamento, di rivendicare la legittimità del mio intricarmi dei fatti interni dei grillini. Sono infatti convinto che, di qui a poco, saremo governati da loro. E, se sarà il M5S a governarmi, io ho il diritto di mettere il naso nelle sue regole.
Veniamo al punto. Contrariamente alla prassi seguita finora nel M5S, da questo momento in poi un “portavoce”, cioè un politico del MoVimento, se indagato da una Procura, non verrà considerato ipso facto un presunto colpevole e costretto a dimettersi; potrà decidere autonomamente se farlo o no. Fin qui, mi verrebbe da gridare un bell’EVVIVA!. Poi però viene subito precisato che <<il Garante M5S [leggi: Beppe Grillo] , il Collegio dei Probiviri o il Comitato d’appello compiono le loro valutazioni in totale autonomia, nel pieno rispetto del lavoro della magistratura. Il comportamento tenuto dal portavoce può essere considerato grave dal Garante o dal Collegio dei probiviri con possibile ricorso del sanzionato al Comitato d’appello, anche durante la fase di indagine, quando emergono elementi idonei ad accertare una condotta che, a prescindere dall’esito e dagli sviluppi del procedimento penale, sia già lesiva dei valori, dei principi o dell’immagine del MoVimento 5 Stelle. La condotta sanzionabile può anche essere indipendente e autonoma rispetto ai fatti oggetto dell’indagine>>.
Insomma, quod Grillo placuit, legum habet vigorem: se un eletto gli darà fastidio, non ci sarà codice etico che tenga, lui lo caccerà fuori dal Movimento; se gli starà simpatico o se lui riterrà utile mantenerlo dentro il MoVimento, tolleranza e pazienza! Siamo al diritto personalistico, peculiare di ogni tirannia.

Nella bufera

di Luigi Gravagnuolo

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2016-2017, tempo di cambiamenti climatici. Se il pianeta si surriscalda, il clima politico dell’Occidente è caratterizzato dalla bufera populista. È così forte questa tempesta, che sta spazzando via non solo le formazioni politiche tradizionali, ma finanche le categorie concettuali di lettura ed interpretazione del mondo. Nell’oscurità e nella polvere sollevate dalla bufera, non si riesce più a distinguere gli elementi della realtà. Quelli che fino a poco fa eravamo abituati a trovare qua, lo ritroviamo altrove, o sono scomparsi; chi era là, magari ci viene a sbattere contro il muso, costringendoci ad abbracciarlo, o a scansarci. Tutto si mescola, tutto si confonde. Ciò che ci pareva un male, ora sembra un bene; e viceversa. Nemmeno si capisce più l’oggetto del contendere.
Nel Regno Unito si chiamano i cittadini a indicare al proprio Parlamento se preferiscono restare nell’Unione Europea o uscirne? E i cittadini votano pro o contro Cameron e tutto l’establishment. In Italia alle elezioni amministrative bisogna scegliere i sindaci delle città? E gli elettori votano pro o contro la casta. Negli U.S.A., poi, diventa presidente federale un miliardario ottuagenario, inviso a tutta la vecchia politica, a cominciare da quella del suo partito; sbaraglia tutto e tutti, facendosi interprete della rivolta della gente semplice contro i politicanti. Tornando in Italia, i cittadini sono chiamati a pronunziarsi su una riforma costituzionale? Ed il voto diventa l’occasione per gridare un sonoro vaffa al governo.
Il merito dei problemi non interessa più a nessuno. Non appena, con l’indizione di un voto quale che sia, si apre uno spiraglio, una piccola fessura, ci si infila la bufera e scompiglia tutto. In questo contesto, c’è poco da fare: o ci si lascia trasportare dal vento della tempesta populista, o si decide di fronteggiarla. Tutto il resto passa in sordina.
Non c’è perciò bisogno di essere profeti per immaginare che le quattro scadenze elettorali più significative del 2017 in Europa – Olanda, Francia, Germania ed Italia; quest’ultima, sia attraverso probabili elezioni politiche, sia attraverso un nuovo, eventuale, referendum, questa volta sul jobs act – saranno anch’esse travolte dalla bufera populista e perderanno i loro rispettivi significati intrinseci, per connotarsi sul tema del rapporto con la globalizzazione. Tema estrinseco, perché deborda dai limiti di ogni politica nazionale, laddove, sulla carta, le elezioni che vi si svolgono, sono bandite per scegliere le politiche di governo dei singoli paesi.
In tale contesto non c’è osservatore che non avverta i gravi rischi per la tenuta dell’Unione Europea. L’eventuale vittoria contestuale del Partito della Libertà di Geert Wilders in Olanda, della Le Pen in Francia e delle formazioni euroscettiche in Germania, con l’aggiunta di una probabile vittoria grilllina in Italia, segnerebbe il punto più basso per la coesione europea dal dopoguerra ad oggi.
A ciò si aggiungono le annunciate manovre congiunte degli U.S.A. di Trump e della Russia di Putin, volte a dividere l’Unione Europea. Per non dire delle ingerenze delle varie bande in guerra nel vicino Oriente, interessate a destabilizzare quell’Europa da cui provengono le principali forze armate a supporto di questo o di quel contendente. Vuoi scommettere che il 2017 europeo sarà funestato dalla campagna elettorale sui generis – leggi: dagli attentati – degli islamisti nei paesi in cui si voterà? E che le varie tornate elettorali saranno condizionate dalle intromissioni degli U.S.A. e della Russia?
Nella bufera, riuscirà l’Europa a mettere in salvo la propria coesione? A mio modestissimo avviso, potrà farlo solo se le classi dirigenti pro-integrazione europea usciranno dalle timidezze burocratiche e dai timori difensivisti per passare al contrattacco. O l’Europa si dà a breve una politica estera indipendente ed orientata a stringere in proprio rapporti di collaborazione con la Russia di Putin e con il mondo arabo, o si dota di una propria difesa comune europea, con relativa costituzione di forze armate federali, o adotta una politica industriale e commerciale più aggressiva che nel recente passato, oppure sarà destinata ad essere spazzata via dalla tempesta.
Di certo continuare a difendere lo status quo mondiale, e quello interno dei singoli stati, con politiche attendiste, rispondendo ai dinamitardi stragisti ed ai vaffa sguaiati dei populisti con rigorismi burocratici e sofismi accademici è un suicidio. Le stragi creano inquietudini ed alimentano paure inconsce, comunque attivano emozioni; i vaffa animano le passioni dei loro seguaci, riempiono le loro vite, danno un senso alle loro esistenze, alimentano la speranza di un mondo nuovo; i sofismi infiacchiscono gli animi, demotivano alla battaglia, producono disaffezione alla vita pubblica. Se si continua così, la battaglia è persa.

Il futuro della libertà

di Angelo Giubileo

democrazia

In Italia, sta per chiudersi un cerchio della politica durato circa un quarto di secolo. Un periodo di tempo coincidente con il fenomeno per il quale i media occidentali hanno adoperato, per definirla, il termine “globalizzazione”. Si tratta, quindi, almeno all’apparenza, di un cambio d’epoca.

E’ oggi indubbio che si è trattato di un fenomeno soprattutto economico-finanziario, fiancheggiato e sponsorizzato dalla politica; la quale, in particolare per quanto accaduto in Europa, per mezzo delle proprie scelte, ha creduto all’inizio di potersene servire per scopi finanche “pubblici”. Salvo accorgersi poi che nell’attualità delle cose questo diventava impossibile. O comunque sconveniente.

Una dimostrazione lampante di ciò, è quanto accaduto in merito allo scontro tra l’assunta posizione generalista deldivieto degli aiuti di stato e la prassi, viceversa non consolidata ma sporadica, in specie similare e a esempio delladefiscalizzazione degli oneri d’investimento, come nel caso del vantaggio concesso all’Apple per un ammontare di 13 miliardi di euro dai governi dell’Irlanda per il periodo dal 2003 al 2014.

La globalizzazione doveva in effetti costituire il portato di un regime di “libera concorrenza dei commerci”, rivelatosi con il passare del tempo viceversa sempre più illusorio. Agli albori dello sviluppo dei mercati orientali di fine secolo scorso, in primis il Giappone – e prima ancora dell’avvento del modello di capitalismo finanziario internazionale, prefigurato dai cosiddetti FOS (Sovereign Wealth Funds), meglio noti come fondi sovrani -, il celebre economista statunitense John Kenneth Galbraith scriveva nell’apparente lontano 1987: “… In Giappone lo Stato è in realtà, come riteneva Marx, il comitato esecutivo della classe capitalistica; questo è un fatto normale e naturale. Ne risulta una cooperazione accettata fra industria e governo – investimenti pubblici, pianificazione e sostegno dell’innovazione tecnologica – che è impensabile, nella misura in cui non sia considerata addirittura sovversiva, nella tradizione americana e britannica”. Tale giudizio, che nell’ambito dello sviluppo del sistema dell’attuale capitalismo finanziario non è valso per il Giappone, vale senz’altro oggi per la Cina.

Quali caratteristiche comuni hanno avuto i FOS? Essenzialmente, si è trattato di quantitativi di surplus di bilancia commerciale che alcuni stati sovrani o enti di loro diretta emanazione hanno investito sui mercati internazionali per l’acquisto di attività sia extranazionali che extraterritoriali. In un’economia, che cresceva sempre più e “a debito”, essi hanno finito così con l’acquisire anche parte del debito pubblico delle nazioni nelle quali investivano e continuano a investire, soprattutto in dollari statunitensi.

Altro che populismo. Un termine che, al contrario diglobalizzazione e questo almeno in parte, a nulla serve quanto alla comprensione di ciò che nel presente sta accadendo.

Nel loro saggio di ricerca, pubblicato nel 2015 e dal titolo Come la Cina sta conquistando l’Occidente, J. P. Cardenal e H. Araujo si chiedono come sia possibile “lottare contro un paese guidato da un regime autoritario che, al tempo stesso, ha più disponibilità finanziaria di chiunque altro e offre il miglior mercato in crescita del futuro”. L’afflusso di denaro è forse più vistoso in Europa. Approfittando della crisi di debito pubblico di alcuni degli stati membri dell’Ue, dal 2008 al 2015 e nell’Europa a 28 (compresa la Gran Bretagna e quindi oltre il novero dei 19 paesi che viceversa hanno adottato l’euro), la Cina ha investito oltre 60 miliardi di euro, di cui circa 35 negli ultimi due anni di raffronto e, di questi 35, circa 15 in paesi dell’Europa meridionale. Si tratta, quindi, di un trend in rapida crescita.

Quanto agli Stati Uniti? La recente elezione di Donald Trump aveva anch’essa fatto pensare, come avrebbe dovuto essere stato per Brexit e invece non è stato, all’indomani, a un crollo delle borse. Evento che anche stavolta non si è affatto verificato. Anzi, piuttosto che un calo, si è assistito a un subitaneo rialzo degli indici Dow Jones e Nasdaq. La scelta “isolazionista”, propagandata da Trump, sembra quindi almeno finora non avere avuto alcun impatto negativo sui mercati e in particolare sull’attività frenetica di business commerciale guidata dal Presidente cinese Xi Jinping. Sondaggi, antecedenti all’elezione, avevano già mostrato “che in 15 dei 22 paesi presi in esame la maggior parte degli intervistati concorda(va) sul fatto che la Cina scalzerà o ha già scalzato gli Stati Uniti quale potenza guida del mondo” (J. S. Nye Jr, Fine del secolo americano?), con percentuali di convinzione nel tempo maggiormente crescenti proprio nell’ambito degli Stati Uniti.

C’entra qualcosa questo con il populismo dei media? In effetti, c’entra; ma, principalmente nel senso che il cambiamento auspicato e voluto non è il frutto del decisionismo dei popoli quanto piuttosto delle stesse élite di governo degli stati occidentali a cui pare sia sfuggito o sfugga di mano il controllo del capitale finanziario d’investimento.

E dunque, altro che populismo. Si tratta invece della ricetta di sempre. Rispetto alla situazione, che abbiamo letto, in genere come paventata da Galbraith, oggi infatti il più accreditato politologo statunitense di origine indiana, Parag Khanna sembra così risolva: “Marx affermava che a uno sfruttamento capitalistico privo di confini doveva opporsi una risposta proletaria altrettanto priva di confini; in caso contrario l’abolizione dello Stato in favore della nascita di una società realmente egualitaria non sarebbe stata possibile” (inConnectography – Le mappe del futuro ordine mondiale).

Ma, in fondo, questa potrebbe essere ritenuta solo un’u-topia; e quindi, nel frattempo, meglio forse pensare, così come pare stia di fatto accadendo nel mondo della politica occidentale, a una ripresa del metodo, che l’Ue in particolare definisceintergovernativo. Tralasciando, in effetti, il metodo finoracomunitario. Basterà? E’ lecito dubitarne. Il rischio? Alto, dopo settant’anni di “pax americana”.

Per qui finire, qualche giorno fa, il giornalista economico Danilo Taino ha scritto: “Eppure, Donald Trump si avvicina, con le sue proposte, a un’idea di libertà condizionata dal governo, magari in forma light, non esattamente cinese”. Sarebbe dunque questa, l’alternativa di libertà che il futuro ci riserva?